La Salute. La donna e l'unione europea

Federica Orrico

E’ compito dell’Unione Europea monitorare i diritti delle donne, affinché ci sia affermazione per la garanzia dei diritti umani e il miglioramento della condizione femminile
Il binomio donna-salute ha, da sempre, caratterizzato la politica dell’Unione Europea, tanto da essere oggetto di tutela e di salvaguardia da parte delle legislazioni nazionali e dell’ordinamento comunitario. Tra le disposizioni dei Trattati Europei, l’interesse verso il concetto "Salute" è divenuto un tema rilevante nel processo di integrazione e di formazione dell’Europa unita, un processo denso e complesso che ha una storia lunga di cinquant’anni. Partirò, quindi, dal concetto di non discriminazione, dal suo percorso storico-ideologico-evolutivo, dal quale emerge la dualità concettuale che lo caratterizza, che proverò ad analizzare in un contesto comunitario.
Il principio di parità tra uomo e donna ha trovato ospitalità, sin dal 1957, nel Trattato di Roma, in particolare nell’art. 141 che ha sancito uguaglianza retributiva in regime di parità. Parità e uguaglianza sono concetti oramai presenti nelle legislazioni dei vari Paesi e sono diventati un obiettivo di comune realizzazione per tutte le nazioni. Il termine "Uguaglianza" non è estraneo al nostro ordinamento, il quale prevede (all’art. 3 della Costituzione), che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale dinanzi alle legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". I diversi ordinamenti europei, però, sono caratterizzati da variegati percorsi legislativi, influenzati principalmente da radici culturali, storiche e ideologiche che hanno indotto a perseguire fini e priorità differenti, creando spaccature all’interno di ogni Paese membro, facendo in modo che i diritti e i doveri vengano percepiti in modo eterogeneo nell’involucro della grande nazione Europa. L’obiettivo fondamentale è creare un’unità che vada al di là di pacifici rapporti economici e politici e che sconfini in un freddo scenario di uguaglianza socio-culturale appiattita su se stessa.

Palestra universitaria è uno spazio destinato agli elaborati di particolare interesse preparati da studenti universitari e segnalati dai docenti delle facoltà. Questo spazio è utilizzato anche per la presentazione di abstract delle tesi meritevoli inerenti la sanità. Pubblichiamo questo mese il lavoro di Federica Orrico.

