Giuseppe
Uncini ha scelto il cemento come espressione del suo linguaggio
artistico.
Da oltre cinquant’anni, combinando ferro e cemento, costruisce
forme, oggetti, che vivono di vita propria. Che si collocano nello
spazio con assoluta autonomia e grande forza espressiva. Le sue
opere sono esposte nei principali musei italiani e internazionali.
Invitato alla Biennale di Venezia del 1996, è uno dei protagonisti
della mostra "Visioni", curata da Anna Maria Maggi,
presso la ex chiesa di Sant'Agostino a Bergamo, realizzata con
il contributo di Italcementi, dal 9 aprile all'11 giugno 2005.
Prima di essere folgorato sulla via del cemento, Giuseppe Uncini,
nato a Fabriano nel 1929, lavorava con le terre. Ogni genere di
terre, dalla sabbia al fango delle pozzanghere. Le raccoglieva
per strada, le preparava e le stendeva su tavole di masonite e
magari ci passava sopra un po’ di catrame e un po' di carbone,
tanto per dare un tocco di colore. Qualche volta usava anche la
cenere che produceva in abbondanza la vecchia stufa a legna dello
studio. Voleva fare il pittore e la sua intenzione era "fare
dei quadri". Ma non funzionava. "Li sentivo falsi. Erano
solo la rappresentazione effimera di una idea, niente di concreto",
racconta. E anche se sono passati più di cinquant'anni
nelle sue parole, nel suo viso dolce e sempre sorridente, traspare
ancora il "tormento", l’insoddisfazione di allora.
Lui voleva fare qualcosa di "vero, di concreto".
Costruire un oggetto che vivesse di vita propria. Che occupasse
da solo tutta la scena, senza bisogno di effetti speciali o di
mediazioni interpretative. "Con questo pensiero fisso, un
giorno, quasi per caso, entrai in una rivendita di materiali edilizi.
Dovevo comprare qualcosa per fare dei lavori in casa. Lì
mi venne l’idea di usare il cemento. All'inizio tendevo
a usarlo come adoperavo le terre. Ma continuavo ad essere insoddisfatto".
Poi la grande intuizione, improvvisa, irrefrenabile: "usare
il cemento eliminando il supporto del quadro per costruire un
oggetto autoportante, autosignificante". E così Giuseppe
Uncini ha imboccato la via del cemento scoprendo, sperimentando
man mano, da bravo carpentiere in erba, le tecniche per armarlo
con il ferro e per iniziare a progettare e costruire i suoi "oggetti".
Questo accadeva verso la metà degli anni 50: era il periodo
in cui, allo stanco dibattito tra i fautori del realismo e quelli
dell'astrazione, Burri e Fontana contrapponevano le alternative
della materia e dello spazio.
Uncini ha un debole per Burri, ma resta della sua idea. Nel lavoro
del grande artista umbro non lo convince lo scarto tra materia
e forma, tra processo e risultato. Non corrisponde alla sua ricerca.
"Quando cominciai a usare il ferro e il cemento – spiega
– la scelta di queste materie non fu determinata da interessi
espressionistici o materici, ma solo come mezzo per realizzare
un'idea".
E l'idea era sempre quella, un'idea fissa, costante: voleva costruire,
strutturare. Primocementarmato del 1958-59 rappresenta il passaggio
definitivo di Uncini verso la forma dove processo e esito coincidono:
una struttura di cemento grezzo rinforzato da rete e ferri, dove
però è ancora presente una memoria di pittura alla
base. Memoria che col tempo è andata praticamente scomparendo,
quasi rifiutata dal cemento, come un corpo estraneo. "Finalmente
costruivo l'oggetto e, lasciando a nudo tutti i procedimenti tecnici
del suo farsi, riuscivo a porre il primo punto fermo nell'iter
del mio lavoro. Cioè non ottenevo più un 'quadro
rappresentante' ma un 'oggetto autosignificante': insomma realizzavo
l’idea che il modo tecnico fosse il concetto e il concetto
il modo tecnico".
