Musulmani ed Europei: Un mix difficile

Livio Caputo

I due diversi modelli di integrazione praticati da Gran Bretagna e Francia sono entrambi falliti: il futuro delle comunità islamiche nell'Unione appare molto problematico
La rivolta delle banlieue francesi ha riproposto brutalmente una domanda che aleggiava da tempo sull'Europa: che possibilità esiste per le nostre società di assimilare senza intollerabili conflitti una consistente comunità musulmana? Le risposte, ovviamente, variano, a seconda anche dell'orientamento politico. Ma resta il fatto che, dopo il fallimento del modello di integrazione britannico, che ha prodotto gli attentatori della metropolitana di Londra dello scorso luglio, anche quello francese ha ora messo in luce tutte le sue pecche. L'Italia, finora, è rimasta relativamente immune da disordini di massa provocati da immigrati musulmani: ma le forze dell'ordine hanno già scoperto vari complotti per organizzare attentati e decretato una serie di espulsioni preventive, e il rifiuto dell'obbligo scolastico da parte di centinaia di genitori egiziani (caso della scuola di via Quaranta a Milano) solleva molti interrogativi sull'avvenire. In realtà, questa relativa quiete è dovuta in gran parte al fatto che le nostre comunità sono di formazione relativamente recente, e non hanno ancora maturato le frustrazioni che hanno innescato la follia dei kamikaze londinesi o l'incendio parigino. Il ministro degli Interni, Pisanu, non ha del resto nascosto i suoi timori per il futuro, se dovessero maturare anche da noi condizioni simili a quelle d'Oltralpe.
Francia e Gran Bretagna, nella loro qualità di ex potenze coloniali, sono state le prime a subire l'impatto della immigrazione extraeuropea: fin dagli anni Cinquanta e Sessanta, nell'Esagono sono arrivati centinaia di migliaia di magrebini e africani, che con il passare del tempo si sono moltiplicati fino a rappresentare quasi un decimo della popolazione; in Inghilterra, il grosso dell'immigrazione è invece rappresentato da neri dei Caraibi, indiani, pakistani, bangladeshi, all'inizio chiamati per colmare i vuoti nel mercato del lavoro, ma poi caduti spesso vittime del processo di deindustrializzazione. I due Paesi hanno affrontato il problema in maniera radicalmente diversa. La Gran Bretagna ha favorito la nascita di comunità etniche distinte, con propria identità e proprie associazioni, lasciate libere di mantenere i rispettivi costumi ma incoraggiate a partecipare alla vita pubblica, tanto che le minoranze sono oggi rappresentate da ben quindici deputati alla Camera dei Comuni e da innumerevoli consiglieri a livello locale. Cittadini caraibici, africani ed asiatici sono ben presenti anche nei media, nelle associazioni culturali e sportive e nel servizio sanitario. L'obiettivo era di creare una società multiculturale, in cui le varie etnie erano incoraggiate a convivere pacificamente in un sistema liberale.
Nonostante una serie di spettacolari scontri a sfondo razziale, sia a Londra, sia nelle Midlands, sembrava che l'esperimento desse discreti risultati, fino a quando si è scoperto che la comunità pakistana, la più esposta alle predicazioni del fondamentalismo islamico, stava fornendo decine e decine di reclute ad Al Qaeda. Ad accorrere sotto le bandiere di Osama Bin Laden, prima in Afghanistan e poi in Iraq, e a organizzare la serie di attentati dinamitardi che hanno causato una sessantina di morti a Londra nello scorso luglio, sono stati soprattutto immigrati musulmani di seconda generazione, in parte anche ben inseriti nella società britannica, ma risoluti a respingerne i valori che consideravano estranei alla loro cultura.
Le inchieste giornalistiche che ne sono seguite hanno rivelato che, mentre gli immigrati cristiani e indù, pur tra mille difficoltà, erano riusciti a integrarsi, pur rimanendo spesso ai gradini più bassi della scala sociale, i musulmani, soprattutto i più giovani, tendevano a reagire alle difficoltà economiche in maniera antagonistica e ribelle. Invece di proseguire sulla
strada della assimilazione intrapresa dai loro padri, molti hanno finito con il diventare seguaci dei "predicatori dell'odio", gli imam estremisti di cui per troppo tempo Londra ha tollerato l'attività. Già negli anni immediatamente successivi all'11 settembre c'erano stati alcuni casi spettacolari: quelli di John Reid, il mulatto di origine giamaicana che ha cercato di far esplodere sopra l'Atlantico un aereo di linea Londra-New York con una carica di plastico nascosta in una scarpa, e quello di due cittadini britannici di origine pakistana andati a farsi esplodere in Israele al servizio di Hamas. Ma solo dopo gli attentati della metropolitana ci si è resi conto dell'ampiezza del fenomeno e si sono tirate le conseguenze: mai, in tempi di pace, la Gran Bretagna era ricorsa a leggi così draconiane, tanto draconiane che il Parlamento è arrivato, a novembre, a bocciare clamorosamente una proposta del governo di portare i termini del fermo di polizia da 14 a 90 giorni. Per fronteggiare la loro immigrazione, proveniente non solo dalle ex colonie ormai indipendenti, ma anche dai tuttora numerosi territori d'oltremare (Martinica, Guadalupa e Guyana in America, Réunion nell'Oceano indiano, Polinesia francese in Oceania), i francesi hanno adottato un metodo diverso: concessione del passaporto a tutti e integrazione totale, al punto che non esistono neppure statistiche ufficiali su quanti siano i cittadini di origine algerina, marocchina, tunisina, mauritana, ecc. o su quanti siano di fede musulmana.
