In
Russia sta spopolando la riduzione televisiva di “Il
Maestro e Margherita” di Bulgakov, un kolossal
di dieci ore suddivise in nove puntate, un cast di
200 attori, un pubblico finora di oltre 40 milioni
di spettatori.
Negozi e uffici hanno stabilito orari
ridotti per permettere agli impiegati di non perdersi
ogni settimana le scene iniziali, sono stati installati
maxischermi nei ristoranti e nei bar, una martellante
campagna pubblicitaria è in atto nelle grandi
città, la casamuseo al numero dieci della Bolhshaja
Sadovaja, a Mosca, dove nel romanzo si installa il
Diavolo, sotto le spoglie dell’illusionista
Woland, e nella realtà visse l’autore,
è meta di rinnovato interesse.
Fra tutti gli scrittori vissuti al tempo della Rivoluzione
d’Ottobre Bulgakov fu quello a cui toccò
la sorte beffarda di essere seppellito da vivo.
Quasi nulla dei suoi romanzi e dei suoi racconti sopravvisse
alla censura e i suoi tentativi di autore teatrale
sortirono lo stesso effetto. Morì che aveva
appena cinquant’anni, caso limite di un autore
che potè misurare la sua grandezza non sulla
base del pubblico e o della critica, ma su quella
del divieto e la sua ostinazione a scrivere, contro
tutti e nonostante tutto, è una delle più
alte dichiarazioni di fede nella letteratura che è
dato incontrare.
“I manoscritti non bruciano” si legge
a un certo punto nel Maestro e Margherita, ovvero
i regimi passano, i dittatori muoiono, ma l’arte
resiste grazie a un fuoco interno che non la divora
ma la illumina. Bulgakov conosceva il suo valore e
fu questa consapevolezza che gli permise di resistere
e andare avanti.
Come scrisse Anna Achmatova in occasione della sua
morte:
"Tu così duramente sei vissuto e fino
all’ultimo hai serbatoun magnifico disprezzo".
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| Michail Bulgakov |
Behemot |
Scritto negli anni Trenta Il Maestro e Margherita
fu pubblicato solo negli anni Sessanta: in edizione
integrale usciì prima in Europa che in Unione
Sovietica dove, nonostante il "disgelo",
il fuoco censorio ardeva comunque e il romanzo continuava
a fare paura. Adesso che è passato più
di mezzo secolo e il comunismo è un relitto
della storia è interessante cercare di capire
come e perché il fascino del romanzo persista
e che cosa nella Russia di Putin ne faccia un libro
di culto.
Come tutti i capolavori che sfidano il tempo, il romanzo
si presta infatti, al di là della stretta esegesi
critico-letteraria, a una doppia chiave di lettura,
storicistica da un lato, strettamente legata all’attualità
dall’altro. Nel primo caso, "Il Maestro
e Margherita" è uno straordinario esempio
di "come eravamo", ovvero l’autobiografia
di una nazione almeno sino alla caduta del Muro di
Berlino: la coabitazione e la nomenklatura, la burocrazia
ossessiva quanto parassita, la censura occhiuta e
il politicamente corretto, la pratica della delazione
e la sfrontatezza scientista, l’irrisione della
religione e la segretezza come arma di potere.
“Io
sono uno scrittore mistico:
mi servo di tinte cupe e mistiche per rappresentare
le innumerevoli mostruosità della nostra
vita quotidiana, il veleno di cui è intrisa
la mia lingua, la raffigurazione di alcune terribili
caratteristiche del mio popolo”
M. Bulgakov |
Un popolo mistico, legato a usi, costumi, tradizioni
ancestrali, si ritrovò dall’oggi al domani
trasformato in un esercito proletario la cui esistenza
era scandita da piani quinquennali, il cui orizzonte
era simboleggiato dalla conquista, sempre in divenire,
del socialismo. Nessuna nazione come l’Urss
sopportò una tensione così forte fra
un futuro annunciato e mai raggiunto e una quotidianità
militarizzata e fatta di stenti, sotterfugi, meschinità,
terrore.
Nessuna nazione come l’Urss fu così a
lungo in balia di un potere cieco e che però
vedeva tutto, assoluto e imperscritabile, irrazionale
e tuttavia dotato al suo interno di una logica ferrea.
Nelle vicende umane del Maestro, un intellettuale
che si vede additato come nemico del popolo senza
che il popolo nemmeno sappia cosa ha scritto, della
sua innamorata Margherita, condannata a un matrimonio
senza amore e in una società dove non esistono
più rapporti umani perché tutti sospettano
di tutti, entrambi circondati da un formicaio umano
in cui ciascuno pensa per sé e si arrabatta,
dietro un ossequio formale, a scavarsi una nicchia
il più possibile confortevole, non importa
se a danno del vicino, dell’amico, del parente,
c’è il ritratto di un’epoca, di
una società di una ideologia. E’ qui
che si inserisce l’altro elemento, quello della
contemporaneità.
Usciti dal comunismo, i russi si sono ritrovati in
una realtà che mima le società liberali,
ma mantiene i tratti di dispotismo asiatico che già
connaturarono l’eredità zarista. Si ritrova
come presidente un ex capo dei servizi segreti, assiste
ad ascese finanziarie impressionanti di cui nessuno
conosce le origini e che spesso crollano rovinosamente
nel momento in cui entrano in collisione con il potere
politico, sperimaneta un tasso di criminalità
che ha pochi rivali nel mondo, verifica sulla propria
pelle l’inadeguatezza della infrastrutture statali,
luce, gas, acqua, telefono, a fronte di una campagna
ossessiva che magnifica il libero mercato e l’iniziativa
privata, è stretta fra continui richiami all’orgoglio
e alla grandezza nazionali, repressioni militari di
cui sa ben poco, esibizioni di forza dietro cui però
si rivelano debolezze endemiche, sfiducia, corruzione.
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| Azazello |
Woland |
Come in uno specchio rovesciato la Russia putiniana
si accorge che la Russia staliniana di Bulgakov ha
cambiato nome e professione di molti dei suoi protagonisti,
ma ne ha conservato il modo di essere e le finalità:
il burocrate che sognava di occupare la casa di un
altro "compagno" adesso è lo speculatore
immobiliare; la cameriera che si voleva far bella
con i vestiti della padrona, esponente della nomenklatura,
adesso ha una boutique ed è lei la nomenklatura;
il medico ciarlatano è divenuto una risorsa
della scienza, il funzionario avido una risorsa della
democrazia.
Quanto a Woland, ovvero a Satana, il grande protagonista
del romanzo, quello che ieri poteva essere letto come
un ciarlatano dotato di capacità carismatiche,
un politico che muoveva i fili della sua recita e
nella cui figura si annullava un’intera umanità
fatta di oscurantismo, miseria, ignoranza, il trionfo
insomma della menzogna, diventa oggi l’altra
faccia della modernità, l’idea che alla
scomparsa di un regime non abbia fatto da contraltare
una nuova politica, ma più semplicemente, una
non politica, il trionfo degli appetiti privati, la
logica puramente criminale del soddisfacimento dei
propri bisogni
E’ probabile che la modernità di Bulgakov
derivi proprio dalla sua estraneità al comunismo.
Lì dove nomi come Majakosky, Babel, scontano
sulla propria vita e sullapropria arte l’illusione
di aver creduto nella rivoluzione e fuori di essa
non sono più leggibili, questo scrittore che
dalla rivoluzione si vide condannato al silenzio era
portatore di un qualcosa che andava al di là
del contingente, eroico e/o meschino che fosse.
Il suo misticismo (“Io sono uno scrittore mistico:
mi servo di tinte cupe e mistiche per rappresentare
le innumerevoli mostruosità della nostra vita
quotidiana, il veleno di cui è intrisa la mia
lingua, la raffigurazione di alcune terribili caratteristiche
del mio popolo”) gli permette di creare nel
Maestro e Margherita personaggi unici, di abbattere
le barriere del tempo e dello spazio, di essere il
signore assoluto di un’altra dimensione, lì
dove nessuna censura e nessun ukase aveva diritto
di cittadinanza.
Di tutto questo Bulgakov era perfettamente consapevole,
co-me del resto attesta il suo stupendo carteggio
con Stalin, esemplare nella difesa della dignità
di uno scrittore: “La lotta contro la censura,
qualunque essa sia e sotto qualunque potere, è
mio dovere, così come gli appelli alla libertà
di stampa. Se un qualsiasi scrittore pensasse di dimostrare
che a lui non è necessaria, sarebbe come un
pesce che dichiarasse pubblicamente di potere fare
a meno dell’acqua…Nella vasta arena della
letteratura russa, in Urss io ero l’unico lupo.
Mi hanno consigliato di tingermi il pelo. Consiglio
assurdo. Sia tinto sia tosato, un lupo non assomiglierà
mai a un barboncino”.
Dietro alla passione popolare per Bulgakov forse c’è
anche questo, l’omaggio postumo a chi negli
anni terribili riuscì a non dover vergognarsi
di se tesso.
“Nella
vasta arena della letteratura russa, in Urss
io ero l’unico lupo. Mi hanno consigliato
di tingermi il pelo. Consiglio assurdo. Sia
tinto sia tosato, un lupo non assomiglierà
mai a un barboncino”.
M. Bulgakov |
Stenio
Solinas