:: Bioetica
Parlare della morte e ascoltare
Adriano Pessina

Non è facile trovare i modi per dire ad una persona che le sue speranze di vita sono ridotte e che la morte può persino essere imminente.

Nel rapporto tra medico e paziente,la situazione sicuramente più delicata e difficile è quella della comunicazione delle "brutte notizie". Non è, infatti,
facile, trovare i modi per dire ad una persona che le sue speranze di vita sono ridotte e che la morte può persino essere imminente. Ci sono, e i medici li conoscono,accorgimenti psicologici e stili di comportamento che possono aiutare nella comunicazione. Personalmente, come ebbi già a scrivere su questa Rivista, sono convinto che un approccio filosofico alla questione della morte resti, comunque, indispensabile. La consapevolezza, infatti, che la sofferenza, il dolore, la paura, l'angoscia sono componenti della condizione umana e, quindi, sono realmente un terreno di condivisione e di parità esistenziale tra medico e paziente, permette di guardare alla comunicazione delle cattive notizie con maggiore serenità, sapendo che soltanto mostrandosi permeabili alla sofferenza altrui si potranno veicolare contenuti difficili da accettare. Ma, soprattutto, occorre mettere in luce un altro lato della situazione,che spesso è sottovalutato: il
bisogno del paziente di parlare della propria imminente morte.
Con chi, infatti, potrà sfogare le proprie angosce, con chi potrà esprimere i propri timori, con
chi potrà condividere i propri bilanci esistenziali e le proprie delusioni? La risposta che siamo
soliti dare è che si tratta di una questione personale, che deve trovare la sua collocazione nell'alveo famigliare, o all'interno di quelle strutture di aiuto e di conforto che sono variamente
distribuite e presenti sul territorio.
Nei migliori dei casi, inoltre,il paziente può essere indirizzato a qualche psicologo o, se religioso,
a qualche sacerdote. Del resto, si osserva, non è possibile fare di più. La professione del medico è, in fondo, un mestiere altamente specializzato, che non contempla anche preparazioni di ordine psicologico, né si possono chiedere virtù eroiche a chi la esercita, né si può ipotizzare
un impiego del tempo (già così scarso) che sottragga il medico alle attività di cura e di ricerca.
Sono tutte osservazioni ineccepibili.
Se restiamo all'interno della logica dei diritti e dei doveri, è sufficiente una comunicazione veritiera, corretta, aperta, capace, come insegna anche il codice deontologico (senza però spiegare come si possa fare) di non togliere la speranza al paziente,per assolvere all'ingratocompito di dare brutte notizie.
Ma se cambiamo la prospettiva,se cerchiamo di pensare nei termini della condizione umana del nostro paziente (un nostro che indica qualcosa di più di un legame professionale?), allora comprendiamo che è possibile fare qualcosa di più: offrire un'autentica disponibilità all'ascolto.

Il tempo per ascoltare, il tempo per pensare, il tempo per condividere, il tempo per parlare del morire è l'unico tempo che non possiamo sacrificare laddove il tempo si è fatto più breve.


