La
mostra all’ Imperial War Museum di Londra dal 15 ottobre2005
al 15 aprile 2006 è la più completa finora organizzata
sulla vita leggendaria di Lawrence d’Arabia a sessant’anni
dalla sua morte: reperti fotografici, documenti scritti, filmati,
quadri, oggetti d’arte e di mobilio
Non è un caso che, a sessant’anni dalla morte, la
mostra “Lawrence of Arabia. The Life, The Legend”
venga ospitata all’Imperial War Museum, il tempio delle
memorie belliche del tempo che fu, l’epitome nostalgica
di una grandezza irrimediabilmente scomparsa e proprio per questo
sempre rimpianta. E non è un caso nemmeno la straordinaria
durata dell’esposizione, sei mesi tondi, dal 15 ottobre
al 15 aprile, e la inusitata ricchezza del materiale assemblato
che ne fa la più completa finora organizzata: centinaia
di reperti fotografici, un migliaio di documenti scritti, quadri,
oggetti d’arte e di mobilio, filmati d’epoca fra cui,
restaurato, quell’incredibile documentario, una via di mezzo
fra il film e la proiezione commentata di fotografie, che fu “With
Allenby in Palestine and Lawrence in Arabia”, del giornalista
americano Lowell Thomas, ben presto ribattezzato Lawrence of Arabia
e che fu alla base del successivo mito.
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Ancora sino a qualche anno fa l’interesse per un personaggio
del genere, fuori dalla norma comunque lo si volesse catalogare,
era andato sempre più radicandosi sulla seconda parte della
sua vita. Il guerriero, colui che aveva trasformato un pugno rissoso
di tribù in un esercito vittorioso era stato tralasciato
a favore dell’umile aviere che sotto lo pseudonimo di Ross
aveva cercato l’oblio e l’autopunizione.
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“Tutti sognamo,
ma non allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei
polverosi nascondigli della mente, si svegliano al mattino
per accorgersi che tutto era illusione. Ma i sognatori di
giorno sono uomini pericolosi, perché lo fanno ad
occhi aperti per trasformare il loro sogno in realtà”. |
Come sembrava più moderno il racconto dei drammi esistenziali
di un uomo a disagio con se stesso e con il mondo, a dispetto
dei racconti di guerra e di morte, agli intrighi e ai maneggi
della diplomazia, a un’idea del deserto e del mondo arabo
che scoloriva fra la cartolina illustrata e l’esotismo a
buon mercato dei tour organizzati…
Poi è successo quello che è successo, le Twin Towers,
l’Afghanistan, l’Iraq e d’improvviso gli inglesi,
ma non solo loro, si sono accorti che l’aviere Ross era
divenuto inutile.
Non era più il tempo dei dubbi esistenziali, delle analisi
psicologiche, dei pettegolezzi travestiti da scrupoli biografici
sulla sua vera o presunta omosessualità, sul sadomasochismo
di pratiche fustigatorie, sulle condizioni, psichiche di una mente
disordinata…
No, ciò di cui si sentiva nuovamente bisogno era del Signore
del deserto: il conoscitore del mondo arabo, lo stratega ma anche
il manipolatore di masse, il soldato ma anche l’uomo d’onore.
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Un abito dono di re Feisal a Lawrence |
Lawrence d’Arabia, insomma. Non deve quindi nemmeno sorprendere
che il Times sia uscito a tutta pagina con il titolo “Le
lezioni di Lawrence d’Arabia sulla guerra in Iraq”
e che negli Stati Uniti “I sette pilastri della saggezza”
sia divenuta una lettura obbligatoria nelle scuole militari. E
del resto, come ben spiega il quotidiano britannico, “ciò
che rese il comportamento di Lawrence assolutamente unico fu la
sua determinazione a comprendere il modo di pensare arabo e il
suo genio consistette nello sforzo fatto in tal senso. Qualsiasi
ufficiale che si muoverà con il suo stesso rispetto riguardo
agli usi e ai costumi arabi riuscirà a conquistarne cuore
e mente molto più di quanto chi ci proverà senza
alcuna conoscenza specifica”.
Tre citazioni che campeggiano nelle sale della mostra aiutano
ulteriormente a spiegare il perché di un revival e di un
interesse.
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| Re
Feisal in un ritratto d’epoca e il suo esercito all’inizio
dellla marcia verso Wejh, nel gennaio del 1917 |
| “Era
uno di quei rari esseri che sembrano appartenere al mattino
del mondo.
La sua fine gli sarebbe piaciuta.
Una corsa impetuosa, una uscita repentina”.
G. Ambrose Lloyd |
Le prime due recitano:
“Gli eserciti sono come piante, immobili, ben radicate,
nutrite attraverso lunghi gambi sino alla cima. La guerriglia
è come un vapore”.
“La guerra contro l’insurrezione è lenta e
inutile, come mangiare il brodo con un coltello”. La terza,
celebre, letta in questa ottica di contemporaneità, suona
terribile nel ricordare come il potere della speranza e dell’immaginazione
renda gli uomini pericolosi:
“Tutti sogniamo, ma non allo stesso modo. Quelli che sognano
di notte nei polverosi nascondigli della mente, si svegliano al
mattino per accorgersi che tutto era illusione. Ma i sognatori
di giorno sono uomini pericolosi, perché lo fanno ad occhi
aperti per trasformare il loro sogno in realtà”.
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Il
Colonnello T E Lawrence nel 1919, ritratto da Augustus John,
Tate Gallery, London |
Costruita secondo un percorso biografico l’esposizione
racconta una fanciullezza felice eppure malinconica (Lawrence
fu il figlio naturale di genitori non sposati e costretti a sotterfugi
e i vari nomi e le diverse identità che assunse via via
nella sua esistenza sono debitori di questa ferita iniziale),
un’adolescenza segnata dalla passione per l’archeologia,
la scrittura, i viaggi (“I sette pilastri della saggezza“
prima di essere il titolo del suo capolavoro fu scelta per un
volume su sette capitali del mondo arabo mai finito e poi distrutto),
una giovinezza che lo vedrà in un paio d’anni bruciare
le tappe della carriera militare, da tenente a colonnello, e assurgere,
neppure trentenne, alla fama e alla popolarità.
La seconda parte della sua vita, quella nascosta, quella segreta,
letta con gli occhi dell’attualità lascia da parte
gli elementi caratteriali, la stanchezza, il desiderio di quiete
e di anonimato, la volontà di farla finita con un’immagine
troppo pesante da sopportare e troppo difficile da mantenere,
e riporta in primo piano il ruolo che in quella decisione ebbe
la consapevolezza di avere comunque tradito le speranze di chi
con lui aveva combattuto perché di lui si era fidato.
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| T E Lawrence
nel 1919, di Augustus John |
“Quando raggiungemmo il nostro scopo e albeggiava il nuovo
mondo i vecchi uomini vennero di nuovo allo scoperto e presero
le nostre vittorie per rimodellarle sull’antico mondo che
conoscevano. La giovinezza poteva vincere ma non aveva imparato
a resistere: ed era pietosamente debole contro l’esperienza.
Balbettammo che avevamo lavorato per un nuovo paradiso e una nuova
terra, loro ringraziarono graziosamente e fecero la loro pace”.
Nella spartizione dell’impero ottomano le promesse non mantenute,
i nuovi protettorati ritagliati frettolosamente sulle carte geografiche,
gli interessi inglesi e francesi posero le basi per un’instabilità
mediorientale che ciclicamente avrebbe trasformato quei territori
in elemento di conflitto, in occasione di lotta.
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T E Lawrence
con il giornalista Lowell
Thomas |
Un pubblico sorprendentesi sofferma davanti alle memorabilia
belliche, armi, uniformi inglesi e vestimenti arabi, onoreficienze,
mappe, ritratti e foto di emiri, sceicchi, generali…
Poche figure possedettero come Lawrence il segreto dell’eterna
giovinezza.
In “Le démon de l’absolut”, la biografia
mai terminata che Malraux scrisse su di lui è possibile
leggere la migliore delle interpretazioni: «La giovinezza
non è assenza di maturità, ma l’immenso campo
della vita di cui conosciamo la natura solo per la nostalgia che
ci resta allorché scompare. Certi uomini ne hanno il genio.
Disinteresse, coraggio, romanticismo, i sentimenti ai quali Lawrence
dovè innanzitutto la sua leggenda, erano sentimenti da
adolescente.
Il suo dramma, nato dal conflitto fra etica e politica –
è il dramma dell’adolescenza; la sua tragedia –
il confrontarsi con l’assoluto – è la tragedia
dell’adolescenza; la sua liberazione – questo arruolamento
sotto falso nome – il solo atto che avrebbe potuto compiere
per continuare a vivere senza demeriti agli occhi degli adolescenti.
Il fascino particolare che l’arte esercitava su di lui,
la scelta di testi titanici con cui confrontarsi, la passione
per la poesia, tutto ciò appartiene alla giovinezza. E’
questa particolare giovinezza che presso i grandi artisti sopravvive
fino all’ultimo giorno. Non c’è grande arte
senza una parte d’infanzia. E, forse, nemmeno un grande
destino”.
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Lawrence su
una delle sue Brough
Superior, Cranwell, 1925-26 |
Nella prima sala della mostra la riproduzione della scultura
di Eric Kennigton che campeggia nella piccola chiesa di St Martin
nel Dorset, la statua di un fanciullo guerriero, rimanda all’ultima
con i cinegiornali che ne celebrarono i funerali. Si vedono Winston
Churchill, Lady Astor, il poeta Siegfried Sasson…
Il più bell’epitaffio lo pronunciò George
Ambrose Lloyd, l’ultimo grande funzionario delle Colonie:
“Era uno di quei rari esseri che sembrano appartenere al
mattino del mondo. La sua fine gli sarebbe piaciuta. Una corsa
impetuosa, una uscita repentina”.
Stenio Solinas