Nel
panorama teatrale europeo postbellico un esponente dalle indubbie
doti poliedriche e dagli interessi svariati fu sicuramente Peter
Weiss
Peter Weiss si fece conoscere dapprima come regista di film d’avanguardia,
quindi fece il suo esordio in letteratura con il romanzo L’ombra
del corpo del cocchiere (scritto nel ’52 e pubblicato nel
1960, a cui seguì Colloquio dei tre viandanti, romanzo
incompiuto, il cui materiale venne inserito in due opere: Congedo
dai genitori (’61) e Punto di fuga (’62). Senza dubbio
risultano di livello eccellente i suoi testi teatrali, che tendono
a portare a situazioni estreme alcune caratteristiche tipiche
del teatro epico di Brecht: innanzi tutto una pièce dal
titolo chilometrico: La persecuzione e l’uccisione di Jean
Paul Marat, rappresentata dalla compagnia teatrale di Charenton,
sotto la guida del Marchese de Sade del 1964, più facilmente
riassumibile in Marat/Sade , cui seguirono drammi documentari
quali L’istruttoria, oratorio in 11 atti, la Cantata del
fantoccio lusitano (1967) e Discorso sul Vietnam (1968).
Weiss, in seguito, pian piano si distaccò dalla forma drammatica
propriamente testimoniale e quasi documentaristica, in particolare
con il testo Holderlin (1971), dove analizza la vita del poeta
imprigionato per pazzia, presenta o vera che fosse, in fuga da
un mondo folle.
L’autore realizzò un produzione drammaturgica non
unitaria visto che nelle sue opere si alternano elementi autobiografici
e sperimentalismo, cui si aggiunge un intento etico sempre più
presente e forte.
Nel Marat/Sade, in due atti, Weiss utilizzò la maggior
parte dei mezzi espressivi propri del teatro: gestualità,
mimica, canto musica, recitazione, danza, pantomima. Di quest’opera
il drammaturgo formulò cinque versioni.
L’ultima, riveduta e corretta, giunge ad accentuare l’utopia
rivoluzionaria. Dramma in prosa in due atti, venne rappresentato
per la prima volta allo Schillertheater di Berlino il 29 aprile
1964 con musiche di Hans-Martin Majewski. Grande ricchezza scenicolinguistica
contraddistingue il Marat/Sade, che si svolge ambientata nel 1808
a Charenton, un ospedale psichiatrico in cui venivano internati
anche persone considerate dannose per la società come il
marchese de Sade.
A dare il benvenuto è Coulmier, il direttore dell’istituto,
che spiega una novità ai pazienti: un illustre ricoverato,
ormai anziano, ha composto un dramma per offrire un conforto ai
degenti,
che verrà allestito da loro stessi davanti a un pubblico
giunto per l’occasione dalla vicina Parigi.
Soggetto del dramma è l’assissinio di Marat, il cui
ruolo è ricoperto da un malato di eczema, mentre il ruolo
di Charlotte Corday è impersonato da una giovane depressa,
che soffre d’amnesia. Il Marat che esce ipoteticamente dalla
penna del marchese De Sade è un rivoluzionario deluso,
perché ha cominciato ad allontanarsi dai capi della sommossa,
quando capisce che, una volta conquistato il potere, essi incominciano
ad allontanarsi dagli ideali della Rivoluzione e soprattutto a
cancellare la libertà individuale.
Per De Sade, dietro cui naturalmente si nasconde Peter Weiss si
sta compiendo una beffa nei confronti del popolo, la borghesia
si sostituisce all’aristocrazia, una dittatura prende il
posto della precedente.
La possibilità, data dall’autore al marchese, di
rappresentare all’interno dell’ospedale, su un proprio
palcoscenico, un Marat di cui era stato sostenitore, è
sicuramente un’idea teatrale fortemente riuscita al fine
di creare uno scenario ben preciso dove i due personaggi-antagonisti
vengono fatti agire. Marat, che impersona il rivoluzionario plebeo,
si ritrova per una malattia dermatologica in vasca da bagno, dove
verrà pugnalato. Da morto ha tutto il tempo di proclamare
l’immortalità dei propri ideali. Il marchese gli
si contrappone con la propria volontà omicida di eliminare
l’umanità. Forse il manicomio è una metafora
del mondo e l’esito finale in cui gli internati sfuggono
al controllo indica un possibile esito della visione di de Sade,
l’assenza di potere. Del teatro documentario di Weiss maggiore
presa sul pubblico ebbe il testo L’istruttoria, oratorio
in 11 canti : tema il processo di Francoforte su Auschwitz.
Peter
Weiss
Nato nel 1916, a Nowawes, nelle vicinanze di Berlino da
famiglia ebraica, all’avvento del nazismo emigrò
in Inghilterra, trasferendosi poi in Cecoslovacchia, Svizzera
e Svezia. Prese la cittadinanza svedese. Sua moglie, Gunilla
Palmstierna, fu la scenografa di tutti i suoi lavori teatrali
(oltre che di Peter Brook e Ingmar Bergman). Svolse attività
di pittore, grafico, scrittore, drammaturgo. Dopo l’avvento
del nazismo e la conseguente scelta di emigrare all’estero,
dopo una lunga serie di peregrinazioni Weiss si stabilì
definitivamente in Svezia, dove morì a Stoccolma
nel 1982.
Dal dicembre del 1963 all’agosto del 1965 si svolse a
Francoforte un processo contro un gruppo di Ss e di funzionari
del lager di Auschwitz.
Era il primo del dopoguerra. L'autore assistette a molte sedute
del processo, che ebbe dimensioni proporzionate alla sua importanza:
nel corso di 183 giornate vennero ascoltati 409 testimoni, 248
dei quali scelti tra i 1500 sopravissuti del Lager.
Weiss prese appunti, consultò i resoconti pubblicati su
giornali, infine elaborò un testo teatrale - allestito
per la prima volta alla Freie Volksbuhne di Berlino il 19 ottobre
1965 - che in tedesco si intitola Die Ermittlung, che significa
non solo "istruttoria" in senso tecnico giuridico, ma
anche "accertamento della verità, indagine".
Il giudice, il difensore, l’accusatore, diciotto accusati
e nove testimoni anonimi, ognuno dei quali impersona più
di un testimone reale, sono i personaggi degli undici canti di
questo oratorio, nel quale non è contenuta una sola parola
che non sia stata pronunciata nell’aula del tribunale.
Nel "canto della banchina" ci sono le voci degli uomini
che lavoravano alla stazione terminale del lager, che ora si trovano
inseriti con importanti incarichi nelle Ferrovie federali tedesche
e che naturalmente negano tutto, dicendo di ignorare cosa accadesse
nel campo di concentramento.
Di contro i deportati descrivano la tragedia delle sofferenze
subite. Nel "canto del lager" vengono descritti i diversi
"riti" d’ingresso al lager, regolati da norme
rigide: il tatuaggio di un numero, la spoliazione, l’adattamento
a vivere nel "block", la baracca sovraffollata dove
veniva ammassati i "detenuti".
Viene fornito da un medico il quadro clinico aberrante delle privazioni:
i deportati venivano alimentati in modo che l’apporto delle
calorie fosse del tutto insufficiente a sopportare i lavori pesanti,
a cui venivano costretti. Per questo il deperimento fisico risultava
progressivo in modo che una persona normale non potesse resistere
più di tre o quattro mesi a questa condizione esistenziale.
Senza contare che il diffondersi di epidemie e la totale mancanza
di medicine aiutava ad abbassare la vita media di un internato.
Nel "canto dell’altalena" vengono elencate le
torture eseguite dalla polizia politica sui corpi dei deportati.
Ne
"L'’istruttoria" il lager è costruito
come i gironi l’Inferno, lo sterminio nelle camere
a gas è lo spazio dell’orrore, ma anche della
trascendenza verso un possibile Paradiso.
Tra queste atrocità, una delle più amate dalle Ss
era appunto quella di prendere il corpo del malcapitato di turno,
di legarlo a un palo in una posizione eguale a quella dell’altalena
e di farlo dondolare, divertendosi a infliggergli bastonate violente.
Nel "canto della possibilità di sopravvivere"
si sottolinea come ognuno nel campo doveva pensare a se stesso,
mantenendo viva la speranza di sopravvivere a questo inferno solamente
fingendo di collaborare con i nazisti. Una testimone ricorda i
letali "esperimenti scientifici", che i medici del lager
si divertivano a provare sull’apparato riproduttivo femminile.
Nel "canto della fine di Lili Tofler" si narra di una
povera giovane distrutta psicologicamente con la continua e ripetuta
simulazione della propria fucilazione.
Uno stillicidio che la portò alla fine a chiedere di essere
fucilata realmente, perché la sua mente non riusciva più
a sostenere questo gioco di attesa della morte imminente e poi
rinviata.
Questi sono solo alcuni dei brani del dramma, in cui Weiss cercò
di ricostruire l’orrore devastante del campo di concentramento
attraverso testimoni, accusatori e accusati, giudici, seguendo
un iter narrativo per certi versi simile al modello dantesco della
Divina Commedia.
La rampa della selezione delle vittime simboleggia il Limbo.