Togo, un paese in bilico

Andrea Malnati

Il Togo, che sperava di essere uscito da un lungo periodo di dittatura dopo la morte del Presidente Eyadéma Gnassingbé, si trova sull’orlo di una pericolosa guerra civile che rischia di diventare un’altra guerra dimenticata

Il posto migliore per avere una visuale chiara di quello che succede a Lomé è sicuramente il ristorante panoramico posto al trentacinquesimo piano dell’Hotel “Deux Février”, un palazzone in stile vagamente sovietico che domina la città ergendosi imponente in mezzo a Place de l’Independence, in pieno centro. C’è una storia singolare che raccontano i togolesi a proposito di questo hotel.
Si dice che, per non si sa quale motivo, il defunto Presidente, Eyadéma Gnassingbé, volesse a tutti i costi avere un grattacielo di 35 piani ma quando l’architetto incaricato del progetto si rese conto che il terreno sul quale stava costruendo non ne avrebbe retto il peso, si vide costretto a ridurlo di alcuni piani senza, apparentemente, trovare il coraggio di dirlo al Presidente.
Questo spiegherebbe il fatto che gli ascensori dell’hotel passino nel giro di pochissimi secondi dal secondo all’undicesimo piano e che risulti in sostanza impossibile proseguire a piedi dopo il secondo piano. Il personale dell’hotel, se interrogato a proposito, risponde molto vagamente, parlando di piani di servizio, locali occupati da cucine o misteriosi macchinari. Quasi che il “Deux Février” fosse una nave, bisognoso di una sala macchine di ben nove piani per poter garantire la propria sopravvivenza.
La storia, vera o falsa che sia, ci permette forse di comprendere, certo più rapidamente di una profonda analisi politica, la situazione in cui ha vissuto il Togo negli ultimi decenni. Una situazione in cui non si osa neppure presentare la realtà al “sovrano” per non rischiare di incorrere nelle sue ire. Un paese in cui raccontare la verità appare impossibile, anche quando questa è palese, misurabile e sotto gli occhi di tutti.
Quando Eyadéma Gnassingbé, dopo 38 anni di potere incontrastato, è morto (il 4 Febbraio scorso), molti togolesi hanno osato sperare che fosse finalmente giunta l’ora per un cambiamento.
La speranza è durata il tempo necessario ai militari (quasi tutti della stessa etnia di Gnassingbé) di stravolgere la Costituzione e insediare al potere il figlio dell’ex-Presidente, Faure Gnassingbé, trentanovenne di belle speranze, a detta di molti destinato a emulare la longevità governativa del defunto genitore.
La rabbia di molti giovani ha subito trovato sfogo nelle manifestazioni di strada e solo la ferma condanna della comunità internazionale, capitanata dalla CEDEAO (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), ha spinto Faure a fare marcia indietro e a concedere le elezioni, evitando così che i primi scontri si trasformassero in una guerra civile.
Le elezioni vengono organizzate in fretta e furia, troppo in fretta per l’opposizione che chiede un rinvio per dar modo di aggiornare le liste elettorali. Nel frattempo il nervosismo cresce e i leader dell’opposizione contengono a fatica la collera dei più facinorosi.
La parola d’ordine è attendere il risultato delle elezioni. L’opposizione si dice certa dei propri numeri e sostiene che in caso di elezioni regolari la vittoria sarà sicuramente sua; in pochi però reputano possibili delle elezioni regolari.
Già la mattina di domenica 24 Aprile, nel quartiere di Bé, uno dei feudi dei partiti d’opposizione, la tensione è palpabile. Centinaia di persone formano lunghissime file di fronte ai seggi elettorali, sotto una scrosciante pioggia tropicale che non riesce a sbollire gli animi. Molti seggi mancano del materiale per la votazione e molte persone incominciano a sospettare che non riusciranno mai a votare. La rabbia cresce: nei confronti del Governo, dei Gnassingbé (padre e figlio), dei francesi che li appoggiano e di ogni bianco che potrebbe essere un francese.
Meglio tornare al trentacinquesimo piano del “Deux Février”, in tempo per vedere il fumo dei copertoni bruciati che da metà pomeriggio, finito il temporale, occupa un pezzo di cielo sopra il quartiere di Bé. Ma le proteste vengono contenute: si aspetta comunque l’annuncio dei risultati, aggrappati all’ultimo filo di speranza prima di dare sfogo all’ira. Le testimonianze di frodi elettorali sono però tali e tante da lasciar poca fiducia anche ai più ottimisti.
La Commissione Elettorale annuncia i risultati martedì 26, verso le undici di mattina, mezz’ora dopo Bé è coperto da una nube di fumo grigio e ad essa si uniscono altre piccole nubi che si levano da altre parti della città.
Le voci cominciano a correre, si parla di barricate, machete, gendarmerie e berretti rossi (le forze speciali). S’incomincia a parlare dei primi morti e si teme che si degeneri in un massacro, vista la disparità degli armamenti delle due parti: machete contro mitragliatrici. Le strade sono deserte e le frontiere sono chiuse da tre giorni, quando scende la notte pochi vanno a dormire sonni tranquilli. I disordini continuano per alcuni giorni e alla fine si conteranno quasi diecimila rifugiati, la maggior parte dei quali nel vicino Benin. Difficile invece stabilire il numero delle vittime degli scontri.
Ma dopo i primi giorni la notizia esce rapidamente dalle pagine dei giornali di tutto il mondo e il Togo torna a essere un piccolo insignificante paese africano, privo di petrolio o di altri interessi strategici. Il giovane Faure vede confermata ufficialmente la propria elezione alla presidenza del paese ma l’opposizione dichiara di non voler riconoscere il risultato.
Si parla di governo di transizione, di unità nazionale, di possibili nuove elezioni ma il dato di fatto è che, in un paese che vorrebbe definirsi democratico, il potere è passato da un dittatore a suo figlio come se ci si trovasse in una monarchia assoluta.
Ora il paese è letteralmente in bilico, pronto a esplodere. Con la maggioranza della popolazione desiderosa di cambiamento ma con il potere saldamente nelle mani dei militari, ben armati e ben organizzati, nella loro stragrande maggioranza fedeli ai Gnassingbé.
Difficile prevedere quale sarà il futuro di questo piccolo paese che potenzialmente potrebbe diventare una nuova e piacevole destinazione turistica come sta succedendo ai vicini Ghana e Benin. La speranza è che, un giorno, qualcuno riesca finalmente a dirci quanti piani ha l’hotel “Deux Février” senza la paura di passare dei guai.

Andrea Malnati
Osservatorio Università Pavia