Un’intervista
al Ministro degli Esteri slovacco Eduard Kukan per capire come
il paese ha vissuto il primo anno dall’entrata nella nuova
Unione a 25.
Passata la paura ma passato anche l’entusiasmo. È
questo, in sintesi, il bilancio del primo anno di appartenenza
all’Unione Europea per la Repubblica Slovacca; a farlo è
Eduard Kukan, Ministro degli Esteri sin dal 1998
e candidato Presidente alle elezioni del 2004 quando fu escluso
dal ballottaggio per un pugno di voti.
Il giudizio di Kukan è tendenzialmente positivo:
“In
definitiva, l’ingresso nell’UE non ha cambiato molto
le condizioni di vita degli slovacchi, la popolazione si aspettava
un drastico aumento dei prezzi ma questo non è avvenuto”.
La difficoltà maggiore è stata determinata dall’approccio
con la struttura della Commissione Europea:
“La burocrazia della Commissione sta creando problemi
anche alla gente comune, agli imprenditori; riuscire ad avere
accesso ai fondi europei è molto più complesso di
quello che si credeva”.
Un segnale chiaro dell’interesse relativo che l’Unione,
per ora, riscuote tra gli slovacchi è dato
dalla scarsissima partecipazione alle elezioni per il Parlamento
di Strasburgo lo scorso anno: solo il 18% circa dei cittadini
sono andati a votare.
“Lo scorso anno ci sono state troppe elezioni e
la gente era stanca di votare”, Kukan cerca di
giustificare così i propri concittadini, con un poco d’imbarazzo
e dimenticando che la percentuale dei votanti al referendum per
sancire l’ingresso in Europa era stata del 52%, appena sopra
il quorum, nonostante un battage pubblicitario di notevole entità.
L’europeismo moderato del ministro si riflette anche nel
suo atteggiamento nei confronti della
moneta unica:
“Per l’ingresso nell’area dell’Euro,
realisticamente, dobbiamo dire che non siamo ancora pronti. D’altro
canto neanche vogliamo entrare troppo presto, vogliamo prepararci
in maniera adeguata. Una data possibile potrebbe essere il 2009
ma senza forzare in nessun modo i tempi”.
La stessa prudenza Kukan la manifesta parlando di una possibile
candidatura della vicina Ucraina, ingresso caldeggiato nelle ultime
settimane dalla Polonia:
“Certo che appoggeremo l’ingresso dell’Ucraina
nell’UE ma senza fretta, ora sarebbe prematuro parlarne.
Naturalmente siamo soddisfatti per i recenti cambiamenti politici
avvenuti nel paese ma non faremo nessuno sforzo particolare per
favorire i nostri vicini, devono prima dimostrare la stabilità
dei loro cambiamenti e il reale desiderio di entrare a far parte
dell’UE”.
Dall’Ucraina il discorso si sposta in maniera naturale all’altro
grande vicino: la Russia.
Forte del fatto che Bratislava ha ospitato recentemente il vertice
Bush-Putin, Kukan disegna un
ruolo attivo del suo paese nel promuovere il dialogo tra UE e
Russia:
“Per l’Europa è necessario sviluppare
buone relazioni con Mosca e la Slovacchia può essere d’aiuto
nel favorire il dialogo conoscendo molto bene i russi e avendo
sempre conservato buoni rapporti”.
Un dialogo costante e costruttivo lo auspica anche tra l’UE
e gli USA:
“Rifiutiamo l’accusa mossaci da alcuni dei
partners europei di essere troppo amici degli americani. Il mio
paese, come gli altri nove recentemente entrati nell’Unione,
si è trovato a farlo in un momento particolarmente difficile
per la vita politica dell’Europa, a causa della spaccatura
provocata dalla situazione irachena. Ci è subito stato
chiesto di fare una scelta di campo e noi l’abbiamo fatta
tenendo conto anche delle buone relazioni di partnership e cooperazione
che abbiamo con gli Stati Uniti”.
L’entusiasmo moderato (se non scarso) del governo slovacco
nei confronti del futuro dell’UE emerge nelle parole di
Kukan a proposito della nuova Costituzione Europea:
“Non credo che si d
ebba
arrivare per forza ad avere una politica estera e difensiva comuni
ma almeno la figura di un ministro degli esteri dell’UE
può aiutare a coordinare le azioni e soprattutto a smussare
le differenze. Certo, la nuova Costituzione può aiutare
in questo senso ma che ci vorrà del tempo prima di vedere
dei progressi, diversi anni”.
L’ottimismo torna però nelle parole del ministro
quando il discorso si sposta sulla situazione economica della
Slovacchia, settore in cui il governo adotta una linea schiettamente
liberista:
“Le riforme attuate dal governo a partire dal ‘98
e, in particolare, da dopo le elezioni del 2002 hanno radicalmente
modificato la situazione economica del paese. Prima gli investimenti
stranieri andavano soprattutto in Repubblica Ceca e Ungheria,
ora arrivano da noi portando più lavoro e riducendo il
tasso di disoccupazione: il PIL nell’ultimo anno è
cresciuto del 5%. È vero che l’introduzione della
flat tax ha avuto un impatto molto forte sulle classi più
deboli e che per molti cittadini è dura sopportarne le
conseguenze ma col tempo questa politica porterà vantaggi
a tutti”.
Il problema del governo è che di tempo non ce n’è
molto, alla fine dell’anno sono previste le elezioni regionali
e nel 2006 quelle politiche.
“Già il prossimo anno la gente sarà
meno arrabbiata perché l’impatto delle riforme inizierà
a farsi sentire. Certo che è difficile, in un paese come
il nostro, per una parte politica ottenere il terzo mandato consecutivo
ma la nostra fortuna è data dal fatto che l’opposizione
non riesce a trovare l’unità”.
La fiducia di Kukan nel ripetersi della vittoria elettorale sembra
non fare i conti con l’attuale opinione della gente che
all’80% si dichiara insoddisfatta dalle riforme economiche.
L’ingresso di capitali stranieri e in particolare l’apertura
di due grandi fabbriche di automobili (la Slovacchia ha il record
mondiale di produzione d’auto pro capite) non sembrano aver
risolto il problema del lavoro. Se a Bratislava il tasso di disoccupazione
è intorno al 3%, nel resto del paese è superiore
al 20% e mediamente si situa intorno al 18%. Come mi dice Ivan
Secik dirigente della Radio pubblica: “La Slovacchia
per ora offre mano d’opera specializzata a stipendi bassi
ma presto l’Ucraina ci rimpiazzerà con i suoi stipendi
ancora più bassi e la Kia e la Peugeot non ci metteranno
molto a spostare la produzione. Intanto, l’istruzione, la
sanità,
l’acqua, il gas e l’elettricità costano sempre
più care”.
Le privatizzazioni hanno già coinvolto questi ultimi settori,
con il gas in mano a un consorzio franco-russo-tedesco e la compagnia
elettrica acquistata dalla nostra Enel. La vendita di imprese
strategiche dal punto di vista economico e produttivo a imprese
straniere non sono state semplici ma il governo continua con decisione
sulla via scelta.
“La vendita all’Enel ha causato una discussione
molto lunga e molto dura all’interno del governo, –
dice il ministro Kukan – alla fine hanno anche contato le
eccellenti relazioni che abbiamo da tempo con l’Italia e
la forte cooperazione economica tra i due paesi. Qui da noi l’Italia
è molto popolare”.
Quello che Kukan non dice è quale sarà il costo
di queste privatizzazioni per la gente comune e come potrà
essere l’impatto a livello elettorale. Forse perché
nel paese gira voce che il suo partito (lo SDKU, lo stesso del
premier Dzurinda) sia già pronto per un’alleanza
con una delle grandi figure dell’opposizione, quel Meciar
che fino al ’98 era accusato di essere troppo filorusso
e inviso a Washington tanto da essere paragonato a Milosevic.
Andrea Malnati
Osservatorio Università di Pavia