Relativismo morale e bioetica

 Adriano Pessina

Molti di coloro che vogliono difendere il valore della scelta ponderata e concordata tra medico e paziente, ancorano la loro prospettiva all'affermazione del relativismo etico.
Come mai? E quale consistenza ha questa impostazione?


Le decisioni che si possono prendere nell'ambito della medicina sono largamente condizionate dai convincimenti diffusi nell'opinione pubblica. Il riferimento alla deontologia, alle Dichiarazioni dei diritti dell'uomo e a quelle di Helsinki, il riferimento alle leggi dello Stato, sembrano, di fatto, sfumare di fronte ai convincimenti vissuti dalla gente. In un contesto culturale che tende ad assimilare il paternalismo medico con l'autoritarismo , e a promuovere forme di negoziazione tra paziente e medico in ordine alle scelte terapeutiche, diventa necessario trovare un punto di incontro che conservi una qualche forma di oggettività.
Se si vuole sfuggire alla pura imposizione della volontà (sia essa quella del medico o quella del paziente) è necessario giustificare le scelte che si compiono mostrando quali sono i beni e i valori che si intendono difendere, promuovere, tutelare. Ma questa possibilità di intelligente ed articolata relazione è resa possibile sulla base di un presupposto, e cioè che si possa stabilire un confronto tra i diversi beni e le diverse scelte, che si escluda, cioè, un radicale relativismo etico. Soltanto se, in fondo, per quanto diverse siano le valutazioni, si esclude che esista una reale estraneità morale, almeno in linea di principio, tra gli uomini, è possibile negoziare, discutere, valutare e scegliere. L'affermazione "scegliere per il bene del paziente" può voler dire qualcosa soltanto se non dissolve la nozione di bene in un rivolo di incomparabili affermazioni soggettive. Eppure, molti di coloro che vogliono difendere l'autonomia del paziente, il valore della scelta ponderata e concordata tra medico e paziente, pretendono di ancorare la loro prospettiva all'affermazione del relativismo etico.
Come mai? E quale consistenza ha questa impostazione? Ora, se da una parte è facile liquidare il relativismo etico osservando che se questa teoria fosse vera dovrebbe ammettere come legittime anche le tesi non relativiste perché, in caso contrario, il relativismo cesserebbe esso stesso di essere relativo e pretenderebbe (paradossalmente) di essere l'unica teoria non relativa, dall'altra si deve notare che esso sembra affascinare molti.
Qual è il potere persuasivo del relativismo?
Per rispondere bisogna tener conto che il relativismo contemporaneo non è quello, già noto, dell'antichità classica e che la sua attuale forma vive sul ceppo di alcuni valori considerati tutt'altro che relativi. Spesso si celebra il valore del relativismo morale in base a questo argomento: solo il relativismo, si dice, può garantire il rispetto delle opinioni di tutti e, quindi, il valore della democrazia. Se nessuno può dire di avere ragione, perché tutte le tesi sono relative, allora, si dice, tutte le opinioni possono e debbono avere cittadinanza. A nessuno sfugge, certo, che in base a questa tesi, tutte le opinioni potrebbero essere false o vere, ma non tutte contemporaneamente, perché opinioni opposte non possono essere contemporaneamente vere e false. Si potrebbe approfondire l'argomento, ma per ora basti l'averlo accennato. Il relativista non è preoccupato della coerenza logica, ma è condizionato dalla paura di perdere alcuni valori.
Il relativista, infatti, è tutt'altro che relativista. Infatti, egli pensa che la democrazia, l'autonomia, la libertà non siano affatto beni relativi e promuove il relativismo solo perché teme che possano venir messi in dubbio da concezioni della vita morale non relativistiche. Il relativismo, a ben guardare, è soltanto un atteggiamento esistenziale, ma non può essere una teoria (al massimo può essere una pigrizia dell'intelletto che non cerca più di stabilire chi ha torto o ragione). Basti, in questa occasione, far notare che non è affatto necessario essere relativisti per promuovere la democrazia e il rispetto delle persone al di là delle loro convinzioni: anzi, un relativismo coerente renderebbe relativa anche la difesa della democrazia, la tutela del rispetto per le persone e per la libertà di opinione. Rispettare le persone non significa però confondere errore e verità, né significa pensare che tutte le opinioni siano rispettabili, e che, per esempio, tra razzismo e umanesimo non ci sia differenza alcuna.
Il successo del relativismo, segnato dalla sua capacità di trovare consensi, è quello di presentarsi come il difensore strenuo dell'autonomia morale, cioè del convincimento che ognuno sia il miglior giudice di ciò che è bene o male per lui stesso.
Lo slogan del "ragionare con la propria testa", o quello che stabilisce che ognuno ha il diritto di scegliere la vita che vuole, sembrano molto persuasivi. Se bastasse davvero ragionare con la propria testa e decidere autonomamente per sapere che cosa dobbiamo fare, e chi dobbiamo essere, non avremmo bisogno né del confronto né del dialogo, né della cultura, né della scienza, né della storia, non ci sarebbero né pentimenti, né rimpianti.
Ma le cose non stanno così. L'esperienza dei fallimenti, degli errori dovrebbero bastare per metterci in guardia da simili impostazioni velleitarie.
Ragionare e valutare significa sempre andare al di là della soggettività.
Non basta ragionare con la propria testa se non sappiamo ragionare. La verità non è mai soggettiva, anche quando riguarda aspetti che riguardano il soggetto nella sua stessa singolarità. La storia delle scienze è la storia della necessità di trascendere il puro sguardo soggettivo per cogliere come stanno veramente le cose. Siamo soliti distinguere tra un buon giornalista e un cattivo giornalista, tra un buon meccanico e un cattivo meccanico.
Siamo soliti pensare che un buon meccanico è colui che compie le attività che appartengono alla sua professione. Ebbene, per riprendere un'analogia proposta da Aristotele, possibile che non riusciamo ad individuare quelle azioni che fanno di un uomo, un uomo buono? Ci sono della attività che ci appartengono non perché siamo medici, insegnanti, casalinghe o politici, ma uomini. E la più eminente di queste attività è la ricerca della verità, ricerca che attraversa le nostre professioni, le nostre scelte, le nostre relazioni.

Se bastasse davvero ragionare con la propria testa e decidere autonomamente per sapere che cosa dobbiamo fare, e chi dobbiamo essere, non avremmo bisogno né del confronto né del dialogo, né della cultura, né della scienza, né della storia, non ci sarebbero né pentimenti, né rimpianti...

Perché la moralità ha sempre anche a che fare con la verità e la veridicità. Una volta negata l'idea, che fu già di Aristotele, che sia possibile stabilire criteri oggettivi per l'azione umana, che sia possibile stabilire il confine tra il giusto e l'ingiusto, restano aperte solo due strade: accettare che sia il potere politico (la forza) a decidere, con le sue leggi, che cosa sia bene e che cosa sia male, oppure che sia l'individuo a porre, con le sue scelte, il bene e il male. Ma per opporsi al totalitarismo della legge non basta di certo l'individualismo di una democrazia relativistica. A ben vedere individualismo e totalitarismo hanno la stessa radice postulatoria e la stessa fonte: la decisione e la forza di farla valere. I totalitarismi fanno sempre valere la valutazione di alcuni uomini e la impongono con la violenza.
Il soggettivismo relativista, per garantirsi, deve fare ricorso al piano del contratto, al fine di impedire che una scelta sia travalicata da un'altra scelta. Ma questo contratto di reciproco rispetto delle scelte individuali ha bisogno di un riconoscimento non contrattualistico. Ha bisogno cioè del riconoscimento del valore del rispetto come di qualcosa che non può essere abolito dalla volontà. Cioè ha bisogno di un orizzonte oggettivo (per quanto minimo) nel quale gli uomini si riconoscano.
Una legge ha bisogno di essere riconosciuta nel suo essere veicolo di valori e di beni da tutelare per godere del rispetto dei cittadini. Occorrono cioè prospettive, per quanto minimali e aperte alla discussione, oggettive, per tessere di nuovo le relazioni interpersonali e garantire la democrazia. Questo sfondo oggettivo, che va coltivato, discusso, pensato e difeso, diventa essenziale nelle relazioni interpersonali tra medico e paziente perché costituisce un terreno comune di dialogo e confronto, perché permette di comprendere e valutare le scelte. Senza questo sfondo di fiducia il conflitto delle volontà è sempre latente.

Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano