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perché di una scuola vincente che indipendentemente da
campioni o da nuove leve, è in grado di auto rigenerarsi.
Quando un movimento sportivo sa solo vincere con una
continuità impressionante negli anni si può tranquillamente
parlare di ciclo. Ma se la durata di tali trionfi si protrae,
dilatandosi, per decenni, ecco che spunta una parolina che nella
eccezione sportiva ha una valenza assolutamente positiva: dominio.
Quello dell'Italia della pallavolo ormai dura da quasi un trentennio.
E senza contare manifestazioni collaterali ugualmente prestigiose
ma non di valenza ufficiale (World League o Giochi del Mediterraneo)
ecco che salgono a dieci le medaglie d´oro della corazzata
azzurra dal 1989 ad oggi, tra campionati del mondo e continentali.
Un traguardo raggiunto dopo il primo posto (per la sesta volta)
ai campionati europei 2005 svoltisi a Roma, dove il sestetto di
Montali ha sancito una supremazia non più cosi scontata.
E lo ha fatto coinvolgendo un pubblico entusiasta non solo numericamente
(15mila persone presenti alla finale contro la Russia) ma anche
e soprattutto testimone e sostenitore di un modello vincente/alternativo
ai super celebrati idoli del pallone. In sintesi, per buttarla
sul filosofico, nel volley si tratta di schiacciare la palla a
terra.
Mentre attualmente il calcio sta cercando una serie di contromisure
per non finire schiacciato (tra scandali calcio scommesse, casi
di doping più o meno conclamati, bilanci truccati).
Basta però una semplice analisi di quello che è
e rappresenta il modello pallavolistico nostrano per capire quanta,
ma soprattutto, quale distanza lo separi da un mondo agonistico
avvelenato quasi quotidianamente.
Si parte da una concomitanza di fattori che poi arrivano semplicemente
a spiegare il perché di una scuola vincente che ormai,
indipendentemente da campioni o da nuove leve, è in grado
di auto rigenerarsi (o per usare un termine tanto caro nel gergo
della telefonia mobile, auto ricaricarsi).
Il primo e certo più rilevante risiede nell'esser riusciti
a inculcare nei protagonisti che si alternano in maglia azzurra
una mentalità comunque vincente evitando di pensare e lasciar
credere che esistano eroi insostituibili. Il progetto, oltre allo
spirito di emulazione, si basa su una sorta di specializzazione
universitaria, dove gli attuali numeri uno fanno da chioccia,
consigliando e facendo crescere come atleti, i futuri eredi. Il
messaggio è chiaro; Un trionfo, fatto di sacrifici, errori
ma soprattutto correzioni, è insomma un patrimonio da conservare
e tramandare ma assolutamente da non disperdere. Nessun spazio
a gelosie o invidie personali per ingaggi più o meno alti
o per un utilizzo maggiore o minore. Conta il gruppo, la solidità
del collettivo, che si crea aiutandosi a vicenda. Altro punto
base, proprio la cultura personale media di ogni campione.
Sarà un caso ma sembra proprio che i pallavolisti abbiano
trovato un'ottima abitudine per riempire il proprio tempo libero.
Uno su quattro va all'università o meglio ha già
ottenuto una laurea. Un dato fantascientifico se rapportato alla
media applicabile ad altre discipline. Pensate cosa potrebbe uscire
da un’ indagine simile condotta nell'ambiente calcistico..
Il punto centrale in fondo è proprio questo: un atleta
che ha come preoccupazione quotidiana quella non di isolarsi,
al contrario di creare attenzione attorno al proprio mondo è
anche stimolato allo studio di soluzioni che portino al fine.
Nulla
di scandaloso allora scoprire che l'interesse per marketing, rapporto
coi media, strategie di comunicazione o aspetti psicologici dell'agonismo
finiscano per essere poi specializzazioni o futuri impieghi per
più di un ex-giocatore o allenatore di volley (Velasco,
Bertoli, Zorzi, etc). Un mondo così poi, con società
che mirano a bilanci sani, a creare modelli "puliti",
è normale che poi finisca per meritarsi tutto quello di
positivo che gli capita. Se a fine settembre i dati rivelano che
crescono esponenzialmente gli spettatori nei palazzetti (quando
di contro gli stadi si svuotano) e gli sponsor hanno ritorni praticamente
raddoppiati ad ogni investimento mirato nell'ambiente, ci sarà
pur un motivo; che, badando al sodo, può essere sintetizzato
nel piacere di metter soldi dove non esistono insulti razziali,
tafferugli sugli spalti nè tanto meno razzi che fendono
l'aria da un settore all'altro..
A buon intenditore poche parole. E soprattutto viene da chiosare
"chi è cagione del proprio mal, pianga se stesso."
Paolo Ghisoni