:: Evasioni Culturali
Arturo PEREZ REVERTE
Stenio Solinas

In tutti i romanzi questo narratore contemporaneo dà voce a una sensazione di disagio esistenziale, e così allinea, via via, una straordinaria serie di perdenti che riescono però sempre a mantenere intatta la propria idealità e il proprio modo d'essere.

Da una decina di anni a questa parte sono un fedele lettore di Arturo Pérez-Reverte. Un po' perché siamo coetanei, un po' perché per anni abbiamo fatto lo stesso mestiere giornalistico,
un po' per i temi presenti nei suoi libri, è per me una sorta di fratello
spirituale. Più bravo, ma questa è un'altra storia. Da narratore
Reverte ha all'attivo un ciclo di romanzi storici che ruota intorno alla figura
del seicentesco capitano di ventura Alatriste (due di essi, Capitano Alatriste, appunto, e Purezza di sangue, sono stati appena ristampati da Salini-Tropea) e
una serie di bestsellers che dal Club Dumas a La tavola fiamminga, dal Maestro di scherma a
La pelle del tamburo a La carta sferica, pur cambiando ogni volta situazioni, luoghi, personaggi, raccontano fondamentalmente la stessa storia.
Quale essa sia lo spiegherò più avanti, ma prima va detto che uno dei pregi della sua narrativa sta nella profondità e nella perfetta padronanza con cui è costruita. Che situi i suoi romanzi nel mondo della critica d'arte (La tavola fiamminga), del Vaticano e più generalmente della Chiesa cattolica (La pelle del tamburo), della marineria (La carta sferica), della bibliofilia (Il Club Dumas) sempre il lettore ha l'impressione di immergersi in un mondo del quale, tramite il suo autore, nulla gli viene celato, tutto gli è rivelato. Si tratta di storie perfettamente orchestrate, con alle spalle un lavoro di documentazione certosino e una capacità di rendere semplice anche ciò che è complesso: la lettura di una carta nautica, il procedimento di restauro di un dipinto, una partita a scacchi, il collezionismo librario, i rituali ecclesiastici. Ciò dà ai suoi testi una vernice di verità e contemporaneamente una ricchezza di contenuti quale raramente è dato trovare e il fatto che ogni volta Reverte cambi campo d'azione e reinventi quindi a ogni libro, come un artigiano che continuamente. si mette alla prova, spiega anche la sua eccentricità in un genere letterario composito qual è quello che mischia il romanzo d'avventura alla spy story, al thriller e che solitamente si connota per la ripetitività e la specializzazione.Eppure, l'ho detto all'inizio, per quanto cambi di secolo, di professione, di nazionalità, di sesso, il protagonista dei suoi romanzi è sempre lo stesso tipo umano e questo fa sì che inavvertitamente il lettore si ritrovi, pur nella totale differenza di trame e di luoghi, trasportato sempre da un unico flusso di emozioni, da un'idea della vita, da quella che in altri tempi si sarebbe chiamata una
Weltanschaung, una visione del mondo. Tutto ciò instaura un elemento di familiarità, come ritrovare un vecchio amico sotto spoglie impensate e mai ritenute possibili, ovvero una sorta di affinità elettive lì dove non te la saresti mai aspettato. Ovviamente questo vale per chi in quella visione del mondo prima accennata in qualche modo si riconosce, condizione a mio parere primaria per poter apprezzare in pieno il ,romanzo che la ingloba, e tuttavia non di per sé, esclusiva. Se ne può infatti fare anche astrazione, per impossibilità, o incapacità, riluttanza o rifiuto a comprenderla, e lasciarsi comunque catturare dalla storia in sé, che per la meticolosità, lo stile e l'intelligenza con cui è costruita, non delude mai le aspettative. Da questo punto di vista Reverte è un maestro dell'intrattenimento.

BIOGRAFIA
Arturo Pérez-Reverte


Arturo Pérez-Reverte è nato a Cartagena, in Spagna, nel 1951. Ha lavorato
per più di vent'anni come reporter di guerra per giornali, radio e televisione.
Nel 1994 ha abbracciato definitivamente una brillante carriera di romanziere:
i suoi best seller sono stati tradotti in più di venti lingue. Tra i suoi libri, pubblicati
in Italia dalla Marco Tropea Editore, ricordiamo: Il club Dumas (1997),
da cui è stato tratto il film La nona porta di Roman Polanski, interpretato da
Johnny Depp; Il maestro di scherma e Territorio comanche (1999).
A quest'ultimo si è ispirato il regista Gerardo Herrero per l'omonimo film, presentato alla sezione ufficiale del Festival di Berlino e al Festival di Cannes. Nella collana EST sono usciti La tavola fiamminga e La pelle del tamburo, vincitore del premio per la letteratura europea Jean Monnet 1997. Una sola settimana è bastata alla Carta sferica, a cui è stato assegnato il Prix Mediterranée Etranger, per scalare i vertici delle classifiche spagnole.
Il suo ultimo romanzo, La Regina del Sud si ispira a un grande classico della
letteratura, Il Conte di Montecristo. In collaborazione con l'editore Salani
sono stati stati pubblicati i primi tre libri della serie del Capitano Alatriste.
Pérez-Reverte è appena diventato membro della Real Academia Española
de la Lengua, la più alta istituzione spagnola nella lingua e la letteratura.