Ascoltare: una delle più difficili attività umane. Perché noi siamo soliti udire le parole, sentire i
suoni, percepire i rumori: ascoltare implica lasciarsi coinvolgere e non opporre resistenza alle
parole altrui, significa, al di là di ogni retorica, accogliere le istanze di sofferenza altrui. Ora, questo ascolto in un caso mi sembra assolutamente doveroso, ed è quando ci si deve occupare di
giovani pazienti, di bambini, di ragazzi, di adolescenti. Ciò che dico non deriva da alcuna esperienza specifica, e questo parrà, a molti, un limite, perché spesso si pensa che si può parlare soltanto a partire da qualche esperienza: quello che intendo dire deriva da una riflessione di ordine filosofico. Esperti nella comunicazione non verbale, psicologi, educatori, medici impegnati
in prima persona, genitori, educatori, potranno dare molti suggerimenti concreti: ciò che, qui, vorrei però sottolineare è un altro aspetto, che potrei definire esistenziale. Nessun addestramento
all'ascolto può,infatti, fare a meno di una formazione personale all'ascolto, cioè di una riflessione
circa il significato di questo ascoltare laddove chi parla è un giovane e laddove chi parla si trova a
dover parlare della morte.
Noi adulti siamo disarmati di fronte alla morte, perché della morte non si ha esperienza: molti hanno esperienza del morire altrui, o del decesso altrui, ma mai della morte. La morte depotenzia,
in qualche modo, l'arroganza della nostra competenza, delle nostre esperienze, della nostra maturità umana. Il pensiero del morire, infatti, ci consegna ad una condizione di esposizione e
di fragilità che ci rende, sotto certi aspetti, compagni di avventura di chi ci precederà attraversando un'esperienza in prima persona che non è delegabile a nessuno. Ascoltare, in questo caso, significa veramente condividere, con l'umiltà di chi non ha e non può avere alcuna soluzione, del tempo, forse nulla di più. Il fatto che il medico, colui che possiede l'arte della guarigione, sappia prendersi cura del proprio giovane paziente nell'ascolto delle sue paure e delle sue tristezze è un compito, mi sembra, fondamentale, che appartiene alla struttura di chi, per usare un facile gioco di parole, è un medico e non soltanto fa il medico.
La morte, il morire, ha un solo potente nemico, la pacata gioia e l'allegra ironia del sapersi
mortali che si esprime nella nozione della serenità.

Comunicare brutte notizie non è facile, ascoltare e accompagnare i morenti nemmeno:ma si può imparare, se si è disponibili a fare i conti con la propria condizione umana.

Già, perché chi sa accogliere con serenità la propria condizione umana sa anche consegnare serenità a chi lo precede sulla via della morte. Ascoltare con serena condivisione significa, però, non banalizzare, non minimizzare, non trascurare le angosce altrui, ma farsene partecipe e interprete.
L'esperienza cristiana, in fondo, ha da sempre insegnato che il morire è una vicenda seria, molto
seria. Può avvenire anche con tratti drammatici, faticosi: ciò che la redime non è soltanto la
speranza in una vita trasformata dall'evento della morte, ma è soprattutto
la testimonianza di una compagnia che rompa la solitudine del morire. Il medico non può e non deve sostituirsi a nessuno, ma non deve nemmeno farsi sostituire nel suo compito.
Non è necessario essere credenti per comprendere che, in ogni caso, l'accompagnamento del
morente ha la sua logica nella discreta compagnia che si può esercitare per rompere la disperazione della solitudine. Le giovani vite che si spengono prima di aver goduto dei tempi lunghi, a volte belli, a volte faticosi, dell'esistenza, chiedono al medico un esercizio di matura consapevolezza della sua stessa condizione umana. Ci sono mestieri che non si imparano, se non si impara ad essere uomini. E in quest'arte del vivere occorre che anche il medico sappia non essere solo. Comunicare brutte notizie non è facile, ascoltare e accompagnare i morenti nemmeno: ma si può imparare se si è disponibili a fare i conti con la propria condizione umana.
Dobbiamo smettere di pensare alla comunicazione di diagnosi infauste nei termini del problema,
perché ai problemi si possono dare soluzioni mentre, in questo caso, non ci sono soluzioni,
ma soltanto occasioni di coinvolgimento. Il tempo per ascoltare, il tempo per pensare, il tempo per condividere, il tempo per parlare del morire è l'unico tempo che non possiamo sacrificare
laddove il tempo si è fatto più breve. Un tempo che, un giorno, sarà anche il nostro tempo. Vivere
questo tempo, e creare le condizioni perché esista questo tempo, richiede anche l'impegno
concreto per predisporre strutture e situazioni, per plasmare ambienti interiori ed esteriori: a
questi problemi, se vogliamo, possiamo dare soluzioni, l'altro non è un problema, è la sfida alla
nostra personalità.

Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano

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