L’attuale Costituzione europea approvata, a Roma il 29 Ottobre 2004, rappresenta una tappa fondamentale nella realizzazione della parità e dell’uguaglianza.
La parte della suddetta Costituzione dedicata alla "Uguaglianza" è il Titolo III, parte II. Essa vieta all’art. 21 qualsiasi forma di discriminazione, ma ancora di più, nello specifico l’art. 23 dello stesso Titolo sancisce "la parità tra uomo e donna in tutti i campi".
Il processo dell’evoluzione dei concetti di uguaglianza e parità dei diritti è basilare per il progresso di ogni società. In Italia la lotta per la libertà, l’emancipazione e la parità sostanziale sono da ricondurre nei movimenti femministi, nati a cavallo degli anni 60 e 70. La concezione tradizionale dei ruoli maschili e femminili pone la donna in posizione subalterna all’uomo e tutto ciò ha condotto il genere “donna” a sconfiggere le differenze e, quindi, a conquistare la propria emancipazione. Nel mondo occidentale, in quegli anni, i movimenti femministi rincorrevano la possibilità di decidere autonomamente della propria vita, riguardo al lavoro, alla famiglia e alla maternità.
Gli obiettivi raggiunti nel nostro Paese possono riassumersi in alcuni traguardi fondamentali che portarono a un cambiamento del ruolo della donna nella società: il diritto di voto ottenuto nel 1945, la legge 1204/71 sulla tutela delle lavoratrici madri, la legge sul divorzio del 1970, la legge 903/77 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza.
Queste leggi rappresentano un piccolo excursus legislativo che ha inciso sul cambiamento della nostra società e ha raggiunto la sua massima espressione con la caduta dell’ultimo ostacolo dell’esclusione delle donne in campo militare. Ben lontano, invece, da una reale e sostanziale parità è il Paese turco, futuro membro dell’UE, esempio più evidente di legislazione dura e inflessibile che si scontra con i principi universali dell’uomo che ha difficoltà a far parte del contesto democratico europeo. Difatti, questo Paese è caratterizzato da un ostile considerazione dei valori di pace e giustizia che sono fortemente sentiti dagli attuali Paesi membri. Uno Stato, dunque, retto da leggi lacunose che determinano un deficit di democrazia intollerabile e il ruolo della donna nella vita sociale economica e politica costituisce un tema fondamentale che merita per questo particolare attenzione. I diritti delle donne e la parità dei sessi sono condizioni necessarie che la Turchia deve accettare nel quadro del processo d’adesione. Infatti, le donne in questo Paese subiscono molta violenza, hanno scarsa partecipazione politica e accusano molte difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro.
È compito dell’Unione Europea monitorare i diritti delle donne, affinché ci sia affermazione per la garanzia dei diritti umani e il miglioramento della condizione femminile.
La responsabilità politica dell’UE è operare per la democratizzazione della Turchia, affacciandosi su una nuova politica internazionale e verso un mondo islamico moderato. Garantire pari diritti e pari accesso alle risorse e opportunità alle donne è fondamentale, anche se spesso non si realizza un effettiva uguaglianza a causa della differenza di genere che influisce sulla loro salute.
La Salute è un diritto fondamentale ed è parte integrante per tutti i 25 Paesi che trova tutela nella Costituzione europea, in particolare nell’art. 35 che sancisce:"ogni individuo ha diritto ad accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche alle condizioni stabilite dalle legislazioni e prassi nazionali".
L’azione comunitaria è concreta ed efficace per progettare e realizzare il miglioramento del bene "Salute" e, affinché gli obiettivi siano raggiunti, le azioni devono essere collettive e, soprattutto, caratterizzate da un agire basato su un rapporto di reciprocità e di assoluta parità tra uomini e donne.
Il Trattato rappresenta un evento storico per la costruzione dell’identità europea, basata su valori comuni, nell’integrazione delle differenze e nella tutela delle identità nazionali. In breve, ha l’obiettivo di creare l’unità nella diversità.
L’importanza del riconoscimento dei diritti merita attenzione e non una semplice e superficiale enunciazione, ma deve sottolineare le specifiche tematiche che sono contenute nella stessa e ricalcare il significato dei diritti, conferendo loro valore giuridico e non solo simbolico, per una convivenza serena nell’Europa delle persone.

Le mutilazioni sessuali femminili sono una pratica crudele e, come è scritto in una dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, “costituiscono una violazione dei diritti umani fondamentali, quali il diritto a ottenere il più alto livello
possibile di salute fisica e mentale e il diritto alla sicurezza della persone”.

Nel maestoso tempio del diritto comunitario il binomio donna-salute si esplica nel contenuto normativo di tutela in una democrazia pluralista. Ma cos’è la parità in rapporto alla Salute? Essa si realizza allorquando ci si trovi di fronte ad una norma non più scritta al maschile, che tenga conto della diversità fisiologica e di tutte quelle che tipizzano l’essere Donna in una cultura definita da un vocabolario anch’esso concepito al maschile.
Un esempio di Salute senza sesso lo si trova nella Costituzione europea. Dalla sua lettura complessiva emerge una tutela non più discriminata, una tutela della Salute che abbraccia l’essere umano in quanto tale, non più differenziato in sesso, razza, età ed economia.
L’articolo 1-2 del Trattato definisce i valori comuni che sono condizione di appartenenza all’UE e, dunque, fondativi dell’identità europea: "L’Unione si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a una minoranza. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società fondata sul pluralismo, sulla non discriminazione, sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla parità "tra donne e uomini".
La Carta enuncia tutti i diritti che devono essere garantiti alle persone, accorpando in un unico e grande testo normativo diritti civili, economici, sociali e politici. In tal modo offre tutela legislativa alla Salute in un’ottica comunitaria, condizionando gli Stati membri, in tal senso, nel processo di adeguamento dei rispettivi ordinamenti nazionali.

Milioni di donne nel mondo vengono mutilate ogni anno e anche lontano dal Paese d’origine continuano ad essere infibulate illegalmente nei paesi in cui emigrano. Basti pensare che in Italia vivono circa 38 mila donne infibulate, in quanto appartenenti a comunità in cui vengono praticate le mutilazioni.

