Ritratto dolce amaro di un italiano anomalo:
Goffredo Parise

Goffredo Parise, lo scrittore felicemente atipico
e non conformista del nostro panorama letterario.

 Stenio Solinas

Nel 1986,alcuni mesi prima di morire, Goffredo Parise tenne un discorso all’università di Padova in occasione del conferimento della laurea ad honorem. Il testo di quell’intervento, apparso sul Corriere della Sera nel febbraio dello stesso anno, venne intitolato “Quando la fantasia ballava il “boogie”, ed è un po’ il suo testamento letterario.
Adesso Adelphi pubblica, con quello stesso titolo (240 pagine), una raccolta del Parise saggista che abbraccia un trentennio della sua vita: della sua vita: dal tempo del suo folgorante esordio narrativo con il ragazzo morto e le comete, scritto poco più che ventenne, alla sua piena maturità di scrittore bruciata da una malattia del sangue quando non ne aveva ancora compiuti sessanta.
Parise è una figura anomala nel nostro panorama letterario e questo libro ne è un’ ulteriore conferma. Esordì nel decennio postbellico, quando realismo e neorealismo la facevano da padroni, con un romanzo visionario e fantastico, fu immune, per una sorta di grazia ricevuta, a ogni lezione di impegno ideologico o, peggio, politico, eppure non lo si può definire un artista disimpegnato o estraneo al proprio tempo, ricercò nella scrittura una sorta di ritmo poetico, ma non cadde mai nell’accademismo fine a se stesso o nella prosa d’arte, tradizionale o d’avanguardia, che pure fu una sostante di certa letteratura italiana.
La sua anomalia si vede anche dal tipo di interventi giornalistici da lui via via pubblicati, nei quali è evidente il desiderio di parlare solo di ciò che veramente lo interessa, evitando lo scoglio dell’attualità, della presenza e dell’intervento sui temi di volta in volta in voga. Il giornalismo non fu per Parise una professione, né una vocazione, come accadde a Moravia, a Pasolini, a Calvino, a Vittorini: fu un ripiego di cui avrebbe fatto volentieri a meno, perché lo distraeva dalla sua passione più vera, quella del narratore sic et simpliciter. Unica eccezione furono i reportage bellici (assenti in questo volume) dal Vietnam, e in genere i reportage di viaggio, gli uni e gli altri legati a quel coté avventuroso della sua vita e della sua fantasia, che era il coté di un ragazzino di provincia venuto su con la lettura di Salgari e poi, adolescente, di Somerset Maugham e di Graham Greene, e quindi un mondo dove esotismo, spleen, grandi spazi, vestigia coloniali, si mischiavano nel nome di un’altra letteratura, un’altra vita.
Anche questo spiega perché in “Quando la fantasia ballava il “boogie” faccia così spesso la sua comparsa il nome, il magistero e il ricordo di Giovanni Comisso. Conterranei, l’uno di Vicenza, l’altro di Treviso, li univa quel certo gusto panico della vita dove era assente l’ombra del peccato e insistente la ricerca del piacere, e l’idea che l’esistenza fosse già di per sé così affascinante, nella sua esplorazione, che non ci fosse il tempo per interrogarla dal punto di vista sociale, ideologico, politico. La differenza, semmai, consiste nel tributo da pagare alla scrittura in quanto tale:e lì dove Comisso rimase al fondo un dilettante, uno per il quale lo scrivere era un dono destinato nel tempo a rivoltarglisi contro, una facilità che diverrà faciloneria, una immediatezza che si trasformerà in tic, mania, imitazione, Parise al contrario vuole essere un professionista a tutto tondo, in grado di costruire romanzi e racconti esemplari, sempre lavorando la parola al limite della perfezione, mai accontentandosi dell’andare a orecchio, ma servendosi di uno spartito composito e sempre più difficile.
Il bel titolo del libro riprende un concetto di Parise enunciato in quel discorso all’università di Padova, e vale la pena di spiegarlo un po’ perché in esso c’è una dichiarazione di intenti e un’analisi della realtà culturale italiana del secondo dopoguerra. Nota lo scrittore che all’inizio di quel decennio “mi pareva di dover rappresentare la libertà, il caos, su quella lieve spirale di fumo del romanticismo finito proprio pohi mesi prima tra le macerie. Mi attraevano le cose e la loro sostanza organica e non obbligatoriamente letteraria, l’odore della vita e delle sue stagioni, passando atraverso testi diretti. Mi pareva che la poesia dovesse assumersi la prosa e viceversa, mi pareva che il realismo, il naturalismo della letteratura italiana e no dovessero aprirsi e scomporsi al di là delle regole tradizionali così come la canzonetta italiana si era aperta al boogie. Mi pareva che la sensazione soggettica, la sempre inesatta pressione del sangue, cioè il sentimento individuale non potesse prestarsi ad alcuna oggettivazione. Era un’idea della letteratura in qualche modo romantica, in qualche modo rivoluzionaria, che del resto era stata troppo sbrigativamente proposta dai futuristi ma in modo illuminante dalla pittura di De Chirico”.

