Gli antichi filosofi e l’origine della persona

 Aristide Malnati

Recentemente è stata completata l’edizione del papiro conservato a Strasburgo: contiene un centinaio di versi del poema “Sulla natura” di Empedocle di Agrigento (495-435 a. C.).
La disamina della posizione di quei pensatori presocratici, che pur nella frammentarietà del testo che ci è stato tramandato, lasciano intravedere la riflessione sull’origine della vita umana. E’ ben più di un puro e semplice divertissement erudito anzi è un’operazione ricca di spunti di analisi di grande attualità, soprattutto in seguito all’appuntamento referendario che, per quanto ormai lontano,è ancora al centro di serrati dibattiti politici dalle forti implicazioni etiche.

"(il tutto) ora si accresce fino ad essere uno solo da molti, ora all'incontro sua natura scinde a esser molti da uno" (frammento 17 )

Inevitabile prendere in considerazione come punto di partenza, ma anche come l’autore più fecondo di spunti a riguardo, Empedocle di Agrigento (495-435 a.C.), contemporaneo e interlocutore dei sofisti e di Socrate nel momento in cui la disputa fìlosofìca raggiunse vertici di profondità in seguito mai più
toccati.
La tradizione indiretta dei frammenti delle sue due opere (“Sulla natura” e “Purificazioni”) si presenta spiccatamente eterogenea, dunque rappresentativa di tutte le correnti di pensiero successive e proprio per questo non sospettabile di partigianeria o anche solo di un’interpretazione univoca.
Recentemente è stata completata (con un contributo scientifico in incipit del numero 150 della prestigiosa rivista ZPE) l’edizione del papiro conservato a Strasburgo, che contiene un centinaio di versi del poema “Sulla natura” e costituisce l’unica testimonianza diretta in nostro possesso di parte dell’opera di un filosofo presocratico.
Essa conferma e completa le linee di forza della riflessione empedoclea, che ora possono essere afferrate in un fluire consequenziale e ammirate anche per l’esposizione poeticamente alta e immaginifica.
Si è in grado dunque di capire da questa polimorfia di tradizione diretta e indiretta cosa significa nascita per il filosofo agrigentino?
Quando avviene la scaturigine del “bìos”? A questo proposito è chiarificatrice l’affermazione per cui “nascita non c’è per nessuna delle mortali cose, nè di funesta morte termine alcuno, ma solo mescolanza e scambio degli elementi mescolati c’è: nascita in questo processo è solo il nome in uso tra gli umani” (frammento 8 a pagina 359 de “I presocratici”, a cura di Alessandro Lami, BUR).
Appare fin da subito chiaro il tentativo di combinare filosofie apparentemente opposte, come quelle di Parmenide ed Eraclito: secondo Empedocle l’essere immobile parmenideo presenta un divenire interno, relativo e percettibile dai sensi tanto caro a Eraclito e motore della storia.
Ecco che allora da quattro elementi fondanti a cui è riconducibile tutto il reale (acqua, aria, terra e fuoco) si dirama ogni fenomeno.
Rivelatore della possibile opinione referendaria del filosofo siciliano Empedocle è il frammento 17 (pag.363 della medesima edizione) della sua opera principale (“perì tès physeos”): “( il tutto) ora si accresce fino ad essere uno solo da molti, ora all’incontro sua natura scinde a esser molti da uno”; appare chiarissimo, al di là della formulazione criptica, che si ha nascita, origine di un nuovo essere vivente (ma anche di un nuovo ente) dall’incontro di due esseri (o
enti) a sé stanti.
Ecco che allora con l’ausilio delle acquisizioni della moderna biologia Empedocle non sarebbe stato lontano dall’affermare che “l’identità di ognuno di noi comincia nei pochi secondi in cui si uniscono il gamete femminile e quello maschile. Non dopo!”, che è poi la posizione di coloro che si sono opposti al cambiamento in senso permissivo della Legge 40 del 2004.
Sembra non inutile completare il quadro riportando due affermazioni attribuite al fìlosofo-poeta agrigentino e in qualche modo confermate dai versi del papiro appena edito; esse mettono in evidenza il tentativo di fissare dei punti fermi e riscontrabili oggettivamente alle intuizioni filosofiche.

"in quanto tempo si formano gli esseri viventi all'intemo del grembo? Nel caso degli uomini
principierebbero con l'articolazione del feto a partire dal 36° giorno e si compirebbero per tutte le loro parti a partire dal 49° giorno"
(frammento 83)

Un tentativo che va considerato nei limiti di un razionalismo eccessivo e non supportato allora dall’indispensabile verifica empirica, di cui soffriva la scienza priva del conforto della ricerca tecnologica odierna.
Un tentativo in particolare in campo medico, che forniva quelle basi su cui si sarebbe mosso il movimento ippocratico di lì a poco.
Dice Empedocle: “i feti prenderebbero forma dall’immaginazione della donna nel concepimento” (frammento 81, pagina 343 dell’edizione BUR) e “in quanto tempo si formano gli esseri viventi all’intemo del grembo?
Nel caso degli uomini principierebbero con l’articolazione del feto a partire dal 36° giorno e si compirebbero per tutte le loro parti a partire dal 49° giorno” (frammento 83, pagina 345).
Affermazioni insomma che ben evidenziano un’attenzione estrema per il processo generativo dalla sua origine al suo completamento “ante partum”.
A completamento di simili, dotte osservazioni in cui la filosofia si combina con la scienza (e proprio in virtù di detta irrinunciabile combinazione diven-ta possibile, automatico e doveroso il giudizio etico), resta la curiosità di chiedersi se per il robusto pensiero greco la generazione-nascita fosse accadimento meramente biologico e materialistico o se invece l’"ànthropos" venisse arricchito con una sostanza spirituale, con un’anima.

"i feti prenderebbero forma dall'immaginazione della donna nel concepimento"
(frammento 81,)

E, a tal proposito, ammettendo per correttezza di voler riferire solo la posizione trascendente della filosofìa presocratica, trascurando l’ateismo atomista, che pure fu di importanza capitale - ci viene in soccorso quella linea di pensiero che parte da Pitagora di Samo (580/70 - 480 a.C.) e arriva, attraverso Filolào di Crotone (470-400 a.C.), al Fedone di Platone (428-348 a.C.): è un filo rosso sottile eppure solidissimo, per cui l’anima esiste ed è immortale, in quanto sostanza semplice e quindi non decomponibile e in quanto associabile alla vita e quindi refrattaria ad accogliere la morte, per la teoria che sul piano logico due enti ontologicamente opposti non possono coesistere; e per cui la "psyche" si incarna nel corpo al momento in cui questo comincia ad esistere (il concepimento appunto) per staccarsi nell’attimo esatto del decesso andando a condurre vita a sé.

Aristide Malnati