Fino al 1961, quando tiene la prima personale alla Galleria L'Attico,
Uncini approfondisce la ricerca sui Cementarmati. In un articolo
del 1998 Adachiara Zevi descrive così quel periodo dell'artista:
"E una straordinaria stagione creativa: nelle opere, tutte
rigorosamente con lo stesso titolo, l'esito coincide con il suo
processo, lasciando la materia scabrosa e corrugata, mentre i
ferri si contorcono e piegano, s’infilzano liberamente nel
cemento per fuoriuscirvi ancora più sofferenti.
La costruzione non è frutto di progetto ma di processo.
Già nei Cementarmati del '62, però, l'artista intraprende
una strada diversa, che privilegerà nel percorso successivo:
in essa il progetto vince sul processo. Se infatti i ferri si
raddrizzano e dispongono non più a caso ma a formare tralicci,
il cemento si riduce e si leviga; gli esiti sono certamente lucidi
e rigorosi ma a essi manca il fermento e la vibrazione della materia.
Dal '67 alla fine degli anni Settanta l'attenzione si sposta sul
tema dell'ombra, sul problema di come dare consistenza al vuoto:
preso un oggetto, porta, finestra o sedia, Uncini lo riproduce
fedelmente con un profilo di ferro che prolunga nello spazio per
circoscriverne l’ombra. Inizialmente un limite posto al
vuoto. Quell’ombra tenderà poi a solidificarsi, a
diventare essa stessa il soggetto.
In alcune opere del 1969, Uncini allarga la cerchia dei materiali
costruttivi, includendo il mattone con cui erige muri, archi,
cloache, appesi al muro o liberi nello spazio, naturalmente con
l’ombra. In questo alternarsi tra parete e spazio, tra bidimensionalità
e volume, nel '79 è la volta della parete, su cui appende
Dimore. Ope-re bidimensionali che il disegno inciso nel cemento,
ora di semicerchi, ora di rettangoli, ora di trapezi, viola alludendo
a una pro-fondità illusionistica.
Quando nell'82 sottrae alcune porzioni di cemento per sostituirle
con tralicci di ferro, Uncini annuncia una nuova uscita nello
spazio. Spazi di ferro combinano quinte di cemento con intrecci
fittissimi di ferro in vere e proprie costruzioni che alternano
il pieno alla trasparenza.
Nel 1993, tornato alla parete, Uncini inaugura una felice stagione
creativa. Come nei Cementarmato del '59, negli Spazicemento la
materia assurge a protagonista; pur non scabrosa come allora,
reca tuttavia le tracce del processo di lavorazione. Se però
i Cementarmato erano 'oggetti autosignificanti', le forme di cemento,
ritagliate in foggia irregolare, giocano oggi illusionisticamente
contro il piano di fondo, la parete stessa incorniciata in modo
aperto e dinamico da tondini e ferro". Il dialogo tra progetto
e gesto, tra pittura e struttura di Giuseppe Uncini, iniziato
da oltre mezzo secolo, si è sviluppato negli anni con un’evoluzione
artistica sorprendente da cui è nata un'arte di inconfondibile
autonomia.
E quel piccolo grande uomo che si ferma a guardare i ponti delle
autostrade per riprogettarli mentalmente e farli diventare opere
d'arte, "se non lo sono già", continua ancora
a pensarla come allora:
"la mia preoccupazione quotidiana è quella di fare,
di costruire, di pensare mentre costruisco e viceversa.
Mi è sempre interessata la disciplina storica del costruttivismo,
però la mia attenzione è diretta ai gesti primari
dell’uomo, a tutti quei congegni base che costitu scono
l'embrione della costruzione. Mi interessa il desiderio dell’uomo
di costruirsi la propria dimora, l'azione del contadino nello
squadrare il campo per la coltura. Tutte azioni che vengono dirette
da leggi ben precise, frutto di un pensiero e di un calcolo che
determinano anche una estetica".