Si
è iniziato con il proporre la procreazione extracorporea
per i casi di sterilità. La prassi si è allargata
per rispondere al desiderio di maternità di quanti, pur
non essendo sterili, volevano garanzie sulla salute del nascituro:
la si propone ora come controllo dell'identità sessuale
del nascituro. I fatti sono più veloci delle riflessioni
e questo ci espone ad un futuro che non sappiamo prevedere.
Due notizie ci riportano alla
questione della procreazione extracorporea. Entrambe provengono
dal Regno Unito. La prima riguarda il referendum che propone la
possibilità di utilizzare le tecniche di procreazione arttificiale
per determinare l’identità sessuale dei nascituri,
in nome di una non ben precisata pianificazione fanigliare. La
seconda riguarda il permesso di iniziare la sperimentazione sull’uomo
di una tecnica di trasferimento di nucleo (in pratica una forma
di clonazione), finora testata su alcuni animali, con lo scopo
di far sviluppare un embrione umano che non sia affetto da malattie
ereditarie che si trasmettono attraverso i mitocondri. In pratica,
dopo aver generato un embrione attraverso la fusione di un ovocita
e di uno spermatozoo, si preleva il nucleo e lo si inserisce in
un ovocita, privato del
suo nucleo, di un’altra donna. In questo modo l'embrione
umano si svilupperebbe all’interno di un materiale genetico
che apparterrebbe ad una terza persona rispetto al padre e alla
madre naturali.
La motivazione "umanitaria", se così si può
dire, fa leva sul fatto che anche le donne portatrici di malattie
ereditarie presenti nei mitocondri potrebbero avere figli sani,
anche se in questo modo l’identità genetica del figlio
sarebbe di fatto, composta da più segmenti di patrimonio
genetico. Ora, al di là degli aspetti tecnici, va notato
che l’autorizzazione data dalla Human fertilisation and
embriology autority non prevede che la tecnica porti alla nascita
dell’embrione
così ottenuto, ma soltanto il suo uso sperimentale. Detto
più chiaramente: la sperimentazione prevede poi la distruzione
dell’embrione, ridotto a puro mezzo di ricerca. Incurante
dei dibattiti etici e persino delle varie risoluzioni internazionali,
la politica del Regno Unito conferma una linea di liberalizzazione
delle tecniche procreatiche che non sembra conoscere limiti. Del
resto, in questo campo, come in ogni campo della sperimentazione,
i limiti sono soltanto due: il fallimento, o la decisione di non
procedere, in nome del riconoscimento di valori più rilevanti
della conoscenza o della tutela futura della salute umana. Le
due notizie hanno qualcosa in comune, pur nella loro diversità:
confermano una sorta di indifferenza per la questione cruciale
dell’identità umana dell’embrione e, quindi,
una esplicita indifferenza nei confronti della tutela della sua
esistenza.
Incurante
dei dibattiti etici e persino delle varie risoluzioni internazionali,
la politica del Regno Unito conferma una linea di liberalizzazione
delle tecniche procreative che non sembra conoscere limiti. |
Il
quesito posto all’opinione pubblica britannica è
veramente inquietante: permettere la selezione embrionale in base
all’identità sessuale non significa soltanto introdurre
un criterio di discriminazione inaccettabile per una civiltà
di diritto, ma soprattutto significa avallare il convincimento
che la distruzione degli embrioni che non rispondono ai desideri
dei genitori sia
un atto moralmente neutro. In modo analogo, usare degli embrioni
umani soltanto per sperimentare tecniche di clonazione che non
si sa nemmeno se potranno dare gli esiti sperati, significa avere
in dispregio la vita embrionale, ormai considerata nella prassi
una cosa e non più riconosciuta nella sua reale identità
umana.
La prassi, cioè, pretende di risolvere una questione morale
e una questione conoscitiva. Di fatto si opera sugli embrioni
umani come se tutte le discussioni, le riflessioni, le analisi
condotte intorno all’identità dell’embrione
umano (cioè al figlio di una donna e di un uomo nelle sue
prime fasi divita) potessero essere spazzate vie in nome di una
scelta della maggioranza della popolazione, o di una "sentenza"
di un’autorità statale.
In questo procedere delle tecniche si conferma quella teoria,
spesso criticata e disprezzata da
quegli intellettuali e scienziati che pure ritenevano di porre
alcuni limiti alle sperimentazioni, del cosiddetto piano inclinato.
Si è iniziato con il proporre la procreazione extracorporea
per i casi di sterilità, la si è allargata per rispondere
al desiderio di maternità di quanti, pur non essendo sterili,
volevano garanzie sulla salute del nascituro, la si propone ora
come controllo dell’identità sessuale del nascituro.
Il modello darwiniano della selezione naturale, della lotta che
privilegia i migliori, dopo aver influenzato modelli sociali e
politici, pervade anche le strategie del desiderio umano.Queste
tendenze, valorizzate in nome della libertà di ricerca
e della libertà di procreazione, sembrano farci perdere
di vista quei valori che rendono la libertà apprezzabile
e auspicabile.
La generazione umana, trasportata in un laboratorio, si trasforma
in una tecnica impersonale che misura i risultati del prodotto
e
la
soddisfazione del committente: si tratta di una trasformazione
epocale dell’esperienza umana sulla quale dovremmo riflettere
seriamente perché, poco alla volta, finirà con il
mutare il nostro modo di rapportarci con gli altri, il nostro
modo di pensare alla vita e alla morte, alla sofferenza, alla
malattia, al dolore.
Per ora sta mutando il nostro modo di pensare e di praticare la
ricerca scientifica e la prassi medica: i fatti sono più
veloci delle riflessioni e questo ci espone ad un futuro che non
sappiamo prevedere.
Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano