Volley ricaricabile

Paolo Ghisoni

I perché di una scuola vincente che indipendentemente da campioni o da nuove leve, è in grado di auto rigenerarsi.
Quando un movimento sportivo sa solo vincere con una continuità impressionante negli anni si può tranquillamente parlare di ciclo. Ma se la durata di tali trionfi si protrae, dilatandosi, per decenni, ecco che spunta una parolina che nella eccezione sportiva ha una valenza assolutamente positiva: dominio.
Quello dell'Italia della pallavolo ormai dura da quasi un trentennio. E senza contare manifestazioni collaterali ugualmente prestigiose ma non di valenza ufficiale (World League o Giochi del Mediterraneo) ecco che salgono a dieci le medaglie d´oro della corazzata azzurra dal 1989 ad oggi, tra campionati del mondo e continentali.
Un traguardo raggiunto dopo il primo posto (per la sesta volta) ai campionati europei 2005 svoltisi a Roma, dove il sestetto di Montali ha sancito una supremazia non più cosi scontata. E lo ha fatto coinvolgendo un pubblico entusiasta non solo numericamente (15mila persone presenti alla finale contro la Russia) ma anche e soprattutto testimone e sostenitore di un modello vincente/alternativo ai super celebrati idoli del pallone. In sintesi, per buttarla sul filosofico, nel volley si tratta di schiacciare la palla a terra.
Mentre attualmente il calcio sta cercando una serie di contromisure per non finire schiacciato (tra scandali calcio scommesse, casi di doping più o meno conclamati, bilanci truccati).
Basta però una semplice analisi di quello che è e rappresenta il modello pallavolistico nostrano per capire quanta, ma soprattutto, quale distanza lo separi da un mondo agonistico avvelenato quasi quotidianamente.
Si parte da una concomitanza di fattori che poi arrivano semplicemente a spiegare il perché di una scuola vincente che ormai, indipendentemente da campioni o da nuove leve, è in grado di auto rigenerarsi (o per usare un termine tanto caro nel gergo della telefonia mobile, auto ricaricarsi).
Il primo e certo più rilevante risiede nell'esser riusciti a inculcare nei protagonisti che si alternano in maglia azzurra una mentalità comunque vincente evitando di pensare e lasciar credere che esistano eroi insostituibili. Il progetto, oltre allo spirito di emulazione, si basa su una sorta di specializzazione universitaria, dove gli attuali numeri uno fanno da chioccia, consigliando e facendo crescere come atleti, i futuri eredi. Il messaggio è chiaro; Un trionfo, fatto di sacrifici, errori ma soprattutto correzioni, è insomma un patrimonio da conservare e tramandare ma assolutamente da non disperdere. Nessun spazio a gelosie o invidie personali per ingaggi più o meno alti o per un utilizzo maggiore o minore. Conta il gruppo, la solidità del collettivo, che si crea aiutandosi a vicenda. Altro punto base, proprio la cultura personale media di ogni campione.
Sarà un caso ma sembra proprio che i pallavolisti abbiano trovato un'ottima abitudine per riempire il proprio tempo libero. Uno su quattro va all'università o meglio ha già ottenuto una laurea. Un dato fantascientifico se rapportato alla media applicabile ad altre discipline. Pensate cosa potrebbe uscire da un’ indagine simile condotta nell'ambiente calcistico..
Il punto centrale in fondo è proprio questo: un atleta che ha come preoccupazione quotidiana quella non di isolarsi, al contrario di creare attenzione attorno al proprio mondo è anche stimolato allo studio di soluzioni che portino al fine.
Nulla di scandaloso allora scoprire che l'interesse per marketing, rapporto coi media, strategie di comunicazione o aspetti psicologici dell'agonismo finiscano per essere poi specializzazioni o futuri impieghi per più di un ex-giocatore o allenatore di volley (Velasco, Bertoli, Zorzi, etc). Un mondo così poi, con società che mirano a bilanci sani, a creare modelli "puliti", è normale che poi finisca per meritarsi tutto quello di positivo che gli capita. Se a fine settembre i dati rivelano che crescono esponenzialmente gli spettatori nei palazzetti (quando di contro gli stadi si svuotano) e gli sponsor hanno ritorni praticamente raddoppiati ad ogni investimento mirato nell'ambiente, ci sarà pur un motivo; che, badando al sodo, può essere sintetizzato nel piacere di metter soldi dove non esistono insulti razziali, tafferugli sugli spalti nè tanto meno razzi che fendono l'aria da un settore all'altro..
A buon intenditore poche parole. E soprattutto viene da chiosare "chi è cagione del proprio mal, pianga se stesso."

Paolo Ghisoni