Giardini spettacolari, piante
splendide, oggetti stravaganti e una incredibile folla di appassionati:
diario di una giornata nel tempio internazionale del giardinaggio,
dove i progettisti sono acclamati come rockstar.
Non c’è niente di simile al mondo. Piante
mai viste e giardini da sogno, ma anche stravaganze, glamour e
mondanità, teste coronate e schiere di vip. E una macchina
organizzativa impressionante. Visitare il Chelsea Flower Show,
la più favolosa e prestigiosa kermesse floreale al mondo,
è senza dubbio un’esperienza indimenticabile, unica
per aspetti botanici, spettacolari e per quelli curiosi, almeno
per noi stranieri.
Si tiene a Londra dal 1913, e oggi è ospitata al Royal
Hospital – nel cuore più chic di Chelsea –
che ogni anno vede affluire qualcosa come 150mila visitatori (numero
limitato, pare, dalla capacità dei giardini). Qui, per
5 giorni di fine maggio, vengono creati e messi in mostra una
cinquantina di stupefacenti giardini dimostrativi e un centinaio
di allestimenti floreali curati dai migliori ibridatori e vivaisti
del mondo.
Patrocinata dalla Corona, ogni anno la manifestazione viene inaugurata
dalla Regina e visitata da diversi membri della casa reale, tra
cui il Principe Carlo che nel 2002 partecipò addirittura
con un suo giardino.
La regia dell’evento è affidata alla Royal Horticultural
Society (RHS), la più autorevole associazione britannica
per la promozione dell’orticoltura e del giardinaggio.
Molto sentita dagli inglesi e vissuta dall’alta società
londinese come uno degli eventi clou dell’anno, la mostra
registra immancabilmente il tutto esaurito: indispensabile acquistare
i biglietti con largo anticipo (anche on line), altrimenti non
resterà che mettersi in coda alla biglietteria sperando
in una improbabile rinuncia (o rivolgersi ai bagarini, proprio
come a un concerto rock!). I progettisti fanno a gara da tutto
il pianeta per essere ammessi: quelli che superano la rigida selezione
della RHS possono davvero essere considerati il gotha dell’arte
del giardino, coloro che detteranno le tendenze per il futuro.
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Un
angolo del sofisticato giardino australiano Float, di Jack
Merlo per Fleming’s Nurseries. |
Dietro le quinte
Passeggiando tra i giardini in gara (costruiti di tutto punto,
con tanto di laghetti, cascate, alberature maestose, case e strutture
varie, e non si percepisce l’artificio: tutto sembra "vero"
più del vero) viene istintivo chiedersi: ma come avranno
fatto? E subito dopo: tutto questo per soli 5 giorni di mostra?
L’organizzazione di un evento simile, infatti, è
molto complessa e ricca di imprevisti: quest’anno, per esempio,
lo show si è aperto sotto un sole tropicale, ma dopo una
primavera fredda e piovosa, che ha ritardato le fioriture costringendo
i progettisti a puntare luci e riscaldatori sui timidi boccioli
per indurli a schiudersi puntuali.
Quando la mostra apre, infatti, i giardini devono essere perfetti:
la visita della giuria è approfondita e assai puntigliosa,
una minima sbavatura basta per giocarsi l’agognata medaglia.
L’allestimento della mostra richiede il lavoro di circa
800 persone e opere immense, sia prima (come la stesura di 5 km
di tubature idriche e tanti teloni quanti ne servono per coprire
6 campi da calcio) che dopo, quando vengono rinnovati i 7mila
mq di prato utilizzati durante la mostra. I progettisti si mettono
in moto con un anno di anticipo, per realizzare strutture spesso
avveniristiche (e quindi del tutto artigianali) e per avere le
piante pronte al momento giusto. L’accesso al luogo, però,
è consentito solo tre settimane prima dell’apertura:
da quel momento, il lavoro è incessante e febbrile, dall’alba
fino a notte fonda.
Internazionale? Sì, ma tanto inglese! Varcati i cancelli,
lo spettacolo è di quelli entusiasmanti. E l’atmosfera
è elettrizzante. Tutto è bellissimo e scintillante,
perfetto, impeccabile... se non fosse per l’incredibile
folla che si accalca tra gli stand e intorno ai giardini. Un tempo
il pubblico era quasi esclusivamente inglese, ma oggi si incontrano
appassionati e curiosi da ogni angolo del globo, e accanto alla
BBC – che assicura una costante copertura televisiva –
arrivano reporter da ogni Paese. E un numero crescente di celebrità
con il pollice verde: quest’anno c’erano Michael Caine,
l’ex-Beatle Ringo Starr, lo scrittore e giardiniere Monty
Don, il rocker Rod Stewart, per non fare che qualche nome.
