Il piano inclinato della procreazione artificiale

 Adriano Pessina

Si è iniziato con il proporre la procreazione extracorporea per i casi di sterilità. La prassi si è allargata per rispondere al desiderio di maternità di quanti, pur non essendo sterili, volevano garanzie sulla salute del nascituro: la si propone ora come controllo dell'identità sessuale del nascituro. I fatti sono più veloci delle riflessioni e questo ci espone ad un futuro che non sappiamo prevedere.
Due notizie ci riportano alla questione della procreazione extracorporea. Entrambe provengono dal Regno Unito. La prima riguarda il referendum che propone la possibilità di utilizzare le tecniche di procreazione arttificiale per determinare l’identità sessuale dei nascituri, in nome di una non ben precisata pianificazione fanigliare. La seconda riguarda il permesso di iniziare la sperimentazione sull’uomo di una tecnica di trasferimento di nucleo (in pratica una forma di clonazione), finora testata su alcuni animali, con lo scopo di far sviluppare un embrione umano che non sia affetto da malattie ereditarie che si trasmettono attraverso i mitocondri. In pratica, dopo aver generato un embrione attraverso la fusione di un ovocita e di uno spermatozoo, si preleva il nucleo e lo si inserisce in un ovocita, privato del
suo nucleo, di un’altra donna. In questo modo l'embrione umano si svilupperebbe all’interno di un materiale genetico che apparterrebbe ad una terza persona rispetto al padre e alla madre naturali.
La motivazione "umanitaria", se così si può dire, fa leva sul fatto che anche le donne portatrici di malattie ereditarie presenti nei mitocondri potrebbero avere figli sani, anche se in questo modo l’identità genetica del figlio sarebbe di fatto, composta da più segmenti di patrimonio
genetico. Ora, al di là degli aspetti tecnici, va notato che l’autorizzazione data dalla Human fertilisation and embriology autority non prevede che la tecnica porti alla nascita dell’embrione
così ottenuto, ma soltanto il suo uso sperimentale. Detto più chiaramente: la sperimentazione prevede poi la distruzione dell’embrione, ridotto a puro mezzo di ricerca. Incurante dei dibattiti etici e persino delle varie risoluzioni internazionali, la politica del Regno Unito conferma una linea di liberalizzazione delle tecniche procreatiche che non sembra conoscere limiti. Del resto, in questo campo, come in ogni campo della sperimentazione, i limiti sono soltanto due: il fallimento, o la decisione di non procedere, in nome del riconoscimento di valori più rilevanti della conoscenza o della tutela futura della salute umana. Le due notizie hanno qualcosa in comune, pur nella loro diversità: confermano una sorta di indifferenza per la questione cruciale dell’identità umana dell’embrione e, quindi, una esplicita indifferenza nei confronti della tutela della sua esistenza.

Incurante dei dibattiti etici e persino delle varie risoluzioni internazionali, la politica del Regno Unito conferma una linea di liberalizzazione delle tecniche procreative che non sembra conoscere limiti.

Il quesito posto all’opinione pubblica britannica è veramente inquietante: permettere la selezione embrionale in base all’identità sessuale non significa soltanto introdurre un criterio di discriminazione inaccettabile per una civiltà di diritto, ma soprattutto significa avallare il convincimento che la distruzione degli embrioni che non rispondono ai desideri dei genitori sia
un atto moralmente neutro. In modo analogo, usare degli embrioni umani soltanto per sperimentare tecniche di clonazione che non si sa nemmeno se potranno dare gli esiti sperati, significa avere in dispregio la vita embrionale, ormai considerata nella prassi una cosa e non più riconosciuta nella sua reale identità umana.
La prassi, cioè, pretende di risolvere una questione morale e una questione conoscitiva. Di fatto si opera sugli embrioni umani come se tutte le discussioni, le riflessioni, le analisi condotte intorno all’identità dell’embrione umano (cioè al figlio di una donna e di un uomo nelle sue prime fasi divita) potessero essere spazzate vie in nome di una scelta della maggioranza della popolazione, o di una "sentenza" di un’autorità statale.
In questo procedere delle tecniche si conferma quella teoria, spesso criticata e disprezzata da
quegli intellettuali e scienziati che pure ritenevano di porre alcuni limiti alle sperimentazioni, del cosiddetto piano inclinato.
Si è iniziato con il proporre la procreazione extracorporea per i casi di sterilità, la si è allargata per rispondere al desiderio di maternità di quanti, pur non essendo sterili, volevano garanzie sulla salute del nascituro, la si propone ora come controllo dell’identità sessuale del nascituro.
Il modello darwiniano della selezione naturale, della lotta che privilegia i migliori, dopo aver influenzato modelli sociali e politici, pervade anche le strategie del desiderio umano.Queste tendenze, valorizzate in nome della libertà di ricerca e della libertà di procreazione, sembrano farci perdere di vista quei valori che rendono la libertà apprezzabile e auspicabile.
La generazione umana, trasportata in un laboratorio, si trasforma in una tecnica impersonale che misura i risultati del prodotto e la soddisfazione del committente: si tratta di una trasformazione epocale dell’esperienza umana sulla quale dovremmo riflettere seriamente perché, poco alla volta, finirà con il mutare il nostro modo di rapportarci con gli altri, il nostro modo di pensare alla vita e alla morte, alla sofferenza, alla malattia, al dolore.
Per ora sta mutando il nostro modo di pensare e di praticare la ricerca scientifica e la prassi medica: i fatti sono più veloci delle riflessioni e questo ci espone ad un futuro che non sappiamo prevedere.

Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano