Molti
di coloro che vogliono difendere il valore della scelta ponderata
e concordata tra medico e paziente, ancorano la loro prospettiva
all'affermazione del relativismo etico.
Come mai? E quale consistenza ha questa impostazione?
Le decisioni che si possono prendere nell'ambito della
medicina sono largamente condizionate dai convincimenti diffusi
nell'opinione pubblica. Il riferimento alla deontologia, alle
Dichiarazioni dei diritti dell'uomo e a quelle di Helsinki, il
riferimento alle leggi dello Stato, sembrano, di fatto, sfumare
di fronte ai convincimenti vissuti dalla gente. In un contesto
culturale che tende ad assimilare il paternalismo medico con l'autoritarismo
, e a promuovere forme di negoziazione tra paziente e medico in
ordine alle scelte terapeutiche, diventa necessario trovare un
punto di incontro che conservi una qualche forma di oggettività.
Se si vuole sfuggire alla pura imposizione della volontà
(sia essa quella del medico o quella del paziente) è necessario
giustificare le scelte che si compiono mostrando quali sono i
beni e i valori che si intendono difendere, promuovere, tutelare.
Ma questa possibilità di intelligente ed articolata relazione
è resa possibile sulla base di un presupposto, e cioè
che si possa stabilire un confronto tra i diversi beni e le diverse
scelte, che si escluda, cioè, un radicale relativismo etico.
Soltanto se, in fondo, per quanto diverse siano le valutazioni,
si esclude che esista una reale estraneità morale, almeno
in linea di principio, tra gli uomini, è possibile negoziare,
discutere, valutare e scegliere. L'affermazione "scegliere
per il bene del paziente" può voler dire qualcosa
soltanto se non dissolve la nozione di bene in un rivolo di incomparabili
affermazioni soggettive. Eppure, molti di coloro che vogliono
difendere l'autonomia del paziente, il valore della scelta ponderata
e concordata tra medico e paziente, pretendono di ancorare la
loro prospettiva all'affermazione del relativismo etico.
Come mai? E quale consistenza ha questa impostazione? Ora, se
da una parte è facile liquidare il relativismo etico osservando
che se questa teoria fosse vera dovrebbe ammettere come legittime
anche le tesi non relativiste perché, in caso contrario,
il relativismo cesserebbe esso stesso di essere relativo e pretenderebbe
(paradossalmente) di essere l'unica teoria non relativa, dall'altra
si deve notare che esso sembra affascinare molti.
Qual è il potere persuasivo del relativismo?
Per rispondere bisogna tener conto che il relativismo contemporaneo
non è quello, già noto, dell'antichità classica
e che la sua attuale forma vive sul ceppo di alcuni valori considerati
tutt'altro che relativi. Spesso si celebra il valore del relativismo
morale in base a questo argomento: solo il relativismo, si dice,
può garantire il rispetto delle opinioni di tutti e, quindi,
il valore della democrazia. Se nessuno può dire di avere
ragione, perché tutte le tesi sono relative, allora, si
dice, tutte le opinioni possono e debbono avere cittadinanza.
A nessuno sfugge, certo, che in base a questa tesi, tutte le opinioni
potrebbero essere false o vere, ma non tutte contemporaneamente,
perché opinioni opposte non possono essere contemporaneamente
vere e false. Si potrebbe approfondire l'argomento, ma per ora
basti l'averlo accennato. Il relativista non è preoccupato
della coerenza logica, ma è condizionato dalla paura di
perdere alcuni valori.
Il relativista, infatti, è tutt'altro che relativista.
Infatti, egli pensa che la democrazia, l'autonomia, la libertà
non siano affatto beni relativi e promuove il relativismo solo
perché teme che possano venir messi in dubbio da concezioni
della vita morale non relativistiche. Il relativismo, a ben guardare,
è soltanto un atteggiamento esistenziale, ma non può
essere una teoria (al massimo può essere una pigrizia dell'intelletto
che non cerca più di stabilire chi ha torto o ragione).
Basti, in questa occasione, far notare che non è affatto
necessario essere relativisti per promuovere la democrazia e il
rispetto delle persone al di là delle loro convinzioni:
anzi, un relativismo coerente renderebbe relativa anche la difesa
della democrazia, la tutela del rispetto per le persone e per
la libertà di opinione. Rispettare le persone non significa
però confondere errore e verità, né significa
pensare che tutte le opinioni siano rispettabili, e che, per esempio,
tra razzismo e umanesimo non ci sia differenza alcuna.
Il successo del relativismo, segnato dalla sua capacità
di trovare consensi, è quello di presentarsi come il difensore
strenuo dell'autonomia morale, cioè del convincimento che
ognuno sia il miglior giudice di ciò che è bene
o male per lui stesso.
Lo slogan del "ragionare con la propria testa", o quello
che stabilisce che ognuno ha il diritto di scegliere la vita che
vuole, sembrano molto persuasivi. Se bastasse davvero ragionare
con la propria testa e decidere autonomamente per sapere che cosa
dobbiamo fare, e chi dobbiamo essere, non avremmo bisogno né
del confronto né del dialogo, né della cultura,
né della scienza, né della storia, non ci sarebbero
né pentimenti, né rimpianti.
Ma le cose non stanno così. L'esperienza dei fallimenti,
degli errori dovrebbero bastare per metterci in guardia da simili
impostazioni velleitarie.
Ragionare e valutare significa sempre andare al di là della
soggettività.
Non basta ragionare con la propria testa se non sappiamo ragionare.
La verità non è mai soggettiva, anche quando riguarda
aspetti che riguardano il soggetto nella sua stessa singolarità.
La storia delle scienze è la storia della necessità
di trascendere il puro sguardo soggettivo per cogliere come stanno
veramente le cose. Siamo soliti distinguere tra un buon giornalista
e un cattivo giornalista, tra un buon meccanico e un cattivo meccanico.
Siamo soliti pensare che un buon meccanico è colui che
compie le attività che appartengono alla sua professione.
Ebbene, per riprendere un'analogia proposta da Aristotele, possibile
che non riusciamo ad individuare quelle azioni che fanno di un
uomo, un uomo buono? Ci sono della attività che ci appartengono
non perché siamo medici, insegnanti, casalinghe o politici,
ma uomini. E la più eminente di queste attività
è la ricerca della verità, ricerca che attraversa
le nostre professioni, le nostre scelte, le nostre relazioni.
| Se bastasse davvero ragionare con la propria
testa e decidere autonomamente per sapere che cosa dobbiamo
fare, e chi dobbiamo essere, non avremmo bisogno né
del confronto né del dialogo, né della cultura,
né della scienza, né della storia, non ci sarebbero
né pentimenti, né rimpianti... |
Perché la moralità ha sempre anche a che fare
con la verità e la veridicità. Una volta negata
l'idea, che fu già di Aristotele, che sia possibile stabilire
criteri oggettivi per l'azione umana, che sia possibile stabilire
il confine tra il giusto e l'ingiusto, restano aperte solo due
strade: accettare che sia il potere politico (la forza) a decidere,
con le sue leggi, che cosa sia bene e che cosa sia male, oppure
che sia l'individuo a porre, con le sue scelte, il bene e il male.
Ma per opporsi al totalitarismo della legge non basta di certo
l'individualismo di una democrazia relativistica. A ben vedere
individualismo e totalitarismo hanno la stessa radice postulatoria
e la stessa fonte: la decisione e la forza di farla valere. I
totalitarismi fanno sempre valere la valutazione di alcuni uomini
e la impongono con la violenza.
Il soggettivismo relativista, per garantirsi, deve fare ricorso
al piano del contratto, al fine di impedire che una scelta sia
travalicata da un'altra scelta. Ma questo contratto di reciproco
rispetto delle scelte individuali ha bisogno di un riconoscimento
non contrattualistico. Ha bisogno cioè del riconoscimento
del valore del rispetto come di qualcosa che non può essere
abolito dalla volontà. Cioè ha bisogno di un orizzonte
oggettivo (per quanto minimo) nel quale gli uomini si riconoscano.
Una legge ha bisogno di essere riconosciuta nel suo essere veicolo
di valori e di beni da tutelare per godere del rispetto dei cittadini.
Occorrono cioè prospettive, per quanto minimali e aperte
alla discussione, oggettive, per tessere di nuovo le relazioni
interpersonali e garantire la democrazia. Questo sfondo oggettivo,
che va coltivato, discusso, pensato e difeso, diventa essenziale
nelle relazioni interpersonali tra medico e paziente perché
costituisce un terreno comune di dialogo e confronto, perché
permette di comprendere e valutare le scelte. Senza questo sfondo
di fiducia il conflitto delle volontà è sempre latente.
Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano