A quasi trent’anni dalla presa
di Phnom Penh da parte dei Khmer Rossi il paese del Sudest asiatico
prosegue il suo cammino verso una struttura societaria più
democratica, tra le difficoltà imposte dalla corruzione
dilagante, dalle mancanze strutturali e da una storia difficile
da scordare. La storia incredibile, di un autogenocidio.
I cambogiani sostengono che la strada che porta
da Phnom Penh a Sihanouk Ville sia la migliore del paese e non
gli si può dare torto, in particolare se si ha avuto modo
di viaggiare in auto per il resto della Cambogia, per quanto,
le apparizioni improvvise di grandi buche e di bufali pensosi
nel mezzo della carreggiata possano renderla un poco insicura
e certamente lenta. Questa strada rappresenta il cardine dello
sviluppo economico del paese e aumenterà la sua importanza
quando il porto di Sihanouk Ville sarà finalmente ampliato
per diventare la porta mercantile della Cambogia sul resto del
mondo. L’ingresso di un paese stretto tra confini fatti
di giungla impenetrabile e spesso ancora minata.
Per ora la strada scorre pigra tra piccoli villaggi di contadini
che attendono in una dignitosa povertà l’arrivo della
stagione delle piogge. Poco dopo metà percorso una curva
annuncia la zona delle colline, la strada che prima correva dritta
e pianeggiante tra i campi coltivati, diviene più tortuosa
insinuandosi tra saliscendi contornati dalla boscaglia. Immediatamente
dopo la curva, sulla destra della strada, uno a ridosso dell’altro,
una decina di piccoli templi dedicati a Buddah sono invasi da
offerte di incensi, frutta fresca, fiori e da viaggiatori in preghiera.
Sono quelli che chiedono protezione prima di affrontare la zona
delle colline o che ringraziano al ritorno. Perché la zona
delle colline, fino a pochi anni fa, era territorio dei Khmer
Rossi e i cambogiani, tutti impegnati a cercare di dimenticare
l’orrendo incubo legato a questo nome, quando passano di
qui se ne ricordano in silenzio e ricordano anche di quando le
purghe di Pol Pot davano la cadenza alle loro fragili esistenze.
Lo ricordano vittime e carnefici. Ma nessuno ne parla.
La Cambogia è così, guarda al futuro con desiderio
e pazienza, immersa in un oblio fatto di silenzio e sguardi bassi,
di vergogna. Come se la situazione attuale fosse il prezzo da
dover pagare per la propria follia; come se l’arretratezza
delle strutture, la corruzione devastante e l’incertezza
politica fossero un purgatorio meritato prima di poter aspirare
a essere come i vicini, la ricca Thailandia o anche solo il promettente
Vietnam.
L’incubo ha una data d’inizio storicamente accettata,
il 17 aprile 1975, il giorno in cui i Khmer Rossi di Pol Pot entrarono
a Phnom Penh e misero fine alla Repubblica Khmer del generale
Lon Nol imposta con un colpo di stato (e l’aiuto americano)
cinque anni prima. Nel giro di pochi giorni i Khmer Rossi svuotarono
letteralmente tutte le principali
città
del paese, deportarono nelle campagne milioni di persone, abolirono
la proprietà privata e la validità del denaro, chiusero,
di fatto, il paese a ogni contatto con l’esterno. Nel giro
di meno di quattro anni (i vietnamiti entrarono a Phnom Penh nel
gennaio del ‘79) gli uomini del “fratello numero uno”
(così si era definito Pol Pot), attraverso cinque successive
purghe, sterminarono un numero di persone compreso tra i due e
i tre milioni, più o meno il trenta percento della popolazione
che al tempo abitava il paese. Le condizioni di vita in questi
quattro anni appaiono incredibili: “Le persone erano costrette
a lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno o anche più,
al di là dei propri anni o dello stato di salute; si nutrivano
con una razione scarsa di riso e rametti di banano; indossavano
stracci e vivevano in miserabili capanne. Una rete segreta d’informatori
era costituita al fine di scoraggiare qualsiasi tipo di protesta;
la prima violazione delle regole era punita condannando il colpevole
a moltiplicare per due o per tre la quota diaria di produzione
personale, oppure riducendo o tagliando del tutto i viveri; la
seconda infrazione sanzionata con la morte. Mariti, mogli e figli
erano separati e i nuovi matrimoni contratti su ordine del partito
comunista. Qualsiasi manifestazione di pietà per una persona
percossa o uccisa, era punita spesso con la pena capitale. Ai
bambini sui sei anni non era più consentito vivere con
i genitori, e quelli oltre i dieci lavoravano duramente come gli
adulti”1. Secondo Pol Pot per la Cambogia rivoluzi
onaria
era sufficiente un milione di persone e aveva in programma di
sopprimerne altri cinque: i deliranti teorici di Phnom Penh avevano
inventato qualcosa di assolutamente nuovo, l’autogenocidio.
La parola fine a questa storia orrenda e stupefacente fu scritta
solo vent’anni dopo l’entrata dell’esercito
vietnamita a Phnom Penh quando, nel 1999, l’ultimo dei Khmer
Rossi che si erano ritirati nella selva, Ta Mok detto il macellaio,
si arrese all’esercito cambogiano.
Quello che ancora manca è l’accettazione collettiva
di quanto successo. Il processo ai leader Khmer Rossi, chiesto
a gran voce dalle Nazioni Unite, stenta a prendere il via. All’età
di 73 anni Khieu Samphan, uno dei massimi esponenti del regime
di Pol Pot e dei teorici del suo folle disegno, vive indisturbato
nella provincia di Pailin, antico feudo dei Khmer Rossi nel Nord-Ovest
del paese. E come lui molti altri. Aspettarsi che un popolo riesca
a giudicare, con lucidità e serenità, un atto di
genocidio compiuto da se stesso e ai danni di se stesso, nel giro
di pochi anni è quanto meno utopistico.
A rendere ardua l’aspettativa cambogiana però non
c’è solo il passato, anche il presente contribuisce
a rendere il quadro tutt’altro che roseo. Il fenomeno della
corruzione ha raggiunto dimensioni tali da diventare uno dei pilastri
dell’economia: se di colpo fosse abolita la corruzione ci
troveremmo di fronte a uno sconvolgimento sociale inimmaginabile.
Per
capire
quanto e come la corruzione sia parte della vita cambogiana basta
arrivare in fondo alla nostra strada: a Sihanouk Ville.
Gli esempi, di come la corruzione paralizzi le possibilità
di sviluppo economico di questa tranquilla cittadina dal potenziale
enorme, sono numerosi ma quello del mercato di Psar Leu sfiora
il paradosso.
Il caotico mercato cittadino di Psar Leu, che forse può
affascinare qualche turista con il gusto del brivido esotico,
è l’unico mercato di Sihanouk Ville e vi si vende
di tutto: stoffe, vestiti, frutta e verdura, pesce e animali ancora
vivi (polli, uccelletti, maiali). Le condizioni igieniche sono
pessime, a tal punto che circa quattro o cinque anni fa è
stata decisa la costruzione di una nuova struttura per ospitare
il mercato: Psar Leu Thmey. Terminati i lavori, l’investitore
coreano ha deciso di vendere la
struttura,
infatti dopo aver pagato ben due milioni di dollari per “ungere”
le tasche del Governatore, un cambio di potere e l’arrivo
di un nuovo Governatore hanno rappresentato la classica goccia
che ha fatto traboccare il vaso. L’acquirente, un taiwanese,
ha accettato la sfida (e molto probabilmente “unto”
le tasche del nuovo governatore) ma i risultati sono che i costi
degli spazi nella nuova struttura sono troppo alti e i commercianti
restano nel vecchio mercato anche se all’arrivo d’ogni
nuova stagione delle piogge la situazione è sempre peggiore.
Come spesso accade in Cambogia, investimenti stranieri mirati
allo sviluppo del paese vengono assorbiti e dispersi nei meandri
della corruzione, risultando spesso completamente inutili e lasciando
la popolazione Khmer con la sensazione di dover ancora aspettare
a lungo prima di dover scontare la loro colpa. n
Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio di Pavia
1) Africana – Rivista di studi extraeuropei,
I Khmer rossi dal colpo di Stato di Lon Nol al periodo della ‘Cambogia
Democratica’ (1970-1979) di Giovanni Armillotta, Pisa, 2000.