Un
mondo di fiabe, un mondo fiabesco, un mondo capace di
fare sbarrare gli occhi ai bambini, è quello che
si legge nella nobile e caratteristica pittura di Enzo
Bellini, artista romagnolo che a Milano ha avuto un trascorso
artistico talmente alto da attirare l'attenzione della
critica italiana che ha così lasciato pagine indimenticabili
sulla sua pittura.
Pittura, disegno e grafica sono stati i termini tecnici
del suo lavoro che dagli anni Settanta ad oggi ha trovato
il consenso forte del pubblico.
Ha dipinto un paesaggio italiano trasfigurato, accentrando
l'attenzione su un bestiario divenuto quasi uno stil life.
Basterebbe leggere i titoli dei suoi dipinti, "gazza
sul girasole", "coniglio pezzato", "coniglio
e merlo sullo steccato", "la colomba bianca",
"cornacchie grigie", e non basta, se dietro
i dipinti la visione si allarga a cogliere proprio quel
mondo da lui vissuto a Santa Sofia nell'Appennino tosco
emiliano, quel mondo rurale e montanaro ancora pregno
di alti valori.
Difatti i personaggi sembrano attingere a quella vita,
è così per
l'uomo
(quasi un autoritratto) con cagnolino, per la raccolta
delle fascine, per la conversazione tra il vicinato, per
il contadino che trasporta le fascine, per la venditrice
di carbone, per il taglialegna, per il falconiere e persino
per certi rituali come l'uccisione del maiale.
Un mondo che Bellini non ha mai perso di vista, anche
durante il suo lungo soggiorno milanese, prima di ritornare
- nel 2000 - ancora a vivere nei luoghi delle sue radici.
In questo mondo che diventa una grande saga, un lungo
racconto, un attingere giornalmente per la sua vivace
creatività, il nostro pittore ha voluto rivivere
un'Italia preindustriale, ancora incontaminata, una natura
e un ambiente che ancor oggi è difficile trovare
se
non
in certe zone protette e soprattutto negli intenti di
quella politica ambientalista che incomincia finalmente
a prendere piede.
Pittura di candore, di meraviglia, di stupore, e soprattutto
pittura onesta, in quanto ha sorvolato su tutte le ricerche
italiane che si sono cimentate dal settanta ad oggi, attingendo
alla grande pittura italiana quattrocentesca e cinquecentesca,
senza tralasciare certi influssi nordici, come Bruegel.
Persino lo stupore di certi bambini che guardano incantati
il mondo circostante come mondo delle meraviglie sembra
aver tratto una qualche lezione da Balthus, anche se in
quest'ultimo il dato psicologico è più avanzato
per via del salto dell'età che non è più
quello fanciullesco, ma adolescenziale. I colori e i toni
sorprendono e si adeguano a questa francescana visione,
bianchi, azzurri, rossi, neri, compaiono la condizione
nuova dell'artista che storicamente va a significarsi
sì nel mondo, o almeno, in certo mondo fantastico
ma non perde la sua cornice di interprete vero della nuova
figurazione italiana.
Dicevamo pittura, e non solo, anche nelle tempere e nella
grafica, è alto il suo significarsi. Questo mondo
calato nel suo percorso artistico vive la condizione del
pensatore, perché Bellini è grande pittore
ma anche grande poeta, una qualità quest'ultima
che si è persa nella pittura contemporanea.
E' poi lo stesso mondo che leggiamo in Giotto, e via via
nei più nobili percorsi di artisti che nella natura
hanno attinto la bellezza del creato, la nobiltà
del vivere, il trasognato stupore francescano che innesca
la convivenza fra uomo e animali.
Ecco chi è Bellini, uno dei pochi artisti italiani
ancora veri, campionato nei maggiori musei italiani ed
esteri e che la critica, da Carluccio a Valsecchi, da
De Micheli ad Arcangeli e senza tralasciare De Grada che
né è stato il primo ammiratore, ha voluto
leggere come intellettuale che ha fatto storia, anche
storia del sentimento.