Spesso, però, si nota un conflitto tra il rispetto dei diritti umani e il rispetto dei valori di una cultura a noi lontana. In molti Paesi la donna è considerata una creatura "subordinata". Tra le pratiche di sottomissione praticate nel mondo, una delle più terrificanti è quella dell’infibulazione che si inserisce nel contesto culturale della società tradizionale musulmana.
L’aspetto più raccapricciante di questa pratica è constatare come si sia radicata, nel corso degli anni, fino a diventare non solo una violenza fisica, ma psicologica, in quanto considerata dallo stesso genere femminile necessaria per vivere ed essere accettate. Tradizioni antiche, convinzioni, che "proteggono" la donna garantendo la castità e la fedeltà, rafforzando il ruolo di conservatrice del patrimonio culturale assumendo un atteggiamento di sottomissione e inferiorità. La donna perde la propria individualità e i propri diritti fondamentali per salvaguardare l’onore e l’integrità familiare: una donna, dunque, privata della propria essenza
di essere donna.
Milioni di donne nel mondo vengono mutilate ogni anno e anche lontano dal Paese d’origine continuano ad essere infibulate illegalmente nei paesi in cui emigrano. Basti pensare che in Italia vivono circa 38 mila donne infibulate, in quanto appartenenti a comunità in cui vengono praticate le mutilazioni.


Nella legislazione italiana non esistono norme specifiche che vietano la mutilazione genitale, ma vengono applicati gli articoli 582 e 583 del Codice penale relativi alle lesioni personali. Tuttavia anche se l’effettuazione di queste pratiche sono penalmente perseguibili, si calcola che migliaia di bambine nel nostro Paese abbiano subito mutilazioni. Al fine di garantire l’effettivo rispetto del diritto alla dignità personale e all’integrità fisica e morale si è ritenuto opportuno emanare una proposta di legge per una specifica regolamentazione di queste pratiche "disumane" che non possono conciliarsi con la cultura italiana. La legge n. 150 prevede l’esplicito divieto di praticare qualunque tipo di mutilazione e si rischia dai 6 ai 12 anni di carcere ai 10 anni di interdizione all’esercizio della professione per chi le pratica, anche se la vittima è consenziente.
Le mutilazioni sessuali femminili sono una pratica crudele e, come è scritto in una dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, "costituiscono una violazione dei diritti umani fondamentali, quali il diritto a ottenere il più alto livello possibile di salute fisica e mentale e il diritto alla sicurezza della persone". Nessuna giustificazione può attenuare la condanna morale per chi la pratica.
In una Europa unita e senza frontiere, la convivenza tra le varie etnie si rende possibile e diventa una reale prospettiva solo quando si ha in comune una "scatola di valori", condivisi e accettati da tutti. Il "valore", però, spesso non mantiene la prerogativa dell’universalità. Infatti, quando esso si traduce in pratiche disumane, come appunto le mutilazioni sessuali, questo genera un forte senso di rifiuto e aberrazione. In concomitanza a questi usi culturali arretrati, osserviamo che nella civiltà occidentale, come nel nostro paese si propongono e si emanano leggi che accelerano il progresso sociale e tecnologico. Un esempio evidente e recente è la legge n. 40 del 19 Febbraio del 2004 che ha fissato le regole per gli interventi medici di assistenza alla riproduzione umana. Il forte contenuto del tema etico-giuridico ha suscitato molte polemiche ed ha messo in evidenza posizioni divergenti.
L’appello degli scienziati e dei medici è stato quello di dire si alla vita e alla liberta di ricerca, alla laicità dello Stato e alla libertà di coscienza e i cattolici legati agli antichi valori che hanno gridato il loro no a una maternità artificiale.
La sconfitta del referendum ha messo in evidenza una forte vittoria della coscienza e della morale cattolica, che rappresenta un punto di riferimento e un vocabolario uguale per tutti. Difatti la morale cristiana di fronte a nuovi dilemmi etici ha risposto con un forte astensionismo per paura di perdersi lungo una strada sconosciuta, caratterizzata da domande
inedite di difficile comprensione. La norma, quindi, dettata da una vigorosa coloritura etica, è stata oggetto di pesanti giudizi che hanno messo in risalto una preoccupazione di carattere generale riguardo all’insorgenza
di fenomeni di un turismo procreativo.
Appare evidente che, ancora oggi, non disponiamo di valori unici che orientano i comportamenti dei singoli verso un’idea di opinione comune sui concetti di differenze di genere e parità anche in tema di salute.
Ed è proprio da questi discordanti codici morali che bisogna partire per realizzare un progetto di convivenza, costituita da una forte interdipendenza tra gli individui e le istituzioni nella società europea pluralista e democratica.

Federica Orrico
Laureanda
Laurea specialistica
Facoltà di Scienze Politiche
Università della Calabria