IL PORTO DI ALANG
nel golfo di Cambay

Stenio Solinas

Il più grande porto di demolizione delle navi in India, il terzo del mondo dopo la Cina e il Bangladesh. Al culmine della sua "gloria" era la bestia nera degli ecologisti e di molta stampa occidentale: un concentrato di alti rischi, tanto sfruttamento, poca o nessuna sicurezza.
A mille metri dalla spiaggia il piroscafo di linea aspetta la bassa marea per venire ad incagliarsi.
Una volta arenatosi, con gli argani verrà tirato definitivamente in secco e seguirà le sorti della petroliera che mi sta davanti spolpata di tutto quello che fa di una nave - ciminiere, boccaporti, oblò, paratie, ombrinali, scialuppe di salvataggio -tagliata a metà come fosse un panetto di burro. A bordo una squadra lavora a sezionarla in orizzontale e in verticale, a terra un centinaio di operai armati di fiamma ossidrica riducono quelle enormi fette a dimensioni quasi umane: sembra di assistere alla scomposizione di un gigantesco meccano.
Intorno alla nave c'è un viavai di donne: trasportano ora la porta di una cabina, ora le suppellettili, tavoli, armadi, sedie, piatti di quella che fu una volta la sala-mensa ufficiali.
A intermittenza piove, una pioggia violenta e rapidissima che lascia il calore di una giornata umida e senza sole.
Lungo gli undici chilometri di costa sabbiosa, divisi in un centinaio e passa di aree-cantiere di grandezza diversa a seconda del tonnellaggio che le è destinato, cambiano le dimensioni, ma lo spettacolo è identico: un traghetto, un porta-container, un cargo, un miniformicaio umano intento a ripulirlo.
Il tutto ha per nome Alang, nel golfo di Cambay: il più grande porto di demolizione delle navi in India, il terzo del mondo dopo la Cina e il Bangladesh. Ancora tre anni fa Alang era il numero uno in assoluto, 180 navi all'anno che finivano la loro esistenza, dai tre ai quattro mesi per ridurre ciascuna di esse a una immensa ferraglia riciclata. Adesso la media è di 40 navi e questo da un lato aiuta a spiegare la corsa verso la modernità dell'India che, nel campo in questione, l'ha resa di colpo meno competitiva.
Cina e Bangladesh le hanno sfilato di sotto quel primato di povertà che le permetteva una manodopera pagata niente e quindi costi irrisori.
Dall'altro giustifica il diffidente fastidio delle autorità militari preposte per qualsiasi tipo di interesse giornalistico, ieri come oggi.
Al culmine della sua "gloria" Alang era la bestia nera degli ecologisti e di molta stampa occidentale: un concentrato di alti rischi, tanto sfruttamento, poca o nessuna sicurezza. Adesso che è in decadenza, l'orgoglio nazionalistico non riesce a vedere nella perdita di quel primato la cartina di tornasole di un maggior benessere, ma la vive come una sorta di risentita vergogna. Se a ciò si aggiunge la sfiancante burocrazia, il "piacere" per le attese estenuanti, i fascicoli, i protocolli, le documentazioni, il moltiplicarsi degli impiegati via via che la pratica si infittisce, il combinato disposto della diffidenza e degli incartamenti si rivela una muraglia pressoché insormontabile.
Per valicarla bisogna praticare l'assurdo. Da Alang a Gandhinagar, dove ha sede il "Gujarat Maritime Board" che emette i permessi necessari per entrare nel porto, ci sono circa 300 chilometri. Il primo elemento di assurdità consiste nel cercare di percorrerli mentre gran parte della regione del Gujarat, cui ambedue i luoghi dipendono, è sott'acqua per un'inondazione.
Arrivato di prima mattina all'aeroporto di Bhavnagar, che da Alang dista una cinquantina di chilometri, un primo tentativo di cercare di avere direttamente in loco l'autorizzazione necessaria, era stato subito frustrato. Negli uffici pioveva, c'era un via vai di secchi e di stracci, un moltiplicarsi di riunioni. Avrei saputo dopo che durante l'inondazione Alang avrebbe fatto da centro di smistamento per giubbetti di salvataggio, canotti, razzi di segnalazione, in pratica tutto l'occorrente per un'emergenza in cui l'acqua è protagonista. Ma in quel momento vedevo solo quello che mi sembrava naturale nella stagione dei monsoni: dei tetti che sgocciolavano, dei secchi che si riempivano, degli stracci che andavano su e giù lungo i pavimenti e il capitano Parmar che probabilmente si chiedeva se il giornalista che aveva di fronte fosse un cretino o un pazzo. "No, glielo ripeto, l'autorizzazione viene dal Comando di Gandhinigar e lei è lì che deve recarsi. Sì, siamo nella stagione dei monsoni, ma glielo ripeto, c'è un'emergenza, fiumi e laghi sono straripati, non so se Gandhinagar sia raggiungibile in macchina. No, glielo ripeto, non posso chiedere l'autorizzazione per telefono, c'è una prassi e lei deve andare a Gandhinagar…Però, glielo ripeto, non so se a Gandhinagar tiuscirà ad arrivare".
Jonesco non avrebbe saputo fare di meglio. Sette ore dopo, comunque, sono a Gandhinagar, un viaggio in cui non ho visto altro che acqua sopra e intorno a me. Il capitano i marina Mathurin è uno di quegli ufficiali grassi, natiche e pancia in particolare, cui l'uniforme non giova e ancor meno un'uniforme incompleta, pantaloni della divisa, camicia da borghese.
Ha i piedi piatti, è molto pieno di sé, è antipatico e io non gli sono simpatico. "Niente permessi" dice secco dopo che ho spiegato per mezz'ora chi sono e cosa vorrei fare e aver tirato fuori gli "afidavit" del Consolato italiano di Mumbay.
"E adesso, se mi vuole scusare, sono molto impegnato. C'è un'emergenza in Gujarat, causa il maltempo…"
Lo ringrazio e gli ripeto di nuovo tutto il discorsetto, l'interesse, la stampa, il Consolato, l'amicizia Italia-India, la passione per il mare…"Non diamo più permessi" riattacca questa volta lui. "Alang è in fase di ristrutturazione. E adesso, se mi vuole scusare…"
Al terzo round il capitano Mathurin cede: "Vada al piano di sopra, c'è un altro ufficio, chieda lì. La mia risposta, comunque, è no".
Il personale del nuovo ufficio è fatto di civili. Ricomincio la mia perorazione. "Il capitano Mathurin mi ha mandato qui da voi per il permesso" dico alla fine. "Ma è il capitano che rilascia i permessi" è la risposta. Insisto, fuori piove a sprazzi sempre più violenti, dentro appaiono e scompaiono secchi e stracci… "Torni domani" mi dicono alla fine, non so se impietositi o incuriositi da uno che attraversato una regione sommersa dall'acqua per chiedere il permesso per visitare un porto che, mi viene ripetuto anche qui, "Vorremmo ristrutturare, potremmo chiudere".
Passo la notte in un albergo di Gandhinagar che si staglia con i suoi dieci piani nel mezzo di un campo che ora è un acquitrino e dove sono l'unico cliente. La mia stanza è rimasta chiusa per mesi, e si sente in compenso è enorme e il personale giovane si dà da fare come se gestisse un albergo vero. Piove nella hall, sono vietati gli alcolici al ristorante, il Gujarat è la terra natale di Ghandhi, vegetariano e astemio, ma se buoi puoi berli in camera. Berrei volentieri un whisky, mi portano l'intera bottiglia.
