Cercando, come Erodoto,
di essere un cronista, Kapuscinski ha evitato, fin dove e come
ha potuto, le insidie del giornalismo partigiano e ideologicamente
orientato.
Stenio Solinas
A
vent’anni il polacco Ryszard Kapuscinski si ritrovò
scaraventato in India con l’ambiziosa qualifica di inviato.
Non era mai uscito dal suo Paese, non conosceva nessuna lingua
straniera, erano gli anni dell’immediato dopoguerra, la
“cortina di ferro” già in funzione, l’Europa
orientale un concentrato di sospetti e timori in cui la libertà
di stampa era ritenuto un pregiudizio borghese, la circolazione
dei libri e delle idee un pericoloso lusso intellettuale. Ciò
che il giovane Ryszard voleva era “varcare la frontiera”:
non gli interessava una frontiera in particolare, non sognava
l’Occidente, non smaniava per una capitale importante.
L’unica cosa che contava per lui era essere “altrove”.
Fu accontentato. “In viaggio con Erodoto” (Feltrinelli
editore, 252 pagine) è il racconto di come Kapuscinski
divenne quello che oggi è, probabilmente il miglior reporterscrittore
in circolazione, autore di saggi che spaziano dall’Africa
all’America latina, testimone della caduta del Negus, del
colpo di Stato in Algeria ai tempi di Ben Bella, della fine dello
Scià, della
dissoluzione dell’Unione Sovietica… Ma la particolarità
di questo libro sta nel fondere testimonianze e memorie professionali
con una sorta di educazione intellettuale, la crescita e il formarsi,
cioè, di una vocazione, l’analisi degli strumenti
che la resero possibile.
Condannato in qualche modo dal Paese d’origine e dal regime
in cui si trovò a crescere, Kapuscinski riusciì
ad evaderne con una spericolata capriola intellettuale all’indietro,
un tuffo nel passato che gli permetteva di tenere il presente,
con tutto il suo corteo di dittatura, censura, propaganda, a debita
distanza. Erodoto, il grande storico dell’Antica Grecia,
fu il suo mentore, la sua guida e il suo esempio. Così
come questi aveva usato la lingua franca della sua epoca, il greco,
appunto, per muoversi in territori a lui ignoti, il suo emulo
polacco si diede allo studio solitario e disperato della lingua
franca, l’inglese, che il suo tempo gli offriva. Nello stesso
modo in cui il primo allineava le fonti, riportava i giudizi,
comparava, così il secondo si dedicò alla ricerca
di informazioni, al contatto con la gente, alllo studio degli
usi e dei costumi dei popoli nei quali via via si trovava immischiato.
Il lavorare per una agenzia di stampa gli permise si dipanare
la notizia dal commento, di far emergere l’asetticità
lasciando che la comprensione dei fenomeni e degli uomini andasse
a ingrossare taccuini di appunti che in seguito sarebbero divenuti
libri. Cercando, come Erodoto, di essere un cronista, Kapuscinski
evitò, fin dove e come potè, le insidie del giornalismo
partigiano e ideologicamente orientato.
Coltivando in proprio l’ambizione dello storico grazie a
essa potè, nel tempo, ritornare su argomenti e temi tabù
e renderli con uno stile espressivo di tutto rispetto e una profondità
di analisi invidiabile.
Ossessionati
dall’idea del villaggio globale, tramortiti dall’eccesso
di informazione, cloroformizzati dallo strapotere delle
immagini, abbiamo via via perduto l’idea che il racconto
di quanto accade intorno a noi possa ancora avere un senso
e un significato.
Una spericolata capriola intellettuale all’indietro, abbiamo
detto in precedenza. E’ Kapuscinski
stesso a spiegarcela, rifacendosi a un passo di T.S. Eliot. “Nella
nostra epoca - scrive quest’ultimo – in cui la gente
tende sempre più a confondere la saggezza con il sapere
e il sapere con l’informazione, e in cui si cerca di risolvere
i problemi esistenziali in termini meccanicistici, nasce un nuovo
tipo di provincialismo che merita un nome nuovo. E’ un provincialismo
relativo non allo spazio bensì al tempo, che considera
la storia una pura e semplice cronaca degli accorgimenti umani
i quali, una volta compiuta la loro funzione, dono finiti nella
spazzatura; un provincialismo secondo il quale il mondo è
una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono
quote di mercato”.
Il “provincialismo del tempo” fu quello contro cui
Kapuscinski si battè, l’idea cioè che soltanto
l’oggi serva e spieghi ciò che succede, comprimendo
e annullando così la storia e quindi la vita. Al contrario,
sapere ciò che è stato, non accontentarsi di ciò
che si ha di fronte, permette non solo di riannodare i fili della
storia, ma di uscire dalla dittatura dell’hic et nunc che
è una dittatura non solo intellettuale ma anche ideologica,
tesa cioè a valutare l’agire umano in funzione del
potere costituito in quel momento vigente. In pratica Kapuscinski
riuscì ad evadere dalla prigione del socialismo reale e
della sua visione del mondo avendo ben chiaro il fluire della
storia, con le sue ripetizioni e le sue digressioni, i salti e
le fasi di stallo, le miserie e le grandezze umane, le inutili
crudeltà e i gesti di eroismo e di compassione.
Conoscere ciò che era stato gli impedì di fossilizzarsi
su ciò che era e di pensare che solo nel presente si esaurisse
la sua umanità.
Naturalmente In viaggio con Erodoto non è uno studio accademico
o l’omaggio sentimentale a un autore molto amato. L’idea
che lo guida è che Erodoto sia stato non tanto e non solo
uno storico, quanto il primo vero reporter della storia: il suo
bisogno di viaggiare, toccare con mano, raccogliere dati, confrontarli
ed esporli, con tutte le necessarie riserve che è giusto
nutrire riguardo alla storia riferita da altri, fa di Erodoto,
dice Kapuscinski, un giornalista a pieno titolo. Ma nel libro
c’è anche qualche cosa di più e che vale la
pena di sottolineare. La convinzione di Erodoto, nota il suo emulo
contemporaneo, è quella a cui noi moderni “non crediamo
più: che il mondo si possa descrivere”.
Ossessionati dall’idea del villaggio globale, tramortiti
dall’eccesso di informazione, cloroformizzati dallo strapotere
delle immagini, abbiamo via via perduto l’idea che il racconto
di quanto accade intorno a noi possa ancora avere un senso e un
significato. Nell’illusione di conoscere tutto, non ci rendiamo
conto che in realtà sappiamo veramente molto poco, nella
pretesa che il mondo sia a portata di mano ci sfugge la complessità
del mondo stesso, la molteplicità che esso nasconde, l’impasto
variegato di cui è fatto. Ogni sconvolgimento, ogni cambiamento,
ogni ribollire ci coglie così impreparati: avendo deciso
che nulla può più stupirci, in realtà finiamo
ogni volta preda di uno stupore che cerchiamo di esorcizzare sulla
base di idee ricevute, stereotipi, interpretazioni di comodo.
Al contrario, soltanto il racconto di ciò che intorno a
noi si svolge è ancora in grado di darci, se non un’interpretazione,
una rappresentazione di quanto ci circonda.
E la forza evocativa della parola scritta è ancora l’unica
in grado di trasmetterci quelle emozioni durature che la potenza
visiva delle immagini non riesce a eguagliare. Certo, perché
ciò accada è necessaria una qualità di scrittura
alta, laddove all’immagine basta una fotografia fedele dell’avvenimento.
“Scrivere – nota Kapuscinski – sembra un’occupazione
facile. Chi la pensa in questo modo dovrebbe tener presente la
frase di Thomas Mann, secondo il quale “lo scrittore è
un uomo a cui scrivere riesce più difficile che agli altri”.
Costruito in forma rapsodica, In viaggio con Erodoto racconta
retroscena inediti della biografia del suo autore, ne ripercorre
le vicende dall’infanzia povera a quando, appena laureato,
si ritrovò a viaggiare, spaesato, in continenti sconosciuti.
Narra dei viaggi in Africa, Egitto, Iran, poi di nuovo in Africa,
rievocando contesti storici e avvenimenti privati. Ci rivela le
difficoltà incontrate di fronte alla vastità della
materia da dominare, interpretare e giudicare. Punto di riferimento,
livre de chevet, Le Storie, appunto, di Erodoto, ovvero il microcosmo
delle passioni umane e il macrocosmo delle vicende storiche. Un
Erodoto che appare e che scompare, che viene chiamato a descrivere
i meccanismi dell’animo umano, le sue grandezze, i suoi
errori.
Scritto in una forma discorsiva e piana, quasi fosse un racconto
fra amici, intorno a un fuoco, il libro brilla per squarci poetici
disseminati con mano felice quando meno te lo aspetti. Un viaggio
a Bodrum, l’antica Alicasrnasso che diede i natali a Erodoto,
è il pretesto per una visita al castello di San Pietro,
risalente al tempo dei Crociati e ora sede di un Museo di archeologia
sottomarina.
“La parte più impressionante è l’anfratto
buio e misterioso come una grotta dove, su tavoli, bacheche e
ripiani, giacciono piccoli oggetti in vetro ripescati dal mare.
Finché la sala è aperta e inondata dalla luce del
sole, non si vedono. Al calar della sera, quando si fa buio e
le porte si chiudono, il custode gira l’interruttore. All’interno
degli oggetti si accende una piccola lampadina, i fragili vetri
opachi rivivono. Sembra di stare a un banchetto di Poseidone.
Siamo nelle tenebre, circonfusi di luce”.