E’ compito dell’Unione
Europea monitorare i diritti delle donne, affinché ci sia
affermazione per la garanzia dei diritti umani e il miglioramento
della condizione femminile
Il binomio donna-salute ha, da sempre, caratterizzato la politica
dell’Unione Europea, tanto da essere oggetto di tutela e
di salvaguardia da parte delle legislazioni nazionali e dell’ordinamento
comunitario. Tra le disposizioni dei Trattati Europei, l’interesse
verso il concetto "Salute" è divenuto un tema
rilevante nel processo di integrazione e di formazione dell’Europa
unita, un processo denso e complesso che ha una storia lunga di
cinquant’anni. Partirò, quindi, dal concetto di non
discriminazione, dal suo percorso storico-ideologico-evolutivo,
dal quale emerge la dualità concettuale che lo caratterizza,
che proverò ad analizzare in un contesto comunitario.
Il principio di parità tra uomo e donna ha trovato ospitalità,
sin dal 1957, nel Trattato di Roma, in particolare nell’art.
141 che ha sancito uguaglianza retributiva in regime di parità.
Parità e uguaglianza sono concetti oramai presenti nelle
legislazioni dei vari Paesi e sono diventati un obiettivo di comune
realizzazione per tutte le nazioni. Il termine "Uguaglianza"
non è estraneo al nostro ordinamento, il quale prevede
(all’art. 3 della Costituzione), che "tutti i cittadini
hanno pari dignità sociale dinanzi alle legge, senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali". I diversi ordinamenti
europei, però, sono caratterizzati da variegati percorsi
legislativi, influenzati principalmente da radici culturali, storiche
e ideologiche che hanno indotto a perseguire fini e priorità
differenti, creando spaccature all’interno di ogni Paese
membro, facendo in modo che i diritti e i doveri vengano percepiti
in modo eterogeneo nell’involucro della grande nazione Europa.
L’obiettivo fondamentale è creare un’unità
che vada al di là di pacifici rapporti economici e politici
e che sconfini in un freddo scenario di uguaglianza socio-culturale
appiattita su se stessa.
Palestra
universitaria è uno spazio destinato agli elaborati
di particolare interesse preparati da studenti universitari
e segnalati dai docenti delle facoltà. Questo spazio
è utilizzato anche per la presentazione di abstract
delle tesi meritevoli inerenti la sanità. Pubblichiamo
questo mese il lavoro di Federica Orrico. |
L’attuale Costituzione europea approvata,
a Roma il 29 Ottobre 2004, rappresenta una tappa fondamentale
nella realizzazione della parità e dell’uguaglianza.
La parte della suddetta Costituzione dedicata alla "Uguaglianza"
è il Titolo III, parte II. Essa vieta all’art. 21
qualsiasi forma di discriminazione, ma ancora di più, nello
specifico l’art. 23 dello stesso Titolo sancisce "la
parità tra uomo e donna in tutti i campi".
Il processo dell’evoluzione dei concetti di uguaglianza
e parità dei diritti è basilare per il progresso
di ogni società. In Italia la lotta per la libertà,
l’emancipazione e la parità sostanziale sono da ricondurre
nei movimenti femministi, nati a cavallo degli anni 60 e 70. La
concezione tradizionale dei ruoli maschili e femminili pone la
donna in posizione subalterna all’uomo e tutto ciò
ha condotto il genere “donna” a sconfiggere le differenze
e, quindi, a conquistare la propria emancipazione. Nel mondo occidentale,
in quegli anni, i movimenti femministi rincorrevano la possibilità
di decidere autonomamente della propria vita, riguardo al lavoro,
alla famiglia e alla maternità.
Gli obiettivi raggiunti nel nostro Paese possono riassumersi in
alcuni traguardi fondamentali che portarono a un cambiamento del
ruolo della donna nella società: il diritto di voto ottenuto
nel 1945, la legge 1204/71 sulla tutela delle lavoratrici madri,
la legge sul divorzio del 1970, la legge 903/77 sulla parità
di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, la legge
194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza.
Queste leggi rappresentano un piccolo excursus legislativo che
ha inciso sul cambiamento della nostra società e ha raggiunto
la sua massima espressione con la caduta dell’ultimo ostacolo
dell’esclusione delle donne in campo militare. Ben
lontano, invece, da una reale e sostanziale parità è
il Paese turco, futuro membro dell’UE, esempio più
evidente di legislazione dura e inflessibile che si scontra con
i principi universali dell’uomo che ha difficoltà
a far parte del contesto democratico europeo. Difatti,
questo Paese è caratterizzato da un ostile considerazione
dei valori di pace e giustizia che sono fortemente sentiti dagli
attuali Paesi membri. Uno Stato, dunque, retto da leggi lacunose
che determinano un deficit di democrazia intollerabile e il ruolo
della donna nella vita sociale economica e politica costituisce
un tema fondamentale che merita per questo particolare attenzione.
I diritti delle donne e la parità dei sessi sono condizioni
necessarie che la Turchia deve accettare nel quadro del processo
d’adesione. Infatti, le donne in questo Paese subiscono
molta violenza, hanno scarsa partecipazione politica e accusano
molte difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro.
È compito dell’Unione Europea monitorare i diritti
delle donne, affinché ci sia affermazione per la garanzia
dei diritti umani e il miglioramento della condizione femminile.
La responsabilità politica dell’UE è operare
per la democratizzazione della Turchia, affacciandosi su una nuova
politica internazionale e verso un mondo islamico moderato. Garantire
pari diritti e pari accesso alle risorse e opportunità
alle donne è fondamentale, anche se spesso non si realizza
un effettiva uguaglianza a causa della differenza di genere che
influisce sulla loro salute.
La Salute è un diritto fondamentale ed è parte integrante
per tutti i 25 Paesi che trova tutela nella Costituzione europea,
in particolare nell’art. 35 che sancisce:"ogni individuo
ha diritto ad accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere
cure mediche alle condizioni stabilite dalle legislazioni e prassi
nazionali".
L’azione comunitaria è concreta ed efficace per progettare
e realizzare il miglioramento del bene "Salute" e, affinché
gli obiettivi siano raggiunti, le azioni devono essere collettive
e, soprattutto, caratterizzate da un agire basato su un rapporto
di reciprocità e di assoluta parità tra uomini e
donne.
Il Trattato rappresenta un evento storico per la costruzione dell’identità
europea, basata su valori comuni, nell’integrazione delle
differenze e nella tutela delle identità nazionali. In
breve, ha l’obiettivo di creare l’unità nella
diversità.
L’importanza del riconoscimento dei diritti merita attenzione
e non una semplice e superficiale enunciazione, ma deve sottolineare
le specifiche tematiche che sono contenute nella stessa e ricalcare
il significato dei diritti, conferendo loro valore giuridico e
non solo simbolico, per una convivenza serena nell’Europa
delle persone.
Le
mutilazioni sessuali femminili sono una pratica crudele
e, come è scritto in una dichiarazione dell’Organizzazione
mondiale della sanità, “costituiscono una violazione
dei diritti umani fondamentali, quali il diritto a ottenere
il più alto livello
possibile di salute fisica e mentale e il diritto alla sicurezza
della persone”. |
Nel maestoso tempio del diritto comunitario il
binomio donna-salute si esplica nel contenuto normativo di tutela
in una democrazia pluralista. Ma cos’è la parità
in rapporto alla Salute? Essa si realizza allorquando ci si trovi
di fronte ad una norma non più scritta al maschile, che
tenga conto della diversità fisiologica e di tutte quelle
che tipizzano l’essere Donna in una cultura definita da
un vocabolario anch’esso concepito al maschile.
Un esempio di Salute senza sesso lo si trova nella Costituzione
europea. Dalla sua lettura complessiva emerge una tutela non più
discriminata, una tutela della Salute che abbraccia l’essere
umano in quanto tale, non più differenziato in sesso, razza,
età ed economia.
L’articolo 1-2 del Trattato definisce i valori comuni che
sono condizione di appartenenza all’UE e, dunque, fondativi
dell’identità europea: "L’Unione si fonda
sui valori della dignità umana, della libertà, della
democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei
diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a
una minoranza. Questi valori sono comuni agli Stati membri in
una società fondata sul pluralismo, sulla non discriminazione,
sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e
sulla parità "tra donne e uomini".
La Carta enuncia tutti i diritti che devono essere garantiti alle
persone, accorpando in un unico e grande testo normativo diritti
civili, economici, sociali e politici. In tal modo offre tutela
legislativa alla Salute in un’ottica comunitaria, condizionando
gli Stati membri, in tal senso, nel processo di adeguamento dei
rispettivi ordinamenti nazionali.
Milioni
di donne nel mondo vengono mutilate ogni anno e anche lontano
dal Paese d’origine continuano ad essere infibulate
illegalmente nei paesi in cui emigrano. Basti pensare che
in Italia vivono circa 38 mila donne infibulate, in quanto
appartenenti a comunità in cui vengono praticate
le mutilazioni. |
Spesso, però, si nota un conflitto tra
il rispetto dei diritti umani e il rispetto dei valori di una
cultura a noi lontana. In molti Paesi la donna è considerata
una creatura "subordinata". Tra le pratiche di sottomissione
praticate nel mondo, una delle più terrificanti è
quella dell’infibulazione che si inserisce nel contesto
culturale della società tradizionale musulmana.
L’aspetto più raccapricciante di questa pratica è
constatare come si sia radicata, nel corso degli anni, fino a
diventare non solo una violenza fisica, ma psicologica, in quanto
considerata dallo stesso genere femminile necessaria per vivere
ed essere accettate. Tradizioni antiche, convinzioni, che "proteggono"
la donna garantendo la castità e la fedeltà, rafforzando
il ruolo di conservatrice del patrimonio culturale assumendo un
atteggiamento di sottomissione e inferiorità. La donna
perde la propria individualità e i propri diritti fondamentali
per salvaguardare l’onore e l’integrità familiare:
una donna, dunque, privata della propria essenza
di essere donna.
Milioni di donne nel mondo vengono mutilate ogni anno e anche
lontano dal Paese d’origine continuano ad essere infibulate
illegalmente nei paesi in cui emigrano. Basti pensare che in Italia
vivono circa 38 mila donne infibulate, in quanto appartenenti
a comunità in cui vengono praticate le mutilazioni.
Nella legislazione italiana non esistono norme specifiche che
vietano la mutilazione genitale, ma vengono applicati gli articoli
582 e 583 del Codice penale relativi alle lesioni personali. Tuttavia
anche se l’effettuazione di queste pratiche sono penalmente
perseguibili, si calcola che migliaia di bambine nel nostro Paese
abbiano subito mutilazioni. Al fine di garantire l’effettivo
rispetto del diritto alla dignità personale e all’integrità
fisica e morale si è ritenuto opportuno emanare una proposta
di legge per una specifica regolamentazione di queste pratiche
"disumane" che non possono conciliarsi con la cultura
italiana. La legge n. 150 prevede l’esplicito divieto di
praticare qualunque tipo di mutilazione e si rischia dai 6 ai
12 anni di carcere ai 10 anni di interdizione all’esercizio
della professione per chi le pratica, anche se la vittima è
consenziente.
Le mutilazioni sessuali femminili sono una pratica crudele e,
come è scritto in una dichiarazione dell’Organizzazione
mondiale della sanità, "costituiscono una violazione
dei diritti umani fondamentali, quali il diritto a ottenere il
più alto livello possibile di salute fisica e mentale e
il diritto alla sicurezza della persone". Nessuna giustificazione
può attenuare la condanna morale per chi la pratica.
In una Europa unita e senza frontiere, la convivenza tra le varie
etnie si rende possibile e diventa una reale prospettiva solo
quando si ha in comune una "scatola di valori", condivisi
e accettati da tutti. Il "valore", però, spesso
non mantiene la prerogativa dell’universalità. Infatti,
quando esso si traduce in pratiche disumane, come appunto le mutilazioni
sessuali, questo genera un forte senso di rifiuto e aberrazione.
In concomitanza a questi usi culturali arretrati, osserviamo che
nella civiltà occidentale, come nel nostro paese si propongono
e si emanano leggi che accelerano il progresso sociale e tecnologico.
Un esempio evidente e recente è la legge n. 40 del 19 Febbraio
del 2004 che ha fissato le regole per gli interventi medici di
assistenza alla riproduzione umana. Il forte contenuto del tema
etico-giuridico ha suscitato molte polemiche ed ha messo in evidenza
posizioni divergenti.
L’appello degli scienziati e dei medici è stato quello
di dire si alla vita e alla liberta di ricerca, alla laicità
dello Stato e alla libertà di coscienza e i cattolici legati
agli antichi valori che hanno gridato il loro no a una maternità
artificiale.
La sconfitta del referendum ha messo in evidenza una forte vittoria
della coscienza e della morale cattolica, che rappresenta un punto
di riferimento e un vocabolario uguale per tutti. Difatti la morale
cristiana di fronte a nuovi dilemmi etici ha risposto con un forte
astensionismo per paura di perdersi lungo una strada sconosciuta,
caratterizzata da domande
inedite di difficile comprensione. La norma, quindi, dettata da
una vigorosa coloritura etica, è stata oggetto di pesanti
giudizi che hanno messo in risalto una preoccupazione di carattere
generale riguardo all’insorgenza
di fenomeni di un turismo procreativo.
Appare evidente che, ancora oggi, non disponiamo di valori
unici che orientano i comportamenti dei singoli verso un’idea
di opinione comune sui concetti di differenze di genere e parità
anche in tema di salute.
Ed è proprio da questi discordanti codici morali che bisogna
partire per realizzare un progetto di convivenza, costituita da
una forte interdipendenza tra gli individui e le istituzioni nella
società europea pluralista e democratica.
Federica Orrico
Laureanda
Laurea specialistica
Facoltà di Scienze Politiche
Università della Calabria