Dopo
quindici anni di crisi, l'impero del Sol Levante sta uscendo dal
tunnel: la seconda potenza economica mondiale ha finalmente messo
mano alle riforme che le consentiranno di tornare protagonista
"Due volte nella polvere, due volte sugli altari" scrisse
Alessandro Manzoni di Napoleone Bonaparte. La stessa, identica
cosa si potrebbe dire oggi del Giappone: quasi ridotto in cenere
dalla seconda Guerra mondiale, ha conosciuto prima uno spettacolare
boom che lo ha portato a rivaleggiare con gli Stati Uniti per
la leadership economica globale, poi un recessione-stagnaziome
durata quindici anni, e adesso una ripresa che sotto certi aspetti
ha colto di sorpresa gli stessi analisti. Quasi a celebrare questo
ritorno sulla scena mondiale, i giapponesi hanno conferito a settembre
una spettacolare vittoria elettorale a Junichiro Koizumi, il primo
premier veramente riformatore del dopoguerra che, frustrato per
le resistenze che incontrava nel suo stesso partito, aveva sciolto
in anticipo il Parlamento con il dichiarato obbiettivo di rimuovere
dalla scena chi non era disposto a seguirlo sulla strada della
modernizzazione.
Forse il Paese più conservatore del mondo, che aveva costruito
perfino il grande successo economico degli anni Settanta e Ottanta
sulle regole ereditate dai samurai, ha davvero deciso di voltare
pagina. Il tempo del socialismo finanziario, come veniva chiamato
il sistema giapponese, sembra tramontato per sempre, e una delle
più efficaci barzellette politiche degli ultimi tempi ha
smesso di essere di attualita'. Un amico chiede a un gruppo di
studenti cinesi all'Universita' di Tokio perche' stiano sempre
tra loro invece di frequentare i loro colleghi giapponesi. Risposta:
"Perché abbiamo paura che ci insegnino il comunismo".
Durante la campagna elettorale culminata nel trionfo di Koizumi,
mi sono recato in Giappone per la settima volta e ho potuto toccare
con mano quanto fosse cambiato rispetto alle mie visite precedenti.
Kaikaku, riforme, era la parola d'ordine di tutti i partiti. Per
Koizumi, kaikaku significava soprattutto il rilancio del progetto
di privatizzazione del servizio postale, che un gruppo di ribelli
del suo Partito Liberaldemocratico aveva cercato di affossare
alla Camera Alta e che egli considera vitale per la modernizzazione
del Paese. Per il Minshuto, il principale partito di opposizione,
significava piuttosto una revisione del sistema pensionistico
e sanitario e drastici tagli alla spesa per il pubblico impiego.
Perfino i piccoli partiti socialista e comunista si riempivano
la bocca della parola magica. C'era nell'aria la netta sensazione
che, dopo tanti
anni di immobilismo, l'opinione pubblica si fosse finalmente persuasa
della necessità di uno svecchiamento delle istituzioni
per far uscire il Paese dalla crisi economica che, con qualche
breve momento di respiro, la attanaglia da quindici anni, cioè
dallo scoppio della famosa bolla speculativa che aveva portato
l'indice Nikkei della Borsa al triplo dei livelli attuali e fatto
sì che, almeno sulla carta, il centro di Tokio fosse quotato
più dell'intera California.
Nei suoi primi cinque anni di governo, Koizumi aveva già
provato a cambiare le cose, ma con alterne fortune: spesso è
stato bloccato dal suo stesso partito che, a dispetto del nome,
non è mai stato né molto liberale, né molto
democratico, ma piuttosto conservatore nel senso peggiore della
parola.
Adesso che, grazie alle elezioni, è riuscito a sbarazzarsi
dei suoi avversari interni più accaniti, prima espellendoli
dal partito e poi, per evitare che riconquistassero i rispettivi
seggi come candidati indipendenti, facendo scendere in campo contro
di loro altrettanti fedelissimi tratti dalla società civile,
dovrebbe avere le mani più libere e ottenere anche un prolungamento
del suo mandato che, secondo le regole interne del partito, scade
nel settembre del 2006.
Una campagna elettorale centrata sulla privatizzazione delle Poste
poteva sembrare strana a un osservatore esterno, specie tenuto
conto che la riforma sarà "spalmata" su dodici
anni e - anche ora che è stata approvata a grande maggioranza
dal nuovo Parlamento - comincerebbe a incidere veramente solo
verso la fine del decennio. In realtà, in Giappone le Poste
hanno dimensioni e compiti molto più vasti che in Occidente:
hanno uffici anche nei villaggi più sperduti e oltre a
raccogliere i risparmi e le assicurazioni sulla vita di decine
di milioni di persone - un incredibile tesoro di 2.500 miliardi
di Euro - svolgono anche compiti collaterali che vanno dal sostegno
agli invalidi a un forma di sorveglianza del territorio.
Nel Giappone rurale il "maestro postino" è una
istituzione di cui molti cittadini - soprattutto anziani - non
potrebbero fare a meno. Japan Post fa, cioè, parte integrante
del tessuto sociale. Purtroppo, con il tempo, è diventato
anche uno strumento di potere per i politici, che la usavano per
finanziare lavori pubblici inutili, concedere prestiti ai loro
sostenitori e costruirsi così una rete di clientele in
grado di garantire la loro rielezione. Adesso, tutto questo dovrebbe
finire e il Giappone potrà infine utilizzare al meglio
un enorme serbatoio di risparmio privato oggi congelato o addirittura
sprecato. Contemporaneamente, la privatizzazione delle Poste ridurrà
il ruolo di uno Stato che, come indica la barzelletta di cui sopra,
ha tuttora dimensioni abnormi per un moderno Paese capitalista.
Durante gli anni del boom, l'intreccio di potere tra l'alta burocrazia.
i dirigenti delle grandi conglomerate e i vertici del sistema
bancario funzionava, perché garantiva la coesione sociale
e il convogliamento delle risorse verso i settori destinati allo
sviluppo.
Ma, dopo lo scoppio della crisi, il sistema ha rivelato tutte
le sue magagne, dalla corruzione agli sprechi di danaro pubblico
alle distorsioni provocate dalla estrema rigidità del mercato
del
lavoro. Le banche, piene di crediti inesigibili, si sono ritrovate
sull'orlo del collasso, il sistema produttivo con una enorme capacità
inutilizzata, i cittadini con un potere di acquisto drasticamente
ridotto nonostante l'assenza di inflazione. Con i tassi di interesse
ridotti virtualmente a zero, lo Stato ha intrapreso una sfrenata
politica keynesiana, basata soprattutto sui lavori pubblici, senza
riuscire a fare uscire il Paese dal tunnel ma compromettendone
la solidità finanziaria. Basti dire che, durante la "traversata
del deserto"- cioè dalla crisi del 90 ad oggi - il
Giappone ha accumulato un debito pubblico pari a quasi il 170%
del PIL, e che ancora per il 2005 il deficit ammonterà
al 6,4% dello stesso: un'eresia per i Paesi europei che devono
attenersi ai parametri di Maastricht e soprattutto una tendenza
non sostenibile se si vuole impedire che le agenzie di rating
continuino a declassare i BOT nipponici fino a ridurli a "spazzatura".
Il Giappone è così diventato un caso internazionale,
anche perché l'arresto di questa "locomotiva"
dell'economia mondiale ha avuto, negli anni Novanta, ripercussioni
negative per tutti. Per tre lustri i giapponesi si sono sentiti
ripetere fino alla noia che, se non mettevano presto mano a radicali
riforme, il declino del Paese sarebbe diventato irreversibile.
Ancora recentemente, illustri economisti stranieri hanno dedicato
libri al declino del modello giapponese dispensando rimproveri
e consigli.
La reazione del Paese è stata lenta e molto sottotraccia,
come è nella natura del suo popolo. Ma, a cominciare dalla
metà degli anni Novanta, ha cominciato a introdurre una
successione di piccoli cambiamenti che - gradualmente - hanno
modificato i vecchi equilibri e reso la macchina più agile.
Nel coro di critiche rivolto al Giappone, spesso e volentieri
si dimenticava
che la Toyota è oggi la più efficiente casa automobilistica
del mondo, che anche negli anni delle vacche magre Japan inc.
ha continuato a investire il 3,1% del PIL nella ricerca (contro
l'1,9 dell'Unione Europea e il 2,8 degli Stati Uniti) e che le
grandi industrie nipponiche di elettronica sono spesso avanti
di cinque anni rispetto alle loro concorrenti occidentali. Adesso
che il Paese ha ricevuto una scossa, che le aziende hanno ripreso
ad investire e i cittadini a consumare, tutto ciò ricomincia
a dare i suoi frutti.
Molti problemi rimangono naturalmente ancora sul tappeto, ed uno
in particolare appare impermeabile anche al nuovo spirito riformatore
che ha pervaso il Partito Liberaldemocratico.
A partire dal 2006 il numero dei giapponesi, oggi di poco inferiore
ai 128 milioni, comincerà pian piano a scendere: a cento
milioni nel 2050 secondo le stime più ottimistiche, a 86
secondo le più pessimistiche, che tengono conto della percentuale
sempre crescente di donne che lavorano e perciò, in mancanza
di strutture assistenziali adeguate, finiranno col mettere al
mondo meno figli. Mentre, in Europa, la crisi demografica tende
a essere compensata dall'immigrazione extracomunitaria, una società
giapponese etnicamente omogenea e tendenzialmente xenofoba è
ancora restia ad accettare questa soluzione.
I lavoratori coreani, filippini, tailandesi e ultimamente perfino
cinesi chiamati a svolgere i lavori che ormai i giovani giapponesi
rifiutano sono tenuti ai margini della vita civile e solo raramente
ottengono permessi di soggiorno permanenti che gli consentano
di farsi raggiungere dalle famiglie. Ma la contrazione della forza
lavoro e il parallelo aumento del numero di pensionati rende necessaria
una ristrutturazione del sistema sanitario e previdenziale che
spaventa un po' tutti e - come in Europa - tende a essere rimandata
di anno in anno. Essa comporterà, inoltre, un progressivo
rallentamento della crescita, che potrà essere compensato
solo da un aumento della produttività superiore a quello
dei concorrenti: in altre parole, più robot e meno operai.
Un'altra sfida che metterà a dura prova le capacità
del risorto Giappone è quello del nuovo assetto regionale.
Prima della grande crisi, l'ex impero del Sol Levante, pur avendo
rinunciato ai sogni egemonici degli anni Trenta e Quaranta, era
la sola grande potenza finanziaria ed industriale dell'Asia. Al
risveglio dal suo letargo quindicinale, si è ritrovato
alle prese con una Cina che cresce a ritmi vertiginosi, con una
Corea del Sud ottava potenza industriale, con un'India completamente
cambiata dalla globalizzazione e un Sud-Est asiatico in continuo
progresso.
Per giunta, i rapporti con questi vicini sono tutt'altro che idilliaci,
perché al contrario di quanto è accaduto in Europa,
in Estremo oriente le ferite della seconda guerra mondiale non
sono ancora del tutto rimarginate. I Paesi che furono vittime
dello spietato espansionismo nipponico continuano a pretendere
scuse e risarcimenti, e un fatto apparentemente irrilevante come
l'annuale visita di Koizumi a un sacrario dei caduti che ricorda
anche alcuni criminali di guerra è diventato fonte di velenose
polemiche.
Particolarmente tesi sono i rapporti con Pechino, dove nei mesi
scorsi si sono svolte imponenti manifestazioni antigiapponesi
- orchestrate o perlomeno tollerate dal governo - proprio per
il rifiuto di Tokio di riconoscere appieno le proprie colpe nei
confronti della Cina e modificare di conseguenza i propri testi
scolastici. Per dare più forza al messaggio, i cinesi hanno
anche messo il veto all'assegnazione al Giappone di un seggio
permanente al Consiglio di Sicurezza, a riconoscimento del suo
contributo finanziario all'ONU. Ma Koizumi non ci sente da questo
orecchio.
A chi durante la campagna elettorale lo attaccava per i cattivi
rapporti con la Cina, ha fatto rispondere che, viste le dimensioni
sempre crescenti dell'interscambio commerciale, tutto finirà
con l'aggiustarsi.
Anche a livello popolare, i giapponesi non sembrano del resto
sentire un gran bisogno di riconciliarsi con i loro nemici storici:
non mostrano pentimento per gli orrori inflitti dall'Esercito
imperiale alla popolazione cinese negli anni Trenta e Quaranta,
continuano a sfornare libri anticinesi in gran quantità
e la loro ala nazionalista, capeggiata dal governatore di Tokyo
Ichihara, è convinta che - presto piuttosto che tardi -
si arriverà a uno showdown. I cinesi ricambiano chiamando
i giapponesi "piccoli diavoli" e alimentando con la
propaganda l'odio nei loro confronti.
L'ipotesi di una nuova guerra tra i due giganti è per ora
abbastanza remota, anche perché - come rileva Koizumi -
la sostanziale complementarietà tra le due economie finisce
con l'attenuare lo scontro.
Ma la prospettiva di una Cina sempre più assertiva e per
giunta dotata dell'arma nucleare pone problemi molto seri. L'alleanza
con gli Stati Uniti rimane per Tokio un punto fermo, tanto che
il partito anti-Bush, così presente in Europa, in Giappone
è quasi invisibile.
Tuttavia, il pacifismo senza se e senza ma che, fino agli anni
Novanta, aveva ispirato la politica estera giapponese si sta annacquando
e, se la ripresa economica si consoliderà, è probabile
anche un aumento delle spese militari in parallelo con quelle
della Cina.