Il
Togo, che sperava di essere uscito da un lungo periodo di dittatura
dopo la morte del Presidente Eyadéma Gnassingbé,
si trova sull’orlo di una pericolosa guerra civile che rischia
di diventare un’altra guerra dimenticata
Il posto migliore per avere una visuale chiara di
quello che succede a Lomé è sicuramente il ristorante
panoramico posto al trentacinquesimo piano dell’Hotel “Deux
Février”, un palazzone in stile vagamente sovietico
che domina la città ergendosi imponente in mezzo a Place
de l’Independence, in pieno centro. C’è una
storia singolare che raccontano i togolesi a proposito di questo
hotel.
Si dice che, per non si sa quale motivo, il defunto Presidente,
Eyadéma Gnassingbé, volesse a tutti i costi avere
un grattacielo di 35 piani ma quando l’architetto incaricato
del progetto si rese conto che il terreno sul quale stava costruendo
non ne avrebbe retto il peso, si vide costretto a ridurlo di alcuni
piani senza, apparentemente, trovare il coraggio di dirlo al Presidente.
Questo spiegherebbe il fatto che gli ascensori dell’hotel
passino nel giro di pochissimi secondi dal secondo all’undicesimo
piano e che risulti in sostanza impossibile proseguire a piedi
dopo il secondo piano. Il personale dell’hotel, se
interrogato a proposito, risponde molto vagamente, parlando di
piani di servizio, locali occupati da cucine o misteriosi macchinari.
Quasi che il “Deux Février” fosse una nave,
bisognoso di una sala macchine di ben nove piani per poter garantire
la propria sopravvivenza.
La storia, vera o falsa che sia, ci permette forse di comprendere,
certo più rapidamente di una profonda analisi politica,
la situazione in cui ha vissuto il Togo negli ultimi decenni.
Una situazione in cui non si osa neppure presentare la realtà
al “sovrano” per non rischiare di incorrere nelle
sue ire. Un paese in cui raccontare la verità appare impossibile,
anche quando questa è palese, misurabile e sotto gli occhi
di tutti.
Quando Eyadéma Gnassingbé, dopo 38 anni di potere
incontrastato, è morto (il 4 Febbraio scorso), molti togolesi
hanno osato sperare che fosse finalmente giunta l’ora per
un cambiamento.
La speranza è durata il tempo necessario ai militari (quasi
tutti della stessa etnia di Gnassingbé) di stravolgere
la Costituzione e insediare al potere il figlio dell’ex-Presidente,
Faure Gnassingbé, trentanovenne di belle speranze, a detta
di molti destinato a emulare la longevità governativa del
defunto genitore.
La rabbia di molti giovani ha subito trovato sfogo nelle manifestazioni
di strada e solo la ferma condanna della comunità internazionale,
capitanata dalla CEDEAO (Comunità economica degli stati
dell’Africa occidentale), ha spinto Faure a fare marcia
indietro e a concedere le elezioni, evitando così che i
primi scontri si trasformassero in una guerra civile.
Le elezioni vengono organizzate in fretta e furia, troppo in fretta
per l’opposizione che chiede un rinvio per dar modo di aggiornare
le liste elettorali. Nel frattempo il nervosismo cresce e i leader
dell’opposizione contengono a fatica la collera dei più
facinorosi.
La parola d’ordine è attendere il risultato delle
elezioni. L’opposizione si dice certa dei propri numeri
e sostiene che in caso di elezioni regolari la vittoria sarà
sicuramente sua; in pochi però reputano possibili delle
elezioni regolari.
Già la mattina di domenica 24 Aprile, nel quartiere di
Bé, uno dei feudi dei partiti d’opposizione, la tensione
è palpabile.
Centinaia di persone formano lunghissime file di fronte ai seggi
elettorali, sotto una scrosciante pioggia tropicale che non riesce
a sbollire gli animi. Molti seggi mancano del materiale per la
votazione e molte persone incominciano a sospettare che non riusciranno
mai a votare. La rabbia cresce: nei confronti del Governo, dei
Gnassingbé (padre e figlio), dei francesi che li appoggiano
e di ogni bianco che potrebbe essere un francese.
Meglio tornare al trentacinquesimo piano del “Deux Février”,
in tempo per vedere il fumo dei copertoni bruciati che da metà
pomeriggio, finito il temporale, occupa un pezzo di cielo sopra
il quartiere di Bé. Ma le proteste vengono contenute: si
aspetta comunque l’annuncio dei risultati, aggrappati all’ultimo
filo di speranza prima di dare sfogo all’ira. Le testimonianze
di frodi elettorali sono però tali e tante da lasciar poca
fiducia anche ai più ottimisti.
La Commissione Elettorale annuncia i risultati martedì
26, verso le undici di mattina, mezz’ora dopo Bé
è coperto da una nube di fumo grigio e ad essa si uniscono
altre piccole nubi che si levano da altre parti della città.
Le voci cominciano a correre, si parla di barricate, machete,
gendarmerie e berretti rossi (le forze speciali). S’incomincia
a parlare dei primi morti e si teme che si degeneri in un massacro,
vista la disparità degli armamenti delle due parti: machete
contro mitragliatrici. Le strade sono deserte e le frontiere sono
chiuse da tre giorni, quando scende la notte pochi vanno a dormire
sonni tranquilli. I disordini continuano per alcuni giorni e alla
fine si conteranno quasi diecimila rifugiati, la maggior parte
dei quali nel vicino Benin. Difficile invece stabilire il numero
delle vittime degli scontri.
Ma dopo i primi giorni la notizia esce rapidamente dalle pagine
dei giornali di tutto il mondo e il Togo torna a essere un piccolo
insignificante paese africano, privo di petrolio o di altri interessi
strategici. Il giovane Faure vede confermata ufficialmente la
propria elezione alla presidenza del paese ma l’opposizione
dichiara di non voler riconoscere il risultato.
Si parla di governo di transizione, di unità nazionale,
di possibili nuove elezioni ma il dato di fatto è che,
in un paese che vorrebbe definirsi democratico, il potere è
passato da un dittatore a suo figlio come se ci si trovasse in
una monarchia assoluta.
Ora il paese è letteralmente in bilico, pronto a esplodere.
Con la maggioranza della popolazione desiderosa di cambiamento
ma con il potere saldamente nelle
mani dei militari, ben armati e ben organizzati, nella loro stragrande
maggioranza fedeli ai Gnassingbé.
Difficile prevedere quale sarà il futuro di questo piccolo
paese che potenzialmente potrebbe diventare una nuova e piacevole
destinazione turistica come sta succedendo ai vicini Ghana e Benin.
La speranza è che, un giorno, qualcuno riesca finalmente
a dirci quanti piani ha l’hotel “Deux Février”
senza la paura di passare dei guai.
Andrea Malnati
Osservatorio Università
Pavia