Nelle sue tele cè
una realtà in cui filtra nella costruzione
delle forme nei colori il dato
esistenziale, o meglio quella sfaccettatura psicologica
che rivela ed emoziona.
Dopo l'alza bandiera dell'arte
negli anni Sessanta, in cui crebbero tutti i movimenti
più significativi
e nuovi del secondo dopoguerra, dell'arte informale
alla nuova figurazione, è negli anni Settanta
del Novecento che il mercato del settore vola. Si
aprono gallerie d'arte, lievitano le pubblicazioni
e
le happening, tutto si conferma alla cultura artistica
che tra Milano e Roma trova i centri di maggior attrazione.
Ebbene, è in questi anni che il percorso artistico
di Anna Ravaglia s'avvia, circoscritto subito in uno
spazio che è quello figurale, che vale come
scelta precisa di una poetica e di un intendimento
in cui il colore si adegua ad un mondo crepuscolare
che è quello della sua città, Milano,
per cui
sulle tele si campionano immagini e figure che vivono
una realtà quotidiana, una realtà delle
piccole cose, una realtà della memoria, una
realtà in cui filtra nella costruzione delle
forme nei colori il dato esistenziale, o meglio quella
sfaccettatura psicologica che rivela ed emoziona.
Inizialmente la Ravaglia insegue un mondo attraverso
una mosaicità del colore, quasi fossero un
insieme di tessere musive a significare forme e figure,
tenendo conto di certe influenze che dalla pittura
francese il cosiddetto pointillisme, e italiana
con
l'evidenza macchiaiola, la superba spremitura delle
scuole regionali che danno un tocco tutto loro alle
diverse specificità di fine ottocento e primo
novecento, poi l'avvio di una pittura lombarda, non
evasiva e non sorvolata, ma tutta concentrata sui
soggetti e sui ritratti, in cui la volumetria delle
forme e l'architettura della composizione vengono
resi lievi e momentanei dai toni chiari con accenni
ad un certo primitivismo garbariano, fino a Semeghini
e alla composizione classica del disegno.
Si osservino i luminosi paesaggi, certi luoghi milanesi
a lei cari, e quei ritratti, specie i fanciulli colti
nel loro stato adolescenziale, come metafora della
fragilità dell'esistenza. Un senso di sottile
commozione lirica nel rappresentare la natura e figure,
una ricerca estrema e non estremista che svela un
fiancheggiamento chiarista o neochiarista in cui si
legge un segno volutamente incerto, dove i volumi
si dissolvono nella luce. La Ravaglia ha costruito
con serietà il suo percorso, con talune tappe
significative che l'hanno imposta con un suo linguaggio
che si distingue dalle coeve tendenze di nostalgia
postimpressionista. Alla sequenza delle mostre e delle
rassegne hanno trovato pure incidenza talune onorificenze
come il recente Premio delle Arti Premio della Cultura
nel 2005, e nuove occasioni la troveranno partecipe
di segnalazioni, di valorizzazione critica, tenendo
conto anche di come il mercato l'abbia accolta sul
versante del design e del disegno su stoffa. Ma soprattutto
ella deve il suo lavoro alla ricerca
assolutamente interiore e silenziosa.
Carlo
Franza