Nello stesso tempo, è stato scoraggiata la formazione di comunità etniche e nazionali che avrebbero portato al multiculturalismo, al punto da vietare (controversa legge dello scorso anno, che ha attirato sulla Francia i fulmini dei fondamentalisti) l'uso del velo nelle scuole e negli uffici pubblici. Bisogna dire, peraltro, che dopo un periodo di apertura, che ha portato una valanga di immigrati dalla sovrappopolata e povera Africa del nord, Parigi ha chiuso abbastanza presto le frontiere, creando un esercito di "sans papiers" (clandestini senza cittadinanza e senza diritti) che le hanno creato non pochi problemi. Ma i ricongiungimenti familiari da un lato e l'elevato tasso di natalità degli immigrati di prima generazione hanno fatto sì che ormai circa un ottavo della popolazione francese sia costituita da non europei, con una percentuale di musulmani che è di gran lunga la più elevata dell'Unione.
Come ormai tutti sanno, i risultati non sono stati brillanti. Gli immigrati sono finiti, con poche eccezioni, all'ultimo gradino della scala sociale, un po' come gli afro-americani negli Stati Uniti. Per ospitarli, lo Stato ha costruito nelle periferie delle grandi città enormi casermoni di edilizia popolare, che con il passare del tempo e la "fuga" degli altri abitanti, si sono inevitabilmente trasformati in ghetti. Il basso livello culturale, la scarsa dimestichezza con i costumi europei e una sostanziale incapacità di assimilare le regole di una società industriale moderna hanno portato, come inevitabile conseguenza, a una caduta del livello scolastico, a un accentuarsi del degrado abitativo, a un peggioramento dei servizi e - conseguenza ultima ma inevitabile - a un elevatissimo tasso di disoccupazione soprattutto tra i giovani. Molto si è scritto, nei giorni successivi alla rivolta delle banlieu, sul razzismo della Francia, che dopo avere concesso formalmente la cittadinanza agli immigrati li ha gradualmente emarginati, rifiutando loro l'assistenza di cui avrebbero avuto bisogno, discriminandoli sul lavoro e isolandoli nelle periferie, lontano dagli occhi della buona borghesia.
In effetti, chi cerca lavoro e si presenta con un nome arabo ha molte meno probabilità di essere assunto di un francese autoctono con gli stessi requisiti. Chi cerca casa al di fuori delle banlieu ha buone probabilità di essere rifiutato dal padrone di casa, a meno che non sia entrato a far parte di quella minoranza che è riuscita a farsi una posizione, e che nella scia dei disordini è diventata una specie di oracolo per i media a caccia di spiegazioni e di soluzioni.
Dopo i drammatici episodi degli anni Sessanta, come il pogrom di algerini del 17 ottobre 1961 ad opera della polizia parigina, in cui oltre duecento persone finirono annegate nella Senna e che ancora oggi è ricordato come uno dei giorni più neri nella storia della Repubblica, per molti anni il conflitto di civiltà è rimasto, per così dire, in incubazione. Se, sul piano politico, esso è stato uno degli elementi che hanno portato alla nascita, e poi alla crescita esponenziale, del Fronte Nazionale di Jean Marie Le Pen, su quello economico e sociale non ha prodotto fenomeni di dimensioni inaccettabili almeno fino a quando la crisi economica, e il conseguente aumento della disoccupazione, non hanno accentuato la crisi latente.
