Il teatro di Anouilh

Teatro dell’assurdo, riassume interrogativi senza risposta, poiché rimangono irrisolte le eterne contraddizioniche caratterizzano l’agire di ogni essere umano.

 Franco Manzoni

Tutta l’esperienza di un’epoca, frutto maturo per i letterati francesi del primo Novecento, confluì verso l’intuizionismo, in cerca di una sintesi che potesse superare la staticità della scrittura nel riappropriarsi del flusso continuo della realtà quotidiana. Da questa teoria mosse i primi passi Jean Anouilh (nato a Bordeaux nel1910 e scomparso a Losanna nel 1987), drammaturgo assai fecondo, perché scrisse più di trenta testi teatrali, da lui stesso divisi in commedie nere, rosa, brillanti o agghiaccianti. Da giovane lavorò alla Comédie des Champs-Elysées come segretario di Louis Jouvet, dal quale tuttavia si allontanò nel 1931 per aperte divergenze. Anouilh scrisse i suoi primi testi ispirandosi a Girandoux ed esordì poco più che ventenne con la commedia L’ermellino (1932), ma il primo grande successo lo ebbe con Il viaggiatore senza bagaglio (1937). Delle numerose commedie ricordiamo La selvaggia e Il ballo dei ladri nel 1938, Euridice (1942) e Antigone (1944).
L’autore scrisse la sua Antigone in piena guerra mondiale, durante l’occupazione nazista della Francia. Il teatro era un luogo molto sorvegliato: ciò comportò la messinscena di temi non contemporanei oppure di semplice d’intrattenimento e che comunque non avessero risvolti politici.
Con le rivisitazioni moderne di impianto classico Anouilh riprese il tema della tragedia antica e pose di fronte, nel caso di Antigone, i due protagonisti e quello che loro rappresentano.
Creonte contro Antigone: Anouilh delinea il contrasto tra i bisogni di chi è al potere e le esigenze di una donna che non ammette compromessi con la propria coscienza. Antigone, costretta a subire la volontà dispotica di chi governa, piegata ad accettare le motivazioni di Creonte che calpesta gli ideali e i sentimenti più umani, non esita a rinunciare alla propria vita che altrimenti andrebbe contro alla sua aspirazione ultima di purezza.
Anouilh scrisse Antigone nel ‘42 e la tragedia è stata rappresentata nel 1944 a Parigi al teatro dell’Atelier.
Erano gli ultimi giorni dell’occupazione, quelli più tragici. Il momento poteva sembrare sfavorevole, invece fu un grande successo mai smentito tanto in Francia che all’estero. In quest’opera Anouilh riprende il tema classico dell’“Antigone” di Sofocle, ma in chiave moderna. Niente, o quasi, ci allontana dal presente: il tono familiare, la grande semplicità, l’uso di termini quotidiani contribuiscono a rendere l’opera attuale, sensazione potenziata dall’utilizzo frequente dell’anacronismo.
Antigone è una giovane scontrosa, chiusa in se stessa. Tutto il contrario della sorella Ismene, alta, bionda, appariscente, che mette abilmente in mostra le proprie doti erotiche e seduttive.
Emone, figlio del re Creonte, che ha sostituito a Tebe l’accecato Edipo, decide di fidanzarsi con Antigone, anche se chiunque avrebbe scommesso su Ismene come sua prescelta.
Creonte è un re insoddisfatto e un uomo solo: al posto di regnare sarebbe stato assai più felice di occuparsi di libri e musica, cosa che faceva in precedenza. Neppure la moglie Euridice, donna modesta e umile, può essergli d’aiuto. L’azione della tragedia di Anouilh inizia con Antigone sgridata dalla Nutrice perché rientra in casa a notte fonda.
Arriva Ismene, che litiga con la sorella, ritenendo inutile seppellire Polinice, il fratello morto nello scontro fratricida con Eteocle. Anche perché Creonte non vuole che nessuno si avvicini al corpo di chi, con il suo comportamento, ha messo in pericolo l’esistenza stessa della città di Tebe. Antigone, contrariata, dice ad Ismene di pensarla all’opposto. Incontra poi il fidanzato Emone e gli annuncia che non potrà mai sposarlo.
Quindi rivela ad Ismene di aver già trasgredito all’editto di Creonte durante la notte. Nel frattempo una guardia annuncia al re che il cadavere di Polinice è stato ricoperto di terra. Creonte decide allora di nascondere l’accaduto, per evitare uno scandalo.
Ma poco dopo la medesima guardia entra con Antigone ammanettata, perché scoperta mentre concludeva il proprio lavoro di sepoltura di Polinice. Creonte tenta in ogni modo di salvarla.
Vorrebbe mettere tutto a tacere, minimizza il gesto come fosse un capriccio infantile, giunge a mettere in dubbio le leggi divine e le svela la terribile vicenda del duello fra i due fratelli Eteocle e Polinice, assetati di potere. Antigone pare cedere: Creonte però la vuole vedere anche sposa del figlio e le assicura che quella è l’unica strada per ottenere la felicità.
A questa parola Antigone si ribella e afferma che tutti dovranno sapere l’accaduto. Adirato, Creonte chiama le guardie ordinando di seppellirla viva.
Emone a stento viene fermato dal padre. Intanto Antigone riesce ad impiccarsi, evitando così il tremendo supplizio che l’attende, e Creonte trova Emone accanto a lei. Mentre il re si avvicina, il figlio si uccide gettandosi sulla propria spada. Disperato, Creonte ritorna a Palazzo, dove il Coro lo informa che anche la moglie Euridice si è tolta la vita.
Adesso la sua solitudine nel governare è davvero assoluta. Anouilh fa parlare i suoi personaggi di sigarette, film, automobili, shopping. Ma l’essenziale non sta lì, la vera originalità di Anouilh è nella visione della vita dei due personaggi principali: Antigone e Creonte. L’Antigone moderna è molto lontana dall’Antigone greca dove il grido d’amore, di speranza, di fede afferma per sempre i diritti della coscienza morale contro l’oppressione.
Quella di Anouilh illustra il crollo di ogni certezza in un mondo privo di senso. Comunque il messaggio di questa piccola donna in rivolta non è del tutto negativo. Antigone costringe tutti ad interrogarsi sull’uomo, sulla sua dignità, la sua coscienza, il senso della vita, e, anche se non trova una soluzione ai propri problemi, ciò costituisce la prova di un’inquietudine e di un’ insoddisfazione essenziali.
Quanto a Creonte che cerca di far proprio il mestiere di re, che non gli appartiene, difende la buona causa della felicità con un tono così triste da farla assomigliare semmai ad un ripiego.
L’autore ci lascia intenzionalmente perplessi per ciò che riguarda l’epilogo. Niente è chiaro, niente è vero o per meglio dire tutto è contemporaneamente vero e falso. Teatro dell’assurdo, che riassume interrogativi senza risposta, gesti senza domani.
Nel dopoguerra il teatro di Anouilh proseguì con varie commedie, che denotano elementi autobiografici e marginalmente allude a problemi di ordine politico con L’invito al castello (‘47), Medea e L’allodola (’53), L’Hurluberlu o il reazionario innamorato e Beckett e il suo re, tutti e due del ‘59, Il furto organizzato (’62), Caro Antonio o l’amore fallito (‘69), Non svegliate
la signora e I pesci rossi o mio padre, questo eroe (’70), fino a Eri così gentile quando eri piccolo (un rifacimento grottesco della tragedia degli Atridi) e Il direttore dell’Opera del ’72 , L’arresto (‘75), La culotte del ’78 e Concerto di dame del 1985.
Anouilh ha pubblicato pure una raccolta di “Fiabe” nel ’62, un volume di memorie teatrali “Diario Pubblico” nel ’74 .
Tra questi il più significativo è il dramma in quattro atti Becket e il suo re, in cui il protagonista, di umili origini, grazie alla propria determinazione e alla raffinata cultura, riesce diventare confidente del re Enrico II Plantageneto.
Lo aiuta a contrastare i privilegi temporali della Chiesa, ma questo rapporto tra i due si incrina nel momento in cui il re nomina Thomas Becket primate di Inghilterra. Investito dell’ “onore di Dio”, che un tale incarico gli ha conferito, Becket difende a spada tratta i prelati contro i vicari imperiali. Per sfuggire all’inevitabile vendetta del sovrano è costretto a prendere la via dell’esilio. Dopo un tentativo di rinconciliazione, nel quale entrambi, pur distrutti dal dolore per l’amicizia finita che li legava, ribadiscono le loro posizioni, Becket ritorna in patria. Il re Enrico tuttavia non può sostenere più a lungo il tradimento del primate e ordina ai suoi baroni di agire e farlo fuori. Nei paramenti sacerdotali più solenni Becket attende il proprio destino nella cattedrale. E così accade. Il re promette, falsamente, a tutti un’inchiesta che possa chiarire chi si sia macchiato di un tale assassinio, anche se in realtà affida il compito dell’indagine proprio a uno dei baroni colpevoli dell’omicidio di Becket.
Nei diversi registri dei testi di Anouilh si spazia da commedie “rosa” a piéce brillanti, a drammi e opere “nere”, in cui lo scrittore dà prova di grande perizia tecnica, padronanza di stili, mettendo in scena tutte le inquietudini e le tragedie del suo tempo e cercando altresì di smussarne i toni più aspri nel modellare con abilità i caratteri, pur mantenendo irrisolte le eterne contraddizioni che caratterizzano l’agire di ogni essere umano.

Franco Manzoni