Questa idea letteraria fece paradossalmente di Parise il sopravvisuto di un mondo che per età non aveva conosciuto, quello del primo dopoguerra, e l’esponente di un’avanguardia intellettuale che con lui si apriva e però in lui si esauriva. Sotto questo punto di vista la sua predilezione per poeti come Montale, romanzieri come Gadda,pittori coem De Pisis, una predilezione che metteva insieme l’uomo e l’opera, affondava le sue radici nel gusto di un’Italia che non c’era più, la buona borghesia delle professioni, un certo decoro borghese, l’idea che scrivere fosse un po’ un vizio, un po’ un dovere, un mondo dove allo scrittore non si chiedevano messaggi, ma, appunto, libri, il piacere, il miracolo e il mistero della scrittura. Allo stesso modo, un romanzo come il prete bello ha più debiti verso il realismo magico di un Palazzeschi di trent’anni prima che no con un Pratolini, un Bernari, un Ottieri a lui coevi e impegnati nel ritrarre e nel deprecare l’Italia del loro tempo. L’unica volta che anche Parise cercherà di essere uno scrittore attuale, al passo con il proprio tempo, corifeo di quella letteratura industriale dell’inizio anni Sessanta, sarà la volta del suo libro più brutto, Il padrone, ritratto neppure edulcorato di Livio Garzanti e del suo feroce snobismo editoriale.
La stagione del “boogie”, del resto, si interruppe proprio allora: “Poi passarono gli anni e la libertà aveva fatto tutto quello che doveva fare. Aveva ricostruito le nostre vesti, il nostro paese. L’azione era finita, cominciava l’amministrazione. Per tutto. Conscio, subconscio, realismo e Realpolitik, strategie e programmi, entrarono a far parte della letteratura, l’aria, il vento della libertà, la polvere delle sue macerie e il battito del mantello pneumatico cessarono e furono sostituiti dall’amministrazione, da quello che Montale chiamò “l’ora della focomelia intellettuale”, dell’ossimoro permanente”…Il mood è lontano, sempre più lontano e in ogni caso ce ne fu uno e uno solo… Se lo stile ha degli eredi, l’arte è come una farfalla, senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei”. Nella letteratura come industria e nella scrittura come impegno e/o politica, Parise erigerà a propria difesa quel duplice volume dei Sillabari che resta ancora oggi uno dei vertici della narrativa di quegli anni.
In “Quando la fantasia ballava il “boogie” ci sono ritratti esemplari, Comisso, De Pisis, Gadda, Piovene, Longanesi, Montale, Capote, passioni letterarie durature, Hemingway, Simenon, Maugham, qualche errore di valutazione, Prokosch, molto buon senso e rifiuto di lasciarsi trascinare dallo Spirito del tempo, dal conformismo delle idee(si vedano le polemiche contro lo scrivere difficile o sull’aria del ’68…).
Il ritratto che ne emerge è quello di uno scrittore felicemente atipico, sufficientemente conscio delle proprie capacità per non farsi imporre stili e preconcetti da nessuno, capace di un’autoironia che lo metteva al riparo da qualsiasi trombonismo del mestiere. Il ritratto dolce amaro di un italiano anomalo.

Stenio Solinas