Segnali inquietanti che la pressione stava salendo hanno cominciato ad emergere fin dall'inizio del millennio. Solo l'anno scorso, sono state bruciate in Francia ben 28 mila automobili - quasi cento al giorno! - a fronte delle seimila o poco più date alle fiamme durante la rivolta, ma poiché il fenomeno appariva endemico - quasi come gli incidenti stradali - pochi ci avevano fatto caso. Ora è tutto un frenetico interrogarsi se l'incendio delle città (con qualche eccezione, come Marsiglia, che per ragioni storiche sembra meglio dotata per assorbire le ondate migratorie) sia dovuto alla mancata integrazione delle minoranze, o piuttosto a una integrazione sbagliata, in cui i giovani magrebini hanno assorbito il peggio della nostra civiltà. Singolare, a questo proposito, è la tesi del filosofo André Glucksman, secondo il quale l'ira dei giovani arabi di seconda e terza generazione è in realtà l'indice di una integrazione perfettamente compiuta, ma "in un Paese violento, attraversato da venti di odio e dominato dalla logica dei rapporti di forza". Più che all'islamismo, egli attribuisce la loro furia incendiaria a una forma moderna di nichilismo, a una specie di orgia distruttiva dovuta alla necessità di mostrare i muscoli in un contesto in cui questo finisce sempre con il pagare: "Brucio, quindi sono" sarebbe - secondo Glucksman - il motto di quella che il ministro degli Interni Sarkozy ha chiamato "feccia", indipendentemente dal fatto che le vere vittime dei loro vandalismo sono parenti, amici, connazionali. Alberto Ronchey, sul "Corriere della Sera", non se la è sentita di attribuire l'esplosione di rabbia, i cui protagonisti erano almeno in parte minorenni, a una sola causa. "Dentro c'era di tutto" ha scritto "vandali come in ogni affollato suburbio del nostro tempo, islamismi esaltati e incontrollabili malgrado severe deplorazioni come quella dell'Imam di Parigi, emarginati dalle scuole, teppisti piromani, spacciatori di droga in guerra con la polizia o invasati da primitive collere anarcoidi".
Se questa diagnosi è giusta, la cura sarà ancora più difficile, perché ad alcune di queste categorie offrire incentivi e sussidi potrebbe anche essere inutile.
Nella sua prima, meditata reazione ai disordini il presidente Chirac si è impegnato da un lato a ristabilire l'ordine grazie a un prolungamento delle misure d'emergenza ma anche "ad assicurare a tutti le stesse opportunità" esortando le imprese private, i media e i partiti politici a offrire più spazio alle minoranze. Ha promesso anche la creazione di una "task force" per aiutare i giovani in difficoltà. Ma egli si è ben guardato dal proporre la cosiddetta "affermative action", o discriminazione positiva a favore delle minoranze, con cui gli Stati Uniti hanno cercato di alleviare i problemi della minoranza nera ad accedere alle Università e ai servizi pubblici: i francesi, infatti, non l'avrebbero presa bene. Nella scia della rivolta francese, si è avuto un effetto imitazione in alcune altre città europee, Berlino, Bruxelles e perfino Atene, e si è parlato della possibilità di una specie di intifada islamica a livello continentale.
Ma, a ben guardare, i problemi sono diversi da Paese a Paese. In Germania il grosso degli immigrati islamici è di origine turca, più europei e assai meno dipendenti dalla religione degli arabi. In Olanda, dove pure l'assassinio del regista Theo Van Gogh ad opera di un fanatico immigrato marocchino ha accentuato moltissimo le tensioni con la popolazione locale, la maggioranza dei musulmani è di origine indonesiana. Più esposta al contagio è la Spagna, teatro non solo degli attentati di Madrid, ma anche di rivolte da parte dei lavoratori stagionali marocchini nel Sud. In nessun Paese, peraltro, esiste una concentrazione di potenziali insorti come nelle periferie francesi, il cui riscatto, ammesso che sia possibile, richiederà comunque molti anni e montagne di danaro.
A chi, come me, ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, e ha assistito negli anni Sessanta e Settanta alla sanguinosa rivolta dei ghetti neri di New York, Detroit e Los Angeles, viene il sospetto che ci sia qualche analogia con i fatti di oggi in Francia.
Gli afro-americani, che in quel periodo erano ancora vittime di forme anche legali di discriminazione, si ribellarono contro la propria condizione di inferiorità mettendo a ferro e fuoco i loro quartieri, esattamente come hanno fatto in novembre i magrebini a Parigi, Lione e Lilla. Da allora, sono stati fatti molti progressi, compresa la famosa discriminazione positiva, e per due volte consecutive afro-americani hanno occupato la prestigiosa poltrona di Segretario di Stato; ma, nel complesso, essi sono rimasti la comunità etnica più povera, meno istruita e più problematica, superati nel frattempo in tutte le graduatorie dai nuovi arrivi dall'Asia e dall'America latina.
I musulmani d'Europa, e in particolare quelli di origine araba, si trovano oggi in una condizione simile, aggravata dalla profonda diffidenza che la popolazione bianca nutre nei loro confronti a causa delle imprese del terrorismo fondamentalista. Una parte di loro, tra cui soprattutto gli egiziani che sono numerosi in Italia, ha forse capacità di integrazione superiore ad altre. Ma, in qualche modo, il mix con gli europei non sembra riuscire; e torna alla mente il monito del Cardinale Biffi, che con una omelia politicamente scorretta disse che, se proprio avevamo bisogno di immigrati, era meglio prenderli di fede cristiana (attirandosi per questo le ire del Vaticano).

 

Livio Caputo