Associazione dei pazienti e diritti.
I limiti di un modello teorico

 Adriano Pessina

Nella recente storia della medicina, di fronte a casi di abuso della professione medica, si sono create diverse associazioni dei pazienti (o dei parenti dei pazienti) per difendere e promuovere i cosiddetti "diritti del malato".
Il linguaggio dei diritti è sempre servito, e tuttora serve, per segnalare dei beni da rispettare e da tutelare. Nella recente storia della medicina, di fronte a casi di abuso della professione medica, si sono create diverse associazioni dei pazienti (o dei parenti dei pazienti) per difendere e promuovere i cosiddetti "diritti del malato".
Queste associazioni sono nate dapprima negli U.S.A., nello stesso periodo in cui prendeva corpo la bioetica, anch'essa promossa dall'esigenza di ridefinire e ripensare l'orizzonte morale della prassi medica nell'ambito della cura e della ricerca sperimentale. Con il tempo, le associazioni dei pazienti sono diventate anche degli interlocutori nell'ambito delle politiche sanitarie e, in alcuni casi, delle stesse strategie aziendali delle industrie farmaceutiche.
Si sta, di fatto, profilando sempre più una relazione articolata (sebbene in gran parte informale) tra queste associazioni, le professioni mediche e l'industria farmaceutica.
Nessuno può ignorare il contributo che hanno dato e che danno le associazioni dei pazienti (o dei loro parenti) alla comprensione dei diversi aspetti della malattia e delle esigenze dei malati stessi.
Questo movimento, che in Italia sta progressivamente prendendo corpo, rischia però di trasformare la figura del paziente in una sorta di categoria sociale, volta a rivendicare diritti e spazi istituzionali. Ora, che cosa c'è di sbagliato in questa impostazione?
L'errore implicito, e spesso sottovalutato, è quello di far dimenticare che il paziente non è affatto una categoria sociale: la malattia, la disabilità, l'infermità, sono aspetti della condizione umana, che non riguardano alcune categorie, ma, potenzialmente, tutti gli uomini, medici e operatori sanitari compresi. Da questo punto di vista, perciò, si dovrebbe ribadire che i cosiddetti diritti dei pazienti sono fondamentalmente l'espressione dei diritti dell'uomo.
Il limite della logica dei diritti del malato, infatti, risiede nel suo collocarsi all'interno di un modello teorico di tipo contrattualistico, che finisce con il convergere con un mutamento tutt'altro che auspicabile della prassi medica. Se si accetta la logica del contrattualismo, si rischia di pensare ai diritti come a qualcosa che debba essere rivendicato: ma ogni rivendicazione ha bisogno di un potere. Ora, se si dovesse assumere una pura logica contrattualistica, si finirebbe con l'ottenere l'effetto opposto a quello desiderato, che è quello di tutelare qualsiasi paziente o disabile in quanto persona umana, essere umano.
I rapporti contrattualistici porrebbero di fatto alcuni pazienti in una situazione subordinata, perché esistono, e sempre esisteranno, dei pazienti che non potranno, o sapranno, rivendicare i loro diritti. Bambini, anziani, dementi, disabili gravi, persone in stato vegetativo, persone sole, analfabete, persone colpite da patologie rare e tutt'ora incurabili, in che modo potranno rivendicare i loro diritti? E quando li rivendicheranno, con quale potere contrattuale, o di ritorsione?
Lo stesso peso sociale delle associazioni è legato al fatto di rappresentare numericamente molte persone e di fatto non esistono associazioni che coprono l'insieme delle patologie. Il modello contrattualistico, inoltre, pensa di risolvere i problemi con rapporti giuridici e rischia, quindi, di affidarsi a procedure impersonali, per quanto esatte, che stravolgono il necessario rapporto fiduciario che intercorre (e deve intercorrere) tra medico e paziente.
Basterebbe pensare a come si stia trasformando quel prezioso strumento relazionale che dovrebbe essere il consenso informato: sempre più spesso viene usato, per così dire, come arma di legittima difesa impugnata, ora dal paziente, ora dal medico, in un quadro di latente sospetto di violazione di diritti. Perché, non dimentichiamolo, esiste anche il riferimento ai diritti del medico, dell'operatore sanitario, dell'azienda ospedaliera.
Proliferazione di diritti (in sé legittimi) che non fanno però percepire dove debba collocarsi la relazione interpersonale che caratterizza l'arte medica. Il baricentro del rapporto tra medico e paziente rischia di essere soltanto la magistratura e la legge.
Ma se è necessario che la magistratura e la legge intervengano per sanzionare comportamenti scorretti e illegali, è sbagliato disegnare il quadro delle relazioni di cura soltanto all'interno di relazioni di stampo giuridico potenzialmente conflittuali. Il contrattualismo pensa di risolvere i problemi con rapporti formali e procedurali laddove occorrono, invece, rapporti personali e morali. Il contrattualismo presuppone una concezione atomistica delle persone, pensate, astrattamente, come soggetti uguali e non si fa sufficientemente carico delle differenze delle situazioni e delle esigenze.
Non a caso assistiamo ad un'enfatizzazione del principio e del valore dell'autonomia, che spesso va a discapito e soverchia sia il principio di solidarietà, sia il valore della giustizia.
L'immagine di un paziente che esercita il suo potere come un consumatore intelligente (caro ad alcune teorie liberal) dimentica che la condizione di bisogno, e la non pariteticità delle condizioni contrattuali nelle quali si esercita il rapporto tra medico e paziente (perché il medico e l'industria farmaceutica non hanno bisogno del paziente così come costui ha bisogno del medico e delle medicine), è inadeguata e fondamentalmente sbagliata: il paziente, occorre ribadirlo, non è una categoria sociale, e la salute è un bene "impagabile", ed è un bene umano che riguarda ogni uomo e non una particolare categoria.

Un'alternativa praticabile e più adeguata
Forse esistono le condizioni storiche e culturali per uscire dall'emergenza della difesa dei diritti del malato ribadendo la centralità dei diritti dell'uomo, anche malato. Per far questo, ovviamente, non bastano le parole, occorre anche riallineare la prassi medica, sottraendola a quella tentazione di pensarsi come una scienza naturale che guarisce le malattie attraverso lo studio dei malati.
Rimettere al centro della prassi (e non soltanto dei discorsi) la figura del paziente e delle sue esigenze, che non sono soltanto sanitarie, al fine di curare (e se ci si riesce, di guarire) il paziente, significa pensare le relazioni umane secondo criteri etici e non soltanto giuridici. Significa fare i conti, per usare un'espressione forse retorica, ma significativa, con quel malato che c'è in ognuno di noi.
Detto in altri termini, significa rafforzare il senso personale e collettivo del valore dell'uomo. Significa imparare a promuovere la qualità della vita del malato in nome della sua dignità. Troppe volte si è affacciata la tentazione di misurare la dignità facendo riferimento alla qualità. Ma questo è un argomento che merita altre considerazioni. Con ciò intendiamo liquidare il compito delle associazioni dei pazienti?
Assolutamente no. Sia perché esistono situazioni che ancora richiedono, purtroppo, l'uso della logica contrattuale, sia perché proprio le associazioni potrebbero favorire una transizione verso una più diffusa coscienza della responsabilità morale e sociale che ognuno di noi intrattiene con la condizione umana della sofferenza e della malattia. Inoltre le associazioni possono esercitare un'importanze competenza laica nella medicina, in quanto sono in grado di declinare i diritti umani nello specifico della singola situazione esistenziale dei malati.
Alle associazioni, inoltre, spetta anche il compito di far valere quella che potremmo definire la competenza sul macroscopico rispetto al microscopico: in un contesto in cui la ricerca medica e l'industria si occupano inevitabilmente delle malattie, le associazioni possono e debbono ricollocare di nuovo al centro la persona del malato e le sue complesse esigenze.
Anche a loro spetta, in fondo, il compito di formare e diffondere la consapevolezza pubblica che il malato non è un cittadino o un contribuente, ma una persona che ha non ha soltanto esigenze e problemi specifici, ma esigenze umane, relazionali, sociali. L'immagine del contratto potrebbe essere allora sostituita con l'immagine dell'alleanza terapeutica, della condivisione e della reciprocità umana. Un ideale, un obiettivo forse lontano, ma certamente non un sogno.

Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano