Alzheimer Review

Claudio Mencacci - Giancarlo Cerveri

La malattia di Alzheimer è associata alla presenza di placche extracellulari di b-amiloide e grovigli intracellulari neurofibrillari nella corteccia cerebrale e nella sostanza grigia sottocorticale. Queste placche e grovigli causano danni cerebrali e alterano le funzioni cognitive in circa il 16% delle persone con più di 85 anni (DeKosky et al., 2001; Evans et al., 1989; Hendrie et al, 2001; Sloane et al., 2002). Un anziano su dieci presenta lievi segni di decadimento cognitivo e risulta a rischio per la malattia di Alzheimer (Unverzagt et al., 2001). Oggi, l’utilizzo degli inibitori dell’acetilcolinesterasi ritardano temporaneamente il decorso della malattia, ma un’efficace interruzione del processo patogenetico che conduce all’espressione sintomatologica è un obiettivo ancora da raggiungere. Gli studi attuali si concentrano sui meccanismi biomolecolari che conducono alla produzione delle placche e dei grovigli la cui comprensione apre la strada a diverse opportunità di intervento. Il futuro degli interventi farmacologici sembra dipendere dalla conoscenza della cascata patogenetica e molecolare che conduce alla malattia di Alzheimer.
In questo lavoro verranno forniti degli aggiornamenti sui temi riguardanti gli aspetti patogenetici e terapeutici della malattia. Verrà inoltre approfondita la valutazione diagnostica e la risposta terapeutica per i disturbi comportamentali e psichici frequentemente associati, anche negli stadi precoci, alla malattia di Alzheimer. Lo scopo è fornire un utile ed agevole update su un tema in continua evoluzione in termini di conoscenze e di impatto sul Servizio Sanitario.

I meccanismi del danno
Quattro processi contribuiscono alla formazione delle lesioni presenti nel cervello delle persone con malattia di Alzheimer: la produzione di amiloide, la formazione dei grovigli neurofibrillari, l’infiammazione e la neurodegenerazione o morte cellulare (Scorer 2001). Ciascun processo contribuisce sia autonomamente sia in relazione agli altri nel provocare il danno cerebrale.

L’amiloide
Due decadi di ricerche hanno permesso di determinare l’effetto prodotto dalla formazione di placche di ß-amiloide negli spazi extra-cellulari.
La presenza di ß-amiloide, di cellule infiammatorie e radicali liberi crea un microambiente che porta alla morte i neuroni (Olson et al., 2001).
Amiloide e ß-amiloide sono il prodotto di due vie cataboliche della stessa molecola, ma, mentre il primo, presente nelle persone sane, è solubile e dunque eliminabile, il secondo, tipico dell’Alzheimer è insolubile e si deposita in placche. Il cervello di persone anziane, cognitivamente integre, spesso contiene diffusi depositi di sostanza amiloide ma poche placche. Nella malattia di Alzheimer le placche si accumulano nella corteccia temporale e parietale e nell’ippocampo, aree associate con le funzioni della memoria e dell’apprendimento.
Il ß-amiloide si forma da una molecola, l’Amyloid precursor protein (APP), una glicoproteina transmembrana con funzioni di adesione e integrità della membrana. Enzimi presenti sulla superficie della membrana tagliano l’APP formando amiloide ed altri frammenti.
Questo processo avviene in tutti i soggetti. L’amiloide è presente nel fluido cefalorachidiano di
soggetti sani. I livelli di questa sostanza risultano notevolmente aumentati nelle persone con malattia di Alzheimer.
Mentre la a-secretasi produce amiloide, l’azione della ß- e y-secretasi produce, partendo dall’APP, la forma insolubile (ß-amiloide), che si deposita aggregandosi in placche (Selkoe, 2000). Le placche così formate attivano astrociti e cellule gliali a rilasciare citochine e altre proteine di fase acuta che attivano la cascata dell’infiammazione con fenomeni di iperfosforilazione proteica, disfunzione neuronale, perdita di sinapsi, diminuzione del rilascio di neurotrasmettitori (in particolare acetilcolina) ed infine morte dei neuroni.

I Grovigli neurofibrillari

Patognomonici della malattia di Alzheimer sono frequenti nel citoplasma dei neuroni della corteccia frontale, temporale e parietale, nell’ippocampo e nell’amigdala (Selkoe, 2000). I grovigli sono filamenti elicoidali costituiti da microtubuli intracellulari e proteina t iperfosforilata.
Le due chinasi (Cdk5 e Csk-3ß), responsabili dell’iperfosforilazione della proteina t sono attivati dal ß-amiloide (Maccioni et al., 2001) figura 1 e 2.

Fig.1 Formazione dei grovigli neurofibrillari

Fig.2 Le modificazioni neuronali in seguito a degenerazione neurofibrillare


Infiammazione
Tutti gli studi fisiopatologici confermano l’accumulo di microglia intorno alle placche di ß-amiloide (In t’ Veld et al., 2001). Queste cellule eliminano fibre e prodotti di degradazione cellulare nel cervello, ma in questo processo rilasciano radicali liberi e citochine che attivano gli astrociti. Questi ultimi, la popolazione cellulare di maggiore dimensione nel Sistema Nervoso Centrale, provvedono al supporto metabolico dei neuroni ma conducono ad una attivazione ossidativa e danno in questo modo avvio alla cascata infiammatoria (Maccioni 2001). Numerosi approcci antinfiammatori sono stati studiati per trattare la malattia di Alzheimer. I cortisonici non si sono dimostrati efficaci, il celecoxib, un inibitore selettivo della ciclo-ossigenasi, non è risultato associato all’arresto della progressione della malattia, ma come altri antinfiammatori non steroidei (FANS) è risultato associato ad un effetto protettivo sul decorso (Scorer 2001).

Gli indirizzi farmacologici attuali
La neurodegenerazione e la perdita di dendriti causata dalla presenza di placche di ß-amiloide produce una diminuzione nella produzione di acetilcolina. Una perdita compresa tra 60-90% dell’attività colinergica è responsabile del deficit cognitivo e della perdita delle funzioni mnesiche.
Nella malattia di Alzheimer si osserva anche una diminuzione tra 50-70% dell’attività serotoninergica, somatostatina 40-60% e norepinefrina 30-70% (Cummings et al., 2001).
Il trattamento sintomatico della Malattia di Alzheimer è centrato sull’aumento della neurotrasmissione con un aumento delle scorte colinergiche. Il blocco dell’acetilcolinesterasi, l’enzima che elimina l’acetilcolina dalle sinapsi, si è dimostrato l’intervento di maggiore successo.
Tacrina, donepezil, rivastigmina e galantamina, tutti inibitori dell’acetilcolinesterasi, si sono dimostrati efficaci nel ritardare la progressione della malattia.

La ricerca farmacologica
Diverse linee di ricerca stanno sperimentando sostanze in grado di bloccare le secretasi ß e ? responsabili della produzione di ß-amiloide, o sostanze in grado di attivare la secretasi a, capace di produrre l’amiloide solubile, e dunque non implicato nei processi patologici (Jhee et al., 2001). L’altro possibile target d’intervento è l’inibizione della fosforilazione della proteina t responsabile della formazione dei grovigli microtubulari ma la chinasi Cdk5 svolge un ruolo essenziale nello sviluppo neuronale, nel rilascio sinaptico e nel metabolismo della dopamina. L’inibizione selettiva di tale enzima con Litio non ha portato, in cellule di coltura, ai risultati ricercati. Inoltre recenti studi hanno rinforzato il ruolo della ß-amiloide nella formazione dei grovigli microfibrillari (Scorer, 2001), individuando nella sua formazione il momento patogenetico determinante su cui intervenire per modificare la progressione della malattia.

Genetica e test di screening
Molte ricerche negli ultimi anni sono state rivolte alla comprensione dei meccanismi genetici che presiedono allo sviluppo della malattia di Alzheimer. Qui di seguito vengono schematicamente riportati alcuni dei risultati più significativi.
Solo il 10-20% dei casi di malattia di Alzheimer risultano riconducibili ad una trasmissione familiare della malattia, ma lo studio dei fenotipi prodotti da diverse mutazioni ha contribuito a migliorare la comprensione dei meccanismi fisiopatologici del disturbo.
Mutazioni su quattro geni sono state studiate per le manifestazioni di questo disturbo (Retz et al. 2001): Il gene dell’APP (il precursore dell’amiloide), sul cromosoma 21, la cui mutazione porta ad un aumento della produzione di questa proteina.
Questo dato giustifica l’elevatissima prevalenza della malattia di Alzheimer nella sindrome di Down (trisomia del cromosoma 21) (Esler et al., 2001). Il gene della Presenilina 1, situato sul cromosoma 14, la cui mutazione aumenta l’attività delle secretasi ß e y e risulta responsabile del 4% dei casi precoci di malattia (con età d’insorgenza tra 28 e 50 anni). Il gene della Presenilina 2, sul cromosoma 1, responsabile del 1% dei casi con insorgenza tra 40 e 50 anni (Athan et al., 2001). Le mutazioni della presenilina aumentano i livelli di y secretasi e sono associate ad una forma aggressiva ed ereditaria della malattia di Alzheimer.
La quarta e più comune forma ereditaria è associata ad una delle numerose mutazioni degli alleli della apolipoproteina E siti sul cromosoma 19. Tali mutazioni possono aumentare l’aggregazione dell’amiloide e diminuire l’attività di eliminazione dello stesso. L’espressività è variabile ma queste mutazioni sarebbero responsabili di circa il 50% dei casi ad insorgenza precoce e del 20% ad insorgenza tardiva.
Per concludere questa parte è utile affrontare il tema dei test genetici ed in particolare soffermarci sulla loro utilità nella pratica clinica. Il test genetico è possibile per il 70% delle famiglie con pattern di malattia di Alzheimer autosomico dominante. Per i parenti di primo grado, il rischio lifetime (esordio prima dei 90 anni) è aumentato di 3-4 volte rispetto ai soggetti di controllo (Liddel et al., 2001). La risposta dei soggetti al test non è stata ben studiata, il test prevede dei costi, limitate informazioni sul rischio di sviluppare la malattia, un impatto emotivo sui soggetti che in alcuni casi ha portato a comportamenti di scarsa cura della salute e il rischio in alcuni paesi di difficoltà a mantenere un’assicurazione sanitaria.
Ci sono poche evidenze cliniche che supportano l’utilizzo del test per chiarire la presentazione clinica della malattia e nessuna evidenza, allo stato attuale della ricerca, sul suo utilizzo come strumento di screening su ampie popolazioni.
Queste considerazioni dovrebbero guidare la pratica clinica su un tema su cui ogni medico sarà sempre più chiamato a confrontarsi.

Diagnosi precoce
Una delle richieste più sentite nella pratica clinica attuale è la possibilità di identificare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia e lo sviluppo di strategie che possano modificare la progressione dell’espressione sintomatologica.
I fattori di rischio conosciuti per lo sviluppo della patologia includono l’età avanzata, condizioni di malnutrizione, dimensioni ridotte del cranio, traumi cranici pregressi e sesso femminile. La diminuzione della sensibilità sensoriale con particolare riguardo alla vista e all’udito possono condurre il soggetto a perdita della capacità di relazione, depressione con un aumento di rischio di demenza. Riportare condizioni generali di salute insoddisfacenti è associato ad un rischio 5 volte maggiore di sviluppare malattia di Alzheimer (Weisen et al., 1999).
Molti soggetti presentano lievi segni di deterioramento cognitivo ma utilizzano strategie compensative nelle attività quotidiane. Solo il 20% di questi soggetti andranno incontro a demenza (Wolf et al., 1998). Una valutazione standardizzata capace di fornire indicazioni specifiche sullo sviluppo della malattia di Alzheimer non è ancora disponibile. I test cognitivi proposti su una popolazione anziana non selezionata producono molti falsi positivi per le differenze culturali, di scolarità e legate al tono dell’Umore del soggetto (O’Connor et al., 1990).
Attualmente si considera che i soggetti a rischio di sviluppare la malattia dovrebbero essere sottoposti ogni 6-12 mesi a valutazioni cognitive come il Mini-Mental Status Examination o il Clock Drawing Test (Suderland et al., 1989) figura 3.
Nel caso si osservi un declino di 3 punti tra una valutazione e l’altra i soggetti devono essere considerati a rischio di esordio e valutati per un trattamento (Petersen et al., 2001).

Fig.3 Clock drawing test Viene chiesto al paziente di disegnare un orologio che segna le 2:45. Questo semplice test si è dimostrato sensibile e specifico per una diagnosi precoce di malattia di Alzheimer.


Indagini strumentali
Gli obiettivi di una corretta valutazione di laboratorio consistono nell’effettuare una diagnosi accurata e scoprire e correggere eventuali altre cause del quadro di demenza.
In due ricerche sull’argomento, è stato osservato che una corretta e completa valutazione di laboratorio ha portato alla modificazione del piano di trattamento nel 13% dei casi (Chui & Zhang, 1997). La valutazione deve comprendere emocromo completo, elettroliti, un completo quadro metabolico, la funzionalità tiroidea, sierologia per la sifilide, livelli di B12 e acido folico. Test per HIV, screening tossicologico e Rx del torace sono indicati in funzione dell’anamnesi o
dell’esame obiettivo.
Numerosi studi stanno indagando la possibilità di evidenziare marker diagnostici specifici per la malattia di Alzheimer: anticorpi anti ß-amiloide, Melanotransferrina originata dai microglia attivati dalle placche di ß-amiloide, elevati livelli di ß-amiloide e proteina t nel liquor. Nessuno di questi marker è utilizzabile ad oggi nella pratica clinica.
Per quanto riguarda la valutazione per immagini risulta utile segnalare che una diminuzione di volume dell’ippocampo è segnalata nel 50-70% dei soggetti che poi svilupperanno Alzheimer (Dickerson et al., 2001). La PET fornisce informazioni utili sugli accumuli di ß-amiloide nelle regioni cerebrali con funzioni legate alla memoria.
Per concludere il sospetto del clinico che segue la persona negli anni, confermato da una valutazione clinico-laboratoristica mirata, rappresenta la migliore strada per l’identificazione precoce della malattia di Alzheimer e per formulare accurate diagnosi differenziali figura 4. Strategie di Intervento figura 5. Condizioni di salute generali e stile di vita Mantenere uno stato di salute generale buono nei soggetti anziani è il sistema più efficace per diminuire l’impatto della malattia di Alzheimer sulla popolazione. Una dieta adeguata ed esercizio fisico compatibile con l’età e le condizioni fisiche del soggetto sono obiettivi da raggiungere per incidere sul decorso del disturbo. Gli interventi successivi saranno dunque volti innanzitutto ad attenuare i fattori di rischio: intervenire su ipertensione o colesterolo produce un doppio livello di risultati, sia sul sistema cardiovascolare che sulla sintomatologia a carico del Sistema Nervoso Centrale (Peters, 2001). La stimolazione dell’attività intellettuale è un aspetto importante per migliorare il funzionamento cerebrale e rallentare la progressione delle manifestazioni cliniche (Stern et al., 2000).

Fig.4 Le indicazioni diagnostiche fornite dal neuroimaging

Fig.5 Strategie di intervento per rallentare il decorso della malattia di Alzheimer


Intervento farmacologico
Gli inibitori delle colinesterasi inducono un lieve miglioramento delle funzioni cognitive per un tempo limitato. Indicate nelle condizioni lievi e moderate di malattia, non hanno funzioni neuroprotettive e offrono pochi miglioramenti clinici quando il punteggio al Mini-Mental Status Examination scende sotto i 12 punti (O’Brian, 2001).
Interventi più specifici volti a diminuire la produzione di ß-amiloide tramite l’inibizione di alcune secretasi sono ancora in fase di ricerca. Ancora in fase sperimentale sono anche gli studi di immunoterapia con lo scopo di creare anticorpi contro il ß-amiloide capaci di aumentarne la clearence cerebrale.

Intervento sui fenomeni infiammatori
La vitamina E, una vitamina antiossidante liposolubile, elimina i radicali liberi presenti nelle placche di ß-amiloide. In studi su animali riduce la degenerazione dei neuroni ippocampali. Negli studi umani ha dimostrato di rallentare la progressione della malattia di Alzheimer. Le dosi proposte negli studi varia tra 400 e 1000 UI due volte al giorno (Sano et al., 1997). Altri antiossidanti come ginko biloba, viatamina C, selegilina (un inibitore delle monoamino ossidasi con effetti antiossidanti) hanno mostrato risultati inconsistenti che variano tra nessun effetto e effetti minimi sul decorso della malattia.
Gli estrogeni presentano un lieve effetto antiossidante. Gli uomini trasformano il testosterone in estrogeni nel cervello e risulta infrequente in tarda età una deficienza di questo ormone. I risultati sulla somministrazione di estrogeni sono risultati non definitivi. Una recente meta-analisi suggerisce un possibile beneficio cognitivo con l’utilizzo di estrogeni in donne con malattia di Alzheimer ma ne consiglia l’utilizzo solo in donne con altre indicazioni di terapia sostitutiva (LeBlanc et al., 2001). Uno studio longitudinale più recente sottolinea l’utilità di terapia ormonale sostitutiva solo se protratta per un lungo periodo precedente all’esordio (Zandi et al., 2002).
L’utilizzo di antinfiammatori non steroidei è stato associato ad una più lenta progressione di malattia solo se cominciato nella fase preclinica e per un minimo di 2 anni. Il dosaggio variabile utilizzato negli studi rende difficoltosa la definizione di una dose minima efficace.
Una dose inferiore alla dose antinfiammatoria sembra essere efficace per l’estrinsecarsi dell’effetto protettivo (Zandi et al., 2002; Stewart et al., 1997).

Sintomi Comportamentali e psicologici nella demenza: diagnosi e terapia
I soggetti affetti da malattia di Alzheimer oltre al decadimento cognitivo e delle abilità funzionali, presentano spesso una sintomatologia non cognitiva. Circa il 90% dei soggetti manifestano nel decorso del disturbo sintomi comportamentali e psicologici (dalla depressione
alla psicosi) (Grossberg & Desai AK, 2003), attualmente indicati con la sigla BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia). Tale quadro è riconducibile ad un danno diffuso a tutta la corteccia pur presentando gradi di severità diversificata nelle singole aree figura 6.

Fig.5 Cerebral Regions


Depressione
La sintomatologia depressiva in corso di malattia di Alzheimer risulta associata ad un’eccessiva disabilità, un aumento dell’irritabilità e dell’aggressività fisica, un peggioramento della qualità di vita ed una esacerbazione della sintomatologia cognitiva (Geerlings et al., 2000).
I dati provenienti da studi epidemiologici forniscono risultati molto variabili con una prevalenza di depressione nei soggetti con malattia di Alzheimer che varia da 0 a 97%. Dati così discordanti sembrano derivare da approcci metodologici diversi (per esempio la valutazione di depressione maggiore o minore). Nel Chache County Study, il 90% della popolazione anziana di uno stato americano è stata indagata per caratteristiche cliniche. Il 20% dei soggetti con malattia di Alzheimer riferiva recente disforia, il 20% irritabilità ed il 18% sintomatologia depressiva (Lyketsos et al., 2000). In uno studio clinico di soggetti con Alzheimer residenti in case di riposo, si è osservato che il 20% presentava Depressione Maggiore e l’incidenza nei soggetti ricoverati di episodi depressivi era del 17% per anno (Payne et al., 2002). È importante sottolineare la sovrapposizione sintomatologica tra Demenza e Depressione Maggiore (MDD), in particolare per i sintomi non direttamente legati all’umore, come l’apatia, il diminuito interesse sociale e la diminuita attività psicomotoria. Per una accurata diagnosi differenziale, è importante tener presente che i sintomi dell’umore nella Demenza non complicata sono di solito transitori con labilità affettiva che viene facilmente distinta dal persistente umore depresso della MDD. La diagnosi differenziale risulta più complicata quando il disturbo dell’umore presenta sintomi cognitivi simili alle forme iniziali della demenza, in questi casi è utile il riferimento allo specialista. Una serie eterogenea di studi clinici supporta l’ipotesi che la depressione in soggetti con Alzheimer sia trattabile. In un placebo controlled trial, il citalopram (SSRI) si è dimostrato superiore al placebo (Nyth et al., 1992). La sertralina (SSRI) si è dimostrata superiore al placebo in 12 settimane (Lyketsos et al., 2003).
Significativamente maggiore la risposta parziale, trend di significatività per una completa remissione clinica. Altri studi effettuati con fluoxetina o sertralina in soggetti con forme di Alzheimer più severe hanno dimostrato una risposta migliore rispetto al placebo pur senza raggiungere la significatività statistica.
In due trial che comparavano paroxetina e fluoxetina ad antidepressivi triciclici (TCA) l’efficacia si è dimostrata sovrapponibile tra SSRI e TCA, mentre la tollerabilità risultava significativamente inferiore per questi ultimi (Katona et al., 1998; Taragano et al., 1997).
Per concludere, dai dati di letteratura risulta che il trattamento di prima scelta per la depressione in soggetti con malattia di Alzheimer è un Antidepressivo della classe degli SSRI.

Psicosi ed Agitazione
I sintomi psicotici più frequentemente presenti nella malattia di Alzheimer sono deliri ed allucinazioni, mentre i sintomi dell’agitazione includono l’incapacità di rimanere fermi, aggressività verbale o fisica, irritabilità e scarsa adesione alle cure. Tali sintomi compaiono in più del 50% dei soggetti, possono interferire con le cure, possono cause paura o tensione nei caregivers e condurre all’istituzionalizzazione della persona.
La scarsa adesione a qualunque cura può poi peggiorare la progressione della demenza (Jeste & Finkel, 2000).
La valutazione psichiatrica deve essere effettuata insieme alla valutazione delle condizioni mediche generali e ad eventuali fattori ambientali per poter effettuare una corretta diagnosi. Il dolore può per esempio essere causa di un episodio di agitazione, spesso per la scarsa capacità del soggetto con demenza di comunicare con efficacia le proprie condizioni di salute. Altre condizioni di malattia o terapie farmacologiche in atto possono portare all’espressione di quadri depressivi, di agitazione o di psicosi. Risulta dunque fondamentale in questi pazienti un accurato assessment organico ed ambientale.

Trattamento
Intervento clinico

L’intervento clinico nella gestione di soggetti con malattia di Alzheimer e sintomi psicotici prevede la necessità di fornire un supporto emotivo al paziente e anche ai familiari, spesso spaventati dall’espressione sintomatologica.
Fornire precise informazioni su tali disturbi aiuta le persone che vivono con il paziente a evitare comportamenti espulsivi che spesso portano all’istituzionalizzazione. Un aspetto importante nel trattamento di questi soggetti consiste nel sottolineare come qualunque cambiamento di abitudine risulti scarsamente tollerato, per i problemi di memoria e di deficit cognitivo, e di come tali cambiamenti possano esacerbare la confusione mentale, il disorientamento e la sintomatologia psicotica.

Intervento farmacologico
L’assunto di base nelle strategie di trattamento per qualsiasi disturbo nell’età geriatrica è “start low and go slow”. Questo approccio è utile anche quando si tratta la psicosi o l’agitazione nel paziente con malattia di Alzheimer. È comunque altrettanto importante evitare sottodosaggi.
La prima considerazione da effettuare riguarda la selezione della classe farmacologica più appropriata ai sintomi presentati dal paziente, cercando di evitare effetti indesiderati.
Il trattamento deve essere cominciato a dosi basse ed incrementato gradualmente fino a quando il/i sintomo/i si risolve/risolvono o compaiono effetti indesiderati. Numerosi farmaci o sostanze possono esacerbare agitazione e confusione mentale in persone con demenza: anticolinergici, digossina, teofillina e caffeina.
Le Benzodiazepine, anche a breve emivita, dovrebbero essere evitate in questi soggetti per il rischio di aumento della confusione mentale e per il rischio di cadute.
La strategia ideale per un trattamento efficace e sicuro è di cambiare un farmaco alla volta per poter meglio individuare i benefici e gli eventuali effetti indesiderati. In una ricerca (Liperoti et al., 2003) è stato condotto uno studio su 139.714 persone residenti in 1732 case di riposo americane.
Problematiche comportamentali sono state osservate nel 62% dei soggetti. Il 18,2% era in terapia con Antipsicotici, 11% con Antipsicotici atipici. L’utilizzo di questa categoria diagnostica risultava correlato significativamente alla presenza di malattia di Alzheimer.
L’utilizzo di antipsicotici deve essere proposto a questi soggetti con molte cautele. Le fenotiazine andrebbero evitate per l’effetto anticolinergico e antiadrenenrgico che potrebbe causare confusione mentale, ipotensione ortostatica con cadute o fenomeni di anossia transitoria cerebrale in soggetti con un equilibrio cerebro-cardio-vascolare spesso carente.
I butirrofenoni (aloperidolo) prevedono un profilo meno problematico per quanto riguarda le complicazioni sopra riportate. Risulta però frequente nei soggetti anziani l’emergere di sintomi extra-piramidali (parkinsonismo), difficilmente correggibili con anticolinergici che rischiano di esacerbare un quadro di confusione mentale.
Per quanto riguarda gli antipsicotici atipici si osserva quanto segue: Il risperidone è stato studiato vs placebo in un campione di 625 pazienti con forme severe di demenza. Le dosi comprese tra 1 e 2 mg/die si sono dimostrate le più efficaci nel ridurre la sintomatologia comportamentale. La dose di 1 mg/die sembra essere la più indicata per evitare l’insorgere di effetti extrapiramidali.
Una recente analisi di dati clinici suggerisce per questa molecola un aumento di rischio per eventi avversi cerebrovascolari in soggetti con demenza. Per questo motivo l’utilizzo deve avvenire con estrema cautela (Katz et al., 1999; Wooltorton, 2002). Due placebocontrolled trials con olanzapina effettuati su, rispettivamente, 238 e 206 soggetti con demenza e sintomi psicotici, suggeriscono l’efficacia di questa molecola nel ridurre la sintomatologia (agitazione, aggressività, allucinazioni e deliri) e la tollerabilità già a dosaggi di 5 mg/die (Satterlee et al., 1995; Street et al., 2000). Anche per questa molecola come per il risperidone occorre segnalare l’aumento di rischio per eventi avversi cerebrovascolari in soggetti con demenza.
Anche in questo caso va dunque sottolineata la cautela nell’utilizzo in soggetti con gravi patologie cardio-cerebro-vascolare. Per le due molecole il Ministero della salute ha riportato sul Bollettino d’informazione sui farmaci (N. 1/2004) l’attenzione al pericolo di eventi cerebrovascolari per soggetti affetti da demenza, in particolare per coloro che presentano in anamnesi ictus o TIA. I dati di letteratura per la quetiapina sono ad ora meno consistenti.
Va comunque sottolineato come potrebbe presentare un profilo di efficacia e tollerabilità simile a quello delle due molecole sopra riportate. Nonostante i risultati positivi osservati in grandi trials clinici, l’efficacia di questi farmaci non è ancora soddisfacente, con risposte che variano dal 45 al 55% rispetto ai soggetti in placebo (30- 35%).
Risulta dunque necessaria anche in questo campo una ricerca volta ad individuare molecole capaci di effetti più robusti sull’agitazione e la psicosi in malattia di Alzheimer ed una assoluta sicurezza in quanto vengono utilizzati spesso con persone affette da condizioni di polipatologia ed in politerapia farmacologica.

Claudio Mencacci
Giancarlo Cerveri

Department of Psychiatry
Fatebenefratelli-Oftalmico
Hospital Administration
Milan, Italy