L’intero
subcontinente, dal Messico alla Terra del Fuoco, sta scivolando
a sinistra sotto la spinta di leader come Chavez, Lula e Kirchner
Quando nell’ottobre del 2002 il sindacalista di lungo corso
Ignacio Lula da Silva, leader del partito dei lavoratori, venne
eletto presidente del Brasile con il 61% dei voti, la eco mondiale
fu molto forte. Lula, moglie di origine italiana e credenziali
marxiste, divenne un eroe e un modello per tutta la sinistra europea,
che prese a recarsi in pellegrinaggio a Brasilia per scoprire
come egli fosse riuscito a sconfiggere l’oligarchia che
dominava da sempre il più ricco e popoloso Paese dell’America
latina. Opposta fu la reazione di liberali, conservatori e moderati,
che pronosticarono per il Brasile una deriva socialista foriera
di nazionalizzazioni, inflazione e guerra alle multinazionali.
Tre anni dopo, gli uni e gli altri si sono un po’ ricreduti:
le sinistre sono deluse per lo scarso zelo riformista del presidente
e il suo tradimento della causa ambientalista; le destre, dal
canto loro, hanno preso atto con soddisfazione che Lula ha evitato
di sovvertire l’economia di mercato, si è circondato
di collaboratori competenti e non troppo ideologizzati e in politica
estera si attiene a una linea moderata. In compenso, la svolta
del Brasile ha contribuito a innescare un processo politico che
rischia di modificare radicalmente il
volto
dell’America latina: dal Rio Negro alla Terra del Fuoco
ha cominciato a soffiare un “vento rosso” che ci ricorda
i tempi in cui Fidel Castro sognava di portare l’intero
continente sulle sue posizioni. Nessuno dei nuovi leader che sono
saliti al potere o stanno per farlo si identifica formalmente
con il comunismo, ma le idee sono molto simili e la conflittualità
con Washington in continuo crescendo.
Da Nord a Sud, il panorama è davvero inquietante. In Messico,
Paese membro del NAFTA e quindi economicamente integrato con gli
Stati Uniti, il presidente liberaldemocratico Vicente Fox è
a fine mandato e in base alla Costituzione non può ripresentarsi.
Il favorito per la successione è Andres Manuel Lopez Obrador,
attauale sindaco di Città del Messico, un populista di
sinistra che promette mari e monti agli innumerevoli diseredati
senza spiegare dove troverà le risorse necessarie. In Nicaragua,
si profila un ritorno al potere attraverso le urne di Daniel Ortega
Saavedra, già capo dei sandinisti che, dopo essersi impadroniti
del potere nel 1979 con l’appoggio di Cuba e del blocco
sovietico, vennero combattuti da Reagan e infine sconfitti alle
elezioni del 1990.
A sud del canale di Panama, la punta di lancia dell’antiamericanismo
è il presidente venezuelano Hugo Chavez, che ha ormai preso
il posto di Fidel Castro come alfiere della sinistra nell’America
latina: apostolo di una “rivoluzione bolivariana”
che, nei suoi piani, dovrebbe aprire la strada a un grande ritorno
del socialismo nel XXI secolo, l’ex golpista si è
gradualmente impadronito di tutte le leve del potere e ha svuotato
la democrazia di ogni contenuto.
Una delle sue ultime iniziative è il risuscitamento di
quel Festival mondiale della gioventù, inventato da Stalin
nel 1947 in funzione antioccidentale, che sembrava morto con la
caduta del muro di Berlino. Invece la sedicesima edizione, svoltasi
in agosto a Caracas, con lo slogan “contro l’imperialismo
e la guerra”,ha visto la partecipazione di quindicimila
studenti provenienti da 144 Paesi – Italia compresa –
che sono sfilati al grido di “Morte a Bush”.
Nel discorso di benvenuto, Chavez, in fiammante camicia rossa,
ha definito gli Stati Uniti “il più selvaggio, crudele
e sanguinario impero di tutti i tempi”, ma ha anche assicurato
che, se mai osassero attaccare il Venezuela, verrebbero annientati.
Nella sua campagna antiamericana, Chavez non si limita alle invettive.
Ha appena lanciato, con il sostegno di Argentina, Cuba e Uruguay,
la televisione satellitare Telesur che nei suoi piani dovrebbe
assolvere in Sudamerica alle stesse funzioni che ha Al Jazeera
nel mondo arabo.
Forte delle sue sempre crescenti entrate petrolifere, che gli
permettono di distribuire aiuti a piene mani (ha perfino comprato
538 milioni di dollari del famigerato debito argentino per sostenere
il governo di Buenos Aires), sta cercando di costituire nella
regione una alleanza di
Paesi di sinistra che dovrebbe aiutarlo – parole sue –
a “salvare il mondo minacciato dalla voracità dell’imperialismo
yankee”.
Il Venezuela appoggia la guerriglia di ispirazione marxista all’opera
nei Paesi che considera alleati di Washington, in particolare
nella vicina Colombia e, nella stessa logica, si è avvicinato
all’Iran, alla Corea del Nord e a tutti i governi nemici
dell’America.
L’attivismo internazionale di Chavez è cresciuto
negli ultimi tempi di pari passo con l’aumento dei prezzi
del greggio, che ha messo a sua disposizione ingenti mezzi su
cui esercita un controllo quasi personale.
Il paradosso è che buona parte di questo danaro proviene
proprio dagli Stati Uniti, che comperano dal Venezuela circa un
sesto del loro fabbisogno. Poiché, nelle attuali condizioni
di mercato, non può rinunciare a questa fonte, Washington
cerca di combattere il dittatore con altri mezzi: nel 2003 ha
appoggiato un tentativo di golpe e nel 2004 ha sostenuto le forze
che avevano promosso un referendum contro il presidente, ma entrambi
i tentativi sono falliti.
Tecnicamente, Chavez non può essere considerato un dittatore,
perché ha ottenuto una regolare investitura popolare, soprattutto
grazie ai soldi che ha distribuito prima delle elezioni. Ma, dopo
avere distrutto la classe media e provocato, con le sue misure
demagogiche, una caduta del 20% nel reddito pro-capite, sta perdendo
consensi e ci si aspetta che, prima delle elezioni presidenziali
in programma nel 2006, attui una specie di golpe bianco per eludere
il verdetto delle urne.
Il suo avversario principale oggi è il cardinale Rosario
Castillo Lara, arcivescovo di Caracas, che lo ha defiages nito
“un dittatore paranoico bisognoso di un esorcismo”
e ha paragonato il Venezuela a Cuba.
Chavez ha replicato dando al porporato del “bandito posseduto
dal demonio” e accusandolo di essere “un cancro per
il Paese”. Se l’influenza della Chiesa, forte soprattutto
in quei ceti popolari che formano la base di potere di Chavez,
servirà a contenerlo rimane tuttavia da vedere.
Dal Venezuela, la dottrina della “rivoluzione bolivarista”
si sta diffondendo negli altri Paesi della regione andina. Con
l’eccezione della Colombia, il cui presidente Alvaro Uribe
rimane il più affidabile alleato degli Stati Uniti nel
continente, i politici che si richiamano a Chavez sono ovunque
sulla cresta dell’onda . In Peru, Ollanta Umala, un ex militare
espulso dall’esercito per le sue idee estremiste è
uno dei favoriti per la successione al presidente Toledo che,
nonostante la sua matrice di sinistra ha mantenuto il Paese nell’alveo
dell’economia di mercato.
L’Ecuador, dopo una successione di colpi di Stato, è
ormai da tempo in preda a una frenesia populista. In Bolivia,
l’astro nascente è Evo Morales, un indio di razza
Aymara che si è messo alla testa dei coltivatori di coca
e ha condotto una campagna elettorale centrata sulla guerra all’invadenza
americana, alle privatizzazioni, alla liberalizzazione dei commerci
e al capitale straniero che ha entusiasmato le popolazioni degli
altipiani e conquistato centinaia di migliaia di nuovi adepti
al suo partito “Movimento verso il socialismo”.
In Cile, la sinistra ha confermato nelle elezioni di dicembre
la sua ormai ultradecennale presa sul potere, pur avendo presentato
– fatto insolito da queste parti - una donna per la successione
del presidente Lagos.
In Uruguay, la vittoria del Frente Ampio di Tabarè Vazquez
ha portato per la prima volta alla guida dell’ex Svizzera
dell’America meridionale una formazione dichiaratamente
di sinistra, diretta discendente dei guerriglieri che insanguinarono
il Paese negli anni Settanta e Ottanta.
Molto significativa è anche l’evoluzione dell’Argentina
sotto la presidenza di Nestor Kirchner, l’uomo che ha rinnegato
il debito estero accumulato ai tempi di Menem imponendo una transazione
che ai soli risparmiatori italiani è costata l’equivalente
di un punto di PIL. Questo ex governatore di una piccola e spopolata
provincia della Patagonia, eletto a suo tempo con appena un quarto
dei voti validi, sembrava destinato ad essere una figura di transizione,
con il solo compito di traghettare il Paese verso la normalità
dopo la peggiore crisi economica del dopoguerra. Invece, offrendo
al Paese un mix di nazionalismo, populismo e demagogia “antimperialista”,
è riuscito a conquistarsi i favori popolari, a riportare
il movimento peronista alle sua origini e a trasformarsi nel primo
autentico erede del generale, completo di moglie ultra-ambiziosa
nella falsariga di Evita.
Quando Kirchner arrivò alla Casa Rosada tre anni fa, l’Argentina
era caduta così in basso che, viste anche le sue enormi
risorse naturali, poteva soltanto cominciare a risalire la china.
Il neopresidente ha fatto la sua parte, rifiutando di soddisfare
i creditori internazionali e mantenendo artificialmente bassi
i prezzi dei servizi a spese degli investitori stranieri.
Fatto è che, grazie anche alle buone quotazioni dei suoi
prodotti agricoli sui mercati internazionali, il Paese ha ripreso
quota, il numero di coloro che vivono sotto la linea di povertà
è diminuito e Kirchner appare in buona posizione per ottenere
un secondo mandato.
Molti osservatori sono convinti che il miglioramento sia solo
congiunturale, e che un Paese in cui gli stranieri hanno ormai
paura di investire e la classe dirigente continua a far fuggire
i suoi soldi all’estero non possa avere un grande futuro.
Ma per il momento il virulento antiamericanismo del presidente,
il suo rifiuto delle ricette del Fondo Monetario Internazionale
e della Banca mondiale e la sua sempre più stretta alleanza
con Chavez esaltano i “descamisados” di peroniana
memoria e contribuiscono alla deriva del Paese.
Ora che la guerra fredda è finita, che Castro è
avviato sul viale del tramonto e che non esiste più il
pericolo che l’URSS si insedi nel loro “cortile di
casa”, gli Stati Uniti non reagiranno a questa evoluzione
dell’America latina con la stessa determinazione di un quarto
di secolo fa, quando favorirono il golpe di Pinochet contro Allende
in Cile, trattarono con una certa benevolenza le dittature militari
di Brasile ed Argentina e invasero l’isola di Grenada per
impedire che diventasse una base aerea sovietica. Per adesso,
la Casa Bianca si è limitata ai (neppure troppo convinti)
tentativi di alimentare l’opposizione interna contro Chavez,
e a abbastanza discrete pressioni economiche sugli altri Paesi
tentati di andare al di sopra delle righe.
Ciò nondimeno, il “vento rosso” che soffia
sul continente suscita a Washington serie preoccupazioni e ha
già avuto una conseguenza molto negativa per Bush: ha affossato
il suo progetto per una zona di libero scambio dall’Alaska
a capo Horn, che gli avrebbe permesso di costituire una specie
di contraltare all’Unione Europea.
Per di più, la visita che ha compiuto a Buenos Aires per
promuovere il suo progetto si è risolta in un vero e proprio
smacco personale, con decine di migliaia di persone in piazza
per contestarlo.
Il vero timore, tuttavia, riguarda le prospettive a medio termine:è
concepibile che quel socialismo reale che con tanta fatica è
stato sconfitto in Europa rinasca in un’America latina dove
la presenza di un establishment quasi feudale accanto a masse
di diseredati, le crescenti differenze tra ricchi e poveri e la
mancanza di una classe politica qualificata ricordano la nostra
situazione di un secolo fa?
E’ possibile che, dopo la promettente svolta verso la democrazia
liberale degli anni Novanta, il subcontinente torni a scivolare
verso una fase di predominio delle dittature, non più dei
militari, ma del proletariato?
Come è possibile che la lezione di Cuba, ridotta alla miseria
dal regime castrista, non sia servita a nulla e il suo operato
abbia ancora tanti imitatori?
Da come si stanno mettendo le cose, il pericolo indubbiamente
esiste, mentre il ricorso agli antidoti è senz’altro
più complicato di trent’anni fa, quando gli interventi
potevano essere giustificati dall’esigenza di contrastare
l’espansionismo del blocco sovietico.
Finchè Castro era solo a predicare il verbo del comunismo,
isolarlo era relativamente facile.
Ma se a coalizzarsi contro gli Stati Uniti – sia pure con
le evidenti remore dovute alla loro situazione economica –
fossero i maggiori Paesi del subcontinente, la situazione potrebbe
farsi difficile.