Se il pubblico è internazionale, l’approccio, però,
è ancora di stampo prettamente british. Qualche esempio?
Primo: tutti attendono pazienti il proprio turno per vedere i
giardini (i più astuti sono armati di improvvisati seggiolini
portatili fai-date), precedenza assoluta alle sedie a rotelle,
messe a disposizione ai tanti anziani e disabili che per nulla
al mondo rinuncerebbero allo show.
Secondo: vabbè il glamour, ma si va per fare un pieno di
piante e giardini, quindi al vestito elegante e al ricercato cappello
floreale si abbina senza dubbio la comoda scarpa ginnica.
Terzo: all’ora di pranzo, mentre i vip consumano ostriche
e champagne al ristorante panoramico e gli stranieri si mettono
(di nuovo) in coda per sandwich e gelati, gli inglesi, già
provvisti di panini e bibite, tirano fuori la tovaglietta a quadri
e rendono onore all’antica tradizione del pic-nic sui morbidi
prati del Royal Hospital. Anche se piove!
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Una
panoramica sulla folla dei visitatori e l’installazione
centrale del Peace Garden; un singolare laghetto rialzato
nel Real Rubbish Garden, dove tutto è riciclato. |
Chelsea sancisce la vittoria dei
"verdi"
Il nucleo del CSF sono i giardini, tanto quelli grandi e spettacolari
(show gardens) quanto quelli minuti e ricercatissimi (courtyard,
city e chic gardens). In un secolo di vita, i giardini del CSF
hannotestimoniato e indirizzato i cambiamenti nello stile. Alcune
tendenze, infatti, emergono sempre con chiarezza anche se la RHS
non impone alcun tema ai progettisti. Fondamentale è l’effetto
sorpresa: fino all’apertura nessuna notizia trapela e il
clima di aspettativa e curiosità sale alle stelle. Emerso
timidamente nelle scorse edizioni, quest’anno è stato
davvero preponderante l’approccio eco-sostenibile, con proposte
tese a dimostrare che un giardino non deve essere per forza selvaggio
per essere ecologico.
Tra le soluzioni più innovative, un laghetto balneabile
biologicamente equilibrato e un tetto verde di Sedum tanto ecologico
quanto affascinante. L’attenzione alla biodiversità
e alla vita selvatica ha preso piede: quest’anno si è
visto un numero altissimo di giardini dotati di piante per attirare
gli insetti, nidi per gli uccellini, ingegnosi ripari per piccoli
animali. E poi distese di fiori di campo ed erbe spontanee. Ma
soprattutto, una ventata di idee originali, alcune geniali, per
chi vuole personalizzare i propri spazi riciclando di tutto, perfino
una vecchia Land Rover. Un’ampia presenza di frutti e ortaggi
incoraggiava l’interesse per cibi sani e genuini.
Tanti giardini fornivano idee per orti familiari bio o di antiche
varietà, e il Great Pavillion (l’elegantissima mega-serra
di vetro dove espongono i vivaisti) era un trionfo di verdure
da sperimentare: dalle patate di Thompson & Morgan e Three
Countries Potatoes (oltre 100 varietà di ogni forma e colore),
alle erbe e insalate naturali della popolare Jekka McVicar, fino
all’incredibile allestimento di “commestibili esotiche”
dalla Malesia – coltivabili in Europa – dello chef
e volto TV Raymond Blanc con Newington Nurseries.
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Il
Trail-finders Recycled Garden è un giardino contemporaneo
ed elegante, realizzato esclusivamente con materiali riciclati
e riciclabili,come le lastre di vetro e alluminio di recupero.
L’avveniristico Microsoft Sogo Garden, giardino-ufficio
formato mignon. |
Uno sguardo al futuro...
Chi vuole uno spazio davvero trendy deve cercare ispirazione dagli
"chic e city gardens", piccoli giardini di gusto contemporaneo
e metropolitano, tanto sofisticati quanto minimalisti.
Sebbene siano spesso più opere d’arte che veri giardini
da vivere, sono questi che esprimono le tendenze d’avanguardia.
Come l’uso di piante nere (proposte anche in moltissimi
Show gardens e ben rappresentate nel Great Pavilion, vedi
riquadro) e l’inserimento di superfici riflettenti:
specchi, pareti lucide d’acciaio, foto di fiori in trasparenza
usati come séparé, raffinati pannelli di cristallo,
laghetti neri ultraspecchianti, recinzioni fatte di cristalli
montati su reti metalliche.
Novità al Chelsea e specchio dei tempi, un certo numero
di progetti offriva idee per fare del proprio giardino uno spazio
di calma e ispirazione per chi lavora a casa propria.
Come il "Microsoft SoGo Garden", mini-ufficio simile
a una capsula spaziale (con connessione senza cavo), dove assorbire
energia creativa dai toni accesi delle piante.
O come il "Merrill Lynch Garden" del celebre Andy Sturgeon,
luogo di lavoro abbinato all’abitazione, connesso attraverso
una parete di vetro a un giardino d’acqua studiato per fornire
quiete e concentrazione.
Novità
al Chelsea e specchio dei tempi, un certo numero di idee
per fare del proprio giardino uno spazio di calma e ispirazione |
... e al passato
Se tanti giardini guardavano decisamente avanti, c’era però
anche chi guardava al passato. Curiosamente, i progetti firmati
dai nomi verso cui più alte erano le aspettative avevano
un tono, diciamo così, nostalgico.
Paradossale come “nuova tendenza”? Forse, ma un certo
numero di giardini classici, quando non prettamente simbolici
e sentimentali, è sempre presente a Chelsea e piace molto
ai membri più conservatori della giuria. Chi si aspettava
da Sir Terence Conran un progetto dalle linee moderne quanto i
mobili Habitat che lo hanno reso famoso sarà rimasto sorpreso:
il suo “Peace garden” era un giardino-simbolo tutto
fiorito di bianco, seducente ma assai più classico che
innovativo.
Sullo stesso tema (il 60° anniversario della fine della seconda
Guerra Mondiale) si è mosso Julian Dowle, che ha vinto
il premio per il Miglior giardino: il suo “Chelsea Pensioners
Garden” ispirato a un pub inglese di campagna in periodo
bellico, mostrava un design e un arredo vegetale di qualità
eccezionali, ma di gusto retrò.
Molti dei giardini più riusciti e seducenti, poi, si ispiravano
con decisione al passato per inventare il futuro: Tom Stuart-Smith
(“Laurent Perrier Garden”), per esempio, ha rivisitato
l’antico giardino all’italiana, ma modernizzando lo
schema di piantagione, mentre Christopher Bradley Hole (vincitore
dell’edizione 2004), ha realizzato una composizione di gusto
contemporaneo e pulito, ma ispirata alla millenaria tradizione
dei giardini islamici (“In The Groove”) e il popolare
Chris Beardshaw (“Trailfinders Recycled Garden”) ha
tratto ispirazione dal giardino rinascimentale.
Stravaganze made in Britain
Non solo i giardini sono fonte d’ispirazione: nel Great
Pavilion si rimane a bocca aperta davanti al tripudio di piante
da ogni continente. Ma se volete stupirvi davvero, date un occhio
agli arredi e accessori per decorare il giardino: qui il british
style si rivela in tutta la sua eccentricità.
Accanto a serre da mille e una notte e mobili da sogno, la varietà
di sculture stravaganti è impressionante: volpi intreccciate
in filo di ferro, mucche pezzate di metallo traslucido, cani e
gatti di ogni razza e materiale, quest’anno persino ragazze
bronzee senza veli... gli unici a essere banditi (troppo banali
e ineleganti!) sono i vecchi nani da giardino.
Un ultimo consiglio: se visitate il CFS l’ultimo giorno
di apertura, quando qualcuno mette in vendita le piante esposte,
dovreste rimanere fino alla chiusura: la sfilata di gente che
se ne va con un acero in spalla o un cactus monumentale in bilico
sulla testa è davvero uno spettacolo nello spettacolo...
Info: il Chelsea Flower Show 2006 si terrà dal 23 al 27
maggio e i biglietti saranno in vendita a partire da novembre
2005. Tel. 0044/2076491885,www.rhs.org.uk

tratto da “Giardinaggio”
agosto 2005