Non
è facile trovare i modi per dire ad una persona
che le sue speranze di vita sono ridotte e che la
morte può persino essere imminente.
Nel rapporto tra medico e paziente,la situazione
sicuramente più delicata e difficile è
quella della comunicazione delle "brutte notizie".
Non è, infatti,
facile, trovare i modi per dire ad una persona che
le sue speranze di vita sono ridotte e che la morte
può persino essere imminente. Ci sono, e i
medici li conoscono,accorgimenti psicologici e stili
di comportamento che possono aiutare nella comunicazione.
Personalmente, come ebbi già a scrivere su
questa Rivista, sono convinto che un approccio filosofico
alla questione della morte resti, comunque, indispensabile.
La consapevolezza, infatti, che la sofferenza, il
dolore, la paura, l'angoscia sono componenti della
condizione umana e, quindi, sono realmente un terreno
di condivisione e di parità esistenziale tra
medico e paziente, permette di guardare alla comunicazione
delle cattive notizie con maggiore serenità,
sapendo che soltanto mostrandosi permeabili alla sofferenza
altrui si potranno veicolare contenuti difficili da
accettare. Ma, soprattutto, occorre mettere in luce
un altro lato della situazione,che spesso è
sottovalutato: il
bisogno del paziente di parlare della propria imminente
morte.
Con chi, infatti, potrà sfogare le proprie
angosce, con chi potrà esprimere i propri timori,
con
chi potrà condividere i propri bilanci esistenziali
e le proprie delusioni? La risposta che siamo
soliti dare è che si tratta di una questione
personale, che deve trovare la sua collocazione nell'alveo
famigliare, o all'interno di quelle strutture di aiuto
e di conforto che sono variamente
distribuite e presenti sul territorio.
Nei migliori dei casi, inoltre,il paziente può
essere indirizzato a qualche psicologo o, se religioso,
a qualche sacerdote. Del resto, si osserva, non è
possibile fare di più. La professione del medico
è, in fondo, un mestiere altamente specializzato,
che non contempla anche preparazioni di ordine psicologico,
né si possono chiedere virtù eroiche
a chi la esercita, né si può ipotizzare
un impiego del tempo (già così scarso)
che sottragga il medico alle attività di cura
e di ricerca.
Sono tutte osservazioni ineccepibili.
Se restiamo all'interno della logica dei diritti e
dei doveri, è sufficiente una comunicazione
veritiera, corretta, aperta, capace, come insegna
anche il codice deontologico (senza però spiegare
come si possa fare) di non togliere la speranza al
paziente,per assolvere all'ingratocompito di dare
brutte notizie.
Ma se cambiamo la prospettiva,se cerchiamo di pensare
nei termini della condizione umana del nostro paziente
(un nostro che indica qualcosa di più di un
legame professionale?), allora comprendiamo che è
possibile fare qualcosa di più: offrire un'autentica
disponibilità all'ascolto.
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Il
tempo per ascoltare, il tempo per pensare, il
tempo per condividere, il tempo per parlare
del morire è l'unico tempo che non possiamo
sacrificare laddove il tempo si è fatto
più breve.
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Ascoltare: una delle più difficili attività
umane. Perché noi siamo soliti udire le parole,
sentire i
suoni, percepire i rumori: ascoltare implica lasciarsi
coinvolgere e non opporre resistenza alle
parole altrui, significa, al di là di ogni
retorica, accogliere le istanze di sofferenza altrui.
Ora, questo ascolto in un caso mi sembra assolutamente
doveroso, ed è quando ci si deve occupare di
giovani pazienti, di bambini, di ragazzi, di adolescenti.
Ciò che dico non deriva da alcuna esperienza
specifica, e questo parrà, a molti, un limite,
perché spesso si pensa che si può parlare
soltanto a partire da qualche esperienza: quello che
intendo dire deriva da una riflessione di ordine filosofico.
Esperti nella comunicazione non verbale, psicologi,
educatori, medici impegnati
in prima persona, genitori, educatori, potranno dare
molti suggerimenti concreti: ciò che, qui,
vorrei però sottolineare è un altro
aspetto, che potrei definire esistenziale. Nessun
addestramento
all'ascolto può,infatti, fare a meno di una
formazione personale all'ascolto, cioè di una
riflessione
circa il significato di questo ascoltare laddove chi
parla è un giovane e laddove chi parla si trova
a
dover parlare della morte.
Noi adulti siamo disarmati di fronte alla morte, perché
della morte non si ha esperienza: molti hanno esperienza
del morire altrui, o del decesso altrui, ma mai della
morte. La morte depotenzia,
in qualche modo, l'arroganza della nostra competenza,
delle nostre esperienze, della nostra maturità
umana. Il pensiero del morire, infatti, ci consegna
ad una condizione di esposizione e
di fragilità che ci rende, sotto certi aspetti,
compagni di avventura di chi ci precederà attraversando
un'esperienza in prima persona che non è delegabile
a nessuno. Ascoltare, in questo caso, significa veramente
condividere, con l'umiltà di chi non ha e non
può avere alcuna soluzione, del tempo, forse
nulla di più. Il fatto che il medico, colui
che possiede l'arte della guarigione, sappia prendersi
cura del proprio giovane paziente nell'ascolto delle
sue paure e delle sue tristezze è un compito,
mi sembra, fondamentale, che appartiene alla struttura
di chi, per usare un facile gioco di parole, è
un medico e non soltanto fa il medico.
La morte, il morire, ha un solo potente nemico, la
pacata gioia e l'allegra ironia del sapersi
mortali che si esprime nella nozione della serenità.
| Comunicare
brutte notizie non è facile, ascoltare
e accompagnare i morenti nemmeno:ma si può
imparare, se si è disponibili a fare i
conti con la propria condizione umana. |
Già, perché chi sa accogliere con serenità
la propria condizione umana sa anche consegnare serenità
a chi lo precede sulla via della morte. Ascoltare
con serena condivisione significa, però, non
banalizzare, non minimizzare, non trascurare le angosce
altrui, ma farsene partecipe e interprete.
L'esperienza
cristiana, in fondo, ha da sempre insegnato che il
morire è una vicenda seria, molto
seria. Può avvenire anche con tratti drammatici,
faticosi: ciò che la redime non è soltanto
la
speranza in una vita trasformata dall'evento della
morte, ma è soprattutto
la testimonianza di una compagnia che rompa la solitudine
del morire. Il medico non può e non deve sostituirsi
a nessuno, ma non deve nemmeno farsi sostituire nel
suo compito.
Non è necessario essere credenti per comprendere
che, in ogni caso, l'accompagnamento del
morente ha la sua logica nella discreta compagnia
che si può esercitare per rompere la disperazione
della solitudine. Le giovani vite che si spengono
prima di aver goduto dei tempi lunghi, a volte belli,
a volte faticosi, dell'esistenza, chiedono al medico
un esercizio di matura consapevolezza della sua stessa
condizione umana. Ci sono mestieri che non si imparano,
se non si impara ad essere uomini. E in quest'arte
del vivere occorre che anche il medico sappia non
essere solo. Comunicare brutte notizie non è
facile, ascoltare e accompagnare i morenti nemmeno:
ma si può imparare se si è disponibili
a fare i conti con la propria condizione umana.
Dobbiamo smettere di pensare alla comunicazione di
diagnosi infauste nei termini del problema,
perché ai problemi si possono dare soluzioni
mentre, in questo caso, non ci sono soluzioni,
ma soltanto occasioni di coinvolgimento. Il tempo
per ascoltare, il tempo per pensare, il tempo per
condividere, il tempo per parlare del morire è
l'unico tempo che non possiamo sacrificare
laddove il tempo si è fatto più breve.
Un tempo che, un giorno, sarà anche il nostro
tempo. Vivere
questo tempo, e creare le condizioni perché
esista questo tempo, richiede anche l'impegno
concreto per predisporre strutture e situazioni, per
plasmare ambienti interiori ed esteriori: a
questi problemi, se vogliamo, possiamo dare soluzioni,
l'altro non è un problema, è la sfida
alla
nostra personalità.
Prof.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano