Cambogia: il lento percorso della democrazia

Andrea Malnati

A quasi trent’anni dalla presa di Phnom Penh da parte dei Khmer Rossi il paese del Sudest asiatico prosegue il suo cammino verso una struttura societaria più democratica, tra le difficoltà imposte dalla corruzione dilagante, dalle mancanze strutturali e da una storia difficile da scordare. La storia incredibile, di un autogenocidio.

I cambogiani sostengono che la strada che porta da Phnom Penh a Sihanouk Ville sia la migliore del paese e non gli si può dare torto, in particolare se si ha avuto modo di viaggiare in auto per il resto della Cambogia, per quanto, le apparizioni improvvise di grandi buche e di bufali pensosi nel mezzo della carreggiata possano renderla un poco insicura e certamente lenta. Questa strada rappresenta il cardine dello sviluppo economico del paese e aumenterà la sua importanza quando il porto di Sihanouk Ville sarà finalmente ampliato per diventare la porta mercantile della Cambogia sul resto del mondo. L’ingresso di un paese stretto tra confini fatti di giungla impenetrabile e spesso ancora minata.
Per ora la strada scorre pigra tra piccoli villaggi di contadini che attendono in una dignitosa povertà l’arrivo della stagione delle piogge. Poco dopo metà percorso una curva annuncia la zona delle colline, la strada che prima correva dritta e pianeggiante tra i campi coltivati, diviene più tortuosa insinuandosi tra saliscendi contornati dalla boscaglia. Immediatamente dopo la curva, sulla destra della strada, uno a ridosso dell’altro, una decina di piccoli templi dedicati a Buddah sono invasi da offerte di incensi, frutta fresca, fiori e da viaggiatori in preghiera. Sono quelli che chiedono protezione prima di affrontare la zona delle colline o che ringraziano al ritorno. Perché la zona delle colline, fino a pochi anni fa, era territorio dei Khmer Rossi e i cambogiani, tutti impegnati a cercare di dimenticare l’orrendo incubo legato a questo nome, quando passano di qui se ne ricordano in silenzio e ricordano anche di quando le purghe di Pol Pot davano la cadenza alle loro fragili esistenze. Lo ricordano vittime e carnefici. Ma nessuno ne parla.
La Cambogia è così, guarda al futuro con desiderio e pazienza, immersa in un oblio fatto di silenzio e sguardi bassi, di vergogna. Come se la situazione attuale fosse il prezzo da dover pagare per la propria follia; come se l’arretratezza delle strutture, la corruzione devastante e l’incertezza politica fossero un purgatorio meritato prima di poter aspirare a essere come i vicini, la ricca Thailandia o anche solo il promettente Vietnam.
L’incubo ha una data d’inizio storicamente accettata, il 17 aprile 1975, il giorno in cui i Khmer Rossi di Pol Pot entrarono a Phnom Penh e misero fine alla Repubblica Khmer del generale Lon Nol imposta con un colpo di stato (e l’aiuto americano) cinque anni prima. Nel giro di pochi giorni i Khmer Rossi svuotarono letteralmente tutte le principali città del paese, deportarono nelle campagne milioni di persone, abolirono la proprietà privata e la validità del denaro, chiusero, di fatto, il paese a ogni contatto con l’esterno. Nel giro di meno di quattro anni (i vietnamiti entrarono a Phnom Penh nel gennaio del ‘79) gli uomini del “fratello numero uno” (così si era definito Pol Pot), attraverso cinque successive purghe, sterminarono un numero di persone compreso tra i due e i tre milioni, più o meno il trenta percento della popolazione che al tempo abitava il paese. Le condizioni di vita in questi quattro anni appaiono incredibili: “Le persone erano costrette a lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno o anche più, al di là dei propri anni o dello stato di salute; si nutrivano con una razione scarsa di riso e rametti di banano; indossavano stracci e vivevano in miserabili capanne. Una rete segreta d’informatori era costituita al fine di scoraggiare qualsiasi tipo di protesta; la prima violazione delle regole era punita condannando il colpevole a moltiplicare per due o per tre la quota diaria di produzione personale, oppure riducendo o tagliando del tutto i viveri; la seconda infrazione sanzionata con la morte. Mariti, mogli e figli erano separati e i nuovi matrimoni contratti su ordine del partito comunista. Qualsiasi manifestazione di pietà per una persona percossa o uccisa, era punita spesso con la pena capitale. Ai bambini sui sei anni non era più consentito vivere con i genitori, e quelli oltre i dieci lavoravano duramente come gli adulti”1. Secondo Pol Pot per la Cambogia rivoluzionaria era sufficiente un milione di persone e aveva in programma di sopprimerne altri cinque: i deliranti teorici di Phnom Penh avevano inventato qualcosa di assolutamente nuovo, l’autogenocidio.
La parola fine a questa storia orrenda e stupefacente fu scritta solo vent’anni dopo l’entrata dell’esercito vietnamita a Phnom Penh quando, nel 1999, l’ultimo dei Khmer Rossi che si erano ritirati nella selva, Ta Mok detto il macellaio, si arrese all’esercito cambogiano.
Quello che ancora manca è l’accettazione collettiva di quanto successo. Il processo ai leader Khmer Rossi, chiesto a gran voce dalle Nazioni Unite, stenta a prendere il via. All’età di 73 anni Khieu Samphan, uno dei massimi esponenti del regime di Pol Pot e dei teorici del suo folle disegno, vive indisturbato nella provincia di Pailin, antico feudo dei Khmer Rossi nel Nord-Ovest del paese. E come lui molti altri. Aspettarsi che un popolo riesca a giudicare, con lucidità e serenità, un atto di genocidio compiuto da se stesso e ai danni di se stesso, nel giro di pochi anni è quanto meno utopistico.
A rendere ardua l’aspettativa cambogiana però non c’è solo il passato, anche il presente contribuisce a rendere il quadro tutt’altro che roseo. Il fenomeno della corruzione ha raggiunto dimensioni tali da diventare uno dei pilastri dell’economia: se di colpo fosse abolita la corruzione ci troveremmo di fronte a uno sconvolgimento sociale inimmaginabile. Per capire quanto e come la corruzione sia parte della vita cambogiana basta arrivare in fondo alla nostra strada: a Sihanouk Ville.
Gli esempi, di come la corruzione paralizzi le possibilità di sviluppo economico di questa tranquilla cittadina dal potenziale enorme, sono numerosi ma quello del mercato di Psar Leu sfiora il paradosso.
Il caotico mercato cittadino di Psar Leu, che forse può affascinare qualche turista con il gusto del brivido esotico, è l’unico mercato di Sihanouk Ville e vi si vende di tutto: stoffe, vestiti, frutta e verdura, pesce e animali ancora vivi (polli, uccelletti, maiali). Le condizioni igieniche sono pessime, a tal punto che circa quattro o cinque anni fa è stata decisa la costruzione di una nuova struttura per ospitare il mercato: Psar Leu Thmey. Terminati i lavori, l’investitore coreano ha deciso di vendere la struttura, infatti dopo aver pagato ben due milioni di dollari per “ungere” le tasche del Governatore, un cambio di potere e l’arrivo di un nuovo Governatore hanno rappresentato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’acquirente, un taiwanese, ha accettato la sfida (e molto probabilmente “unto” le tasche del nuovo governatore) ma i risultati sono che i costi degli spazi nella nuova struttura sono troppo alti e i commercianti restano nel vecchio mercato anche se all’arrivo d’ogni nuova stagione delle piogge la situazione è sempre peggiore. Come spesso accade in Cambogia, investimenti stranieri mirati allo sviluppo del paese vengono assorbiti e dispersi nei meandri della corruzione, risultando spesso completamente inutili e lasciando la popolazione Khmer con la sensazione di dover ancora aspettare a lungo prima di dover scontare la loro colpa. n

Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio di Pavia

1) Africana – Rivista di studi extraeuropei, I Khmer rossi dal colpo di Stato di Lon Nol al periodo della ‘Cambogia Democratica’ (1970-1979) di Giovanni Armillotta, Pisa, 2000.