"No, un solo bicchiere non lo possiamo servire. La deve pagare tutta". Fuori continua a piovere…Il giorno dopo sono di nuovo al Maritime Board. Il tempo è peggiorato e anch'io ho cominciato a rendermi conto che quella è un'inondazione vera: sono 250mila i senza tetto, 150 i morti…L'assurdità della situazione è totale, ma, d'altra parte, che fare? Qui siamo, qui stiamo. Il funzionario civile mi porta dal vice Chairman & Chief Executive Officer H.K. Dash."E' lui che decide" dice. "Ah, non è il capitano Mathurin?". "No, il capitano esegue quello che il comandante Dash decide" Nell'ufficio siamo io, il funzionario, il Chairman, il suo vice, il signor Thakor. Si parte da capo: richiesta, affidavit, perorazione… "Non diamo permessi per Alang" è la risposta." Ma se non li date perché ad Alang il capitano Parmar mi ha detto di venire da voi per chiedere l'autorizzazione? C'è una logica nella mia replica e gli indiani sono un popolo che sulla logica, la domanda e la risposta, ha costruito un pensiero millenario. Il premio Nobel per l'economia Amartya Sen ha scritto un saggio, The Argumentative Indian (Il polemico Indiano), che spiega la democrazia in quella nazione come un effetto dell'amore per la discussione, il confronto delle idee. "Non diamo più permessi ai giornalisti" specifica. "Perché sono prevenuti, scrivono articoli critici e ingiusti. Inoltre in questo momento il Governo sta valutando una ristrutturazione del porto di Alang e quindi è tutto top secret, non è permesso alcun tipo di informazione". La discussione si fa scivolosa e professare la propria buona fede, far presenteche non si ha alcun intento né interesse denigratorio, non mi fa avanzare di un palmo.
"Comandante", gli dico, "se non ci tenessi veramente a vedere Alang lei crede che sarei venuto in volo dall'Italia e che poi mi sarei fatto un giorno di macchina in mezzo alla inondazione?". Già, l'inondazione.
Questo è un altro problema. Vede, come responsabile dei soccorsi per l'intera regione le go già dedicato, lo capisce anche lei, e anche Alang è in stato di allerta. Mi dispiace, ma se il suo è un interesse giornalistico, niente da fare". "Perché, se fosse d'altro genere?". "Be', se il suo è un interesse sceintifico, di studio…" E' qui che Jonesco mi ha battuto sulla spalla. "Sono un marinaio, comandante, mi interessa il processo di demolizione del porto di Alang sotto il profilo marittimo ed economico!". "Bene, allora è tutto a posto. Mi faccia una richiesta scritta in tal senso e io la vaglierò positivamente". Tre giorni dopo, qualche decina di telefonate durante le qauli il mio permesso appare e scompare in accordo con gli impiegati che seguono la pratica e l'interessamento fattivo di Sandip Banzal, un agente marittimo di Bhavnagar segnalatomi dal Consolato italiano, alle 11 e mezzo del mattino, il capitano Parmar del porto di Alang mi sventola sorridente sotto il naso il fascicolo che mi riguardava e che contiene la tanto sospirata e faticata autorizzazione.
"Ha visto che avevo ragione nel mandarla a Gandhinagar", commenta soddisfatto. Mentre aspettiamo che mi accompagnerà nella visita come al solito dico una parola di troppo. "E' vero che il Governo ha intenzione di chiudere Alang?" chiedo con tono disinvolto.
Il sorriso scompare dal volto di Parmar e il tono della voce si fa secco: "Chi le ha detto una simile sciocchezza?". "Mah, a Ganshinagar, al Maritime Board, il Chairman, mi è sembrato di capire, una ristrutturazione forse…". "Alang non chiuderà mai" è la risposta. Perché dovrebbe? Dà lavoro a cinquemila operai, c'è tutta un'economia che vive intorno al porto e che interessa 40 mila persone. E' pura follia". Faccio velocemente marcia indietro: "Ma certo, non se ne parla proprio, non avrebbe senso". Il capitano Parmar torna a sorridere. Andos è il responsabile di quest'area di 120 metri quadri dove stanno facendo a pezzi la petroliera Valdivi, 17mila tonnellate. "La tagliamo in sezioni da sei, sette tonnellate ciascuna, poi a terra si procede agli altri tagli, al riciclo, alla vendita. Questa è una delle 173 aree di cui si compone Alang, l'area massima: le altre sono da 30, da 60 e da 90 metri. Gli operai provengono dalle regioni del Bihar, dell'Uttar Pradesh, dell'Orissa, il nord e l'est dell'India, la parte più povera. E poi dal Qatar. La giornata lavorativa è di otto ore, la paga è di ottanta rupie al giorno, 120 per il personale specializzato, quello che lavora direttamente a bordo, dieci anni di esperienza alle spalle. Il 60 per cento del personale è non specializzato, un 20 per cento è semispecializzato. Gli operai a terra sono cento, la squadra a bordo è fra le venti e le venticinque persone". Un euro vale cinquanta rupie. A bordo hanno appena finito di tagliare un fumaiolo. Gli viene passata intorno la cima di un argano e si procede a rimuoverlo.
"Prima di cominciare il lavoro di demolizione" dice Vohel Vijai, il mio accompagnatore, "le navi vengono praticamente svuotate, rimosse di tutto il loro contenuto. Poi c'è il controllo delle autorità sanitarie e di sicurezza, la verifica che tutto sia a posto. Fino a dieci anni fa, la media era di un morto al mese sul lavoro, oggi è di un morto all'anno. Vede quel cartello? East or West Safety is the Best. E' il nostro motto. Abbiamo due ospedali che lavorano 24 ore al giorno, una stazione di vigili del fuoco con 19 automezzi. Per demolire una nave ci vogliono tre mesi. Ogni mese, in media, ne demoliamo cinque, fra le 40 e le 50 ogni anno, meno di un terzo rispetto a tre anni fa. Sono stati cinesi a toglierci il primato: hanno aree di demolizione più grandi, più tecnologia e costano meno come manodopera. Sì, siamo in crisi, anche se qui nessuno lo vuole ammettere".
All'intervallo per il pranzo, scandito dal suono delle sirene, gli operai sciamano per andare a mangiare. A ridosso delle aree di demolizione che coprono la spiaggia, è un susseguirsi di baracche, capanne, ristoranti da poco, un frastuono di motorini, risciò a motore, camion, l'abbaiare dei cani, la placida indolenza delle vacche, la cocciutaggine dei muli, tetragoni all'idea di spostarsi e lasciar passare chi gli strombazza sotto il sedere.
Tutta l'economia dei bazar ruota intorno allo smantellamento delle navi: puoi trovare dai diplomi di bordo degli ufficiali agli asciugamani, dalle casseforti alle bilance delle cucine, dagli strumenti di misurazione alle scialuppe di salvataggio…
Quello che non viene riciclato viene venduto. Viste dalla spiaggia le navi appaiono enormi e il ragazzino alle prese con la fiamma ossidrica indossa degli stivali di gomma troppo grandi per lui. Sull'età minima per lavorare, le idee sono confuse. C'è chi come Vijay mi dice 18 anni, chi come un capo cantiere la fa scendere a quindici: a occhio quel bambino non ne ha più di dodici o tredici… Ma c'è confusione anche sull'età massima: 50,55, oppure "dipende dal fisico. Se è buono, anche sessanta". Alang è un buon posto d'osservazione per cercare di capire in che direzione sta andando questo gigantesco Paese.
E' il punto di incontro fra mare e terra, e un'area industriale avvolta in una dimensione.
E' un punto di incontro fra mare e terra, e un'area industriale avvolta in una dimensione archeologica che ancora fino a ieri incarnava la lotta cruciale del nostro tempo fra Primo e Terzo Mondo, fra ricchi e poveri, la metafora di una rivoluzione industriale che arrivava in Oriente tre secoli dopo di quando arrivò in Occidente, e dei costi da pagare che essa portava con sé.
Il suo attuale stato di crisi, e la malcelata preoccupazione che lo circonda, se da una parte, come dicevamo all'inizio, significa un passaggio di consegne, la constatazione che c'è chi è più povero di te, ovvero che tu non sei più così povero come prima, dall'altra getta una luce inquietante su tutta un'economia sommersa che quel primato accompagnava e che di quel primato ancora non può fare a meno, perché non ha nulla di immediato con cui sostituirlo.
Negli uffici del porto di Alang, un cartello invita a non sputare. Fuori, sotto, la pioggia, un giovane pressoché nudo, a mala pena coperto da un sudicio dothi, fa i suoi bisogni accucciato a terra, e intanto distrattamente si masturba. E anche questo è l'India

Stenio Solinas