A me però preme di più l'altro discorso e per spiegarlo meglio forse conviene partire dal ciclo
del capitano Alatriste con cui il nostro autore cominciò la sua fortunata carriera di scrittore. Alatriste è una sorta di bravo seicentesco, la Spagna di Quevedo e di Lope de Vega, ovvero la Spagna colta nel crinale in cui la grandezza è ormai un ricordo, la decadenza
una realtà e la miseria, politica, sociale, istituzionale l'unica futura certezza. Non è un caso
che Reverte scelga questa epoca per il suo eroe: ciò che a lui interessa mettere in scena, infatti, è la dignità della sconfitta, è il senso dell'onore come ultima e unica risorsa, è il sentimento della amicizia e della fedeltà che lega fra loro i vinti, elementi tutti più difficili da mantenere proprio perché appartengono a persone che la storia ha messo ai margini, che la cronaca può deridere, che il potere può schiacciare, e proprio perciò tenacemente difesi e sempre rivendicati, il solo modo che rimane per poter continuare a guardarsi allo specchio e non doversi vergognare. Alatriste ha servito fedelmente il suo re, per lui ha combattuto e per lui è stato ferito, ma l'impero ormai non brilla più, trionfano le carriere, gli affari e la corruzione e così per uomini del suo genere non c'è spazio, hanno fatto il loro tempo. Essendo un soldato il capitano però sa fare
solo quello e quindi diventa una sorta di arma, spada o pistola, in vendita, un "bravo" appunto, ovvero un sicario, un mercenario.
Solo che anche in questa riduzione da combattente ad assassino, egli cerca di mantenere un proprio codice di comportamento, un modo come un altro per sottrarsi al sentimento del tempo che incombe, al ruolo in cui lo si vorrebbe rilegare. Non è un caso, ha detto, che Reverte scelga quell'epoca e quel mestiere per la figura uscita dalla sua immaginazione. Il soldato, il cavaliere, ovvero l'hidalgo, gli permette anche di incarnare un tipo umano che nella storia del suo Paese e dell'Europa in generale ha avuto, insieme con il monaco e il poeta, un ruolo e un peso considerevoli, ha rappresentato un modo d'essere, una civiltà. Ma la situa nel momento in cui, spogliato di ogni luce do gloria e di vittoria gli aspetti puramente belluini, spesso e volentieri criminali nella ottusità con cui celebravano il culto della forza, vengono completamente alla luce e preparano ciò che nella successiva modernità toglierà alla guerra ogni risposta sacralità e al guerriero ogni possibile significato.
Tanto quella figura è emblematica e paradigmatica della società del tempo, tanto essa, è ovvio, sarebbe oggi anacronistica. E tuttavia quella figura non è altro che una sorta di armatura, o di abito, che le coordinate storiche e geografiche consegnano a un modo di essere che è a temporale, che è sempre esistito e sempre esisterà.
Per quanto sia difficile psicologicamente da spiegare, diremo che in essa si mischiano più elementi: insofferenza per il proprio tempo, consapevolezza di fare parte di una minoranza comunque sconfitta, fastidio per tutto ciò che essa sa di moda o di accettazione delle regole della maggioranza, coscienza della propria solitudine, ostinata difesa della propria individualità,
orgoglio testardo nella affermazione delle proprie idee, un cinismo di fondo che ha però una sua stoica moralità. Uno scrittore che con Reverte ha molti punti in comune, Joseph Conrad,
ha dato di questa figura una struggente interpretazione in un romanzo, Lord Jim "Se ne va col
suo cuore imperscrutabile e può ben darsi che, nel breve attimo del suo ultimo sguardo fermo e
superbo, abbia veduto il volto di quell'occasione che glie si era messa al fianco tutta velata come
una sposa orientale. Se ne va per celebrare spietate nozze con una vaga idealità di condotta. E' soddisfatto adesso? Dovremmo saperlo: E' uno di noi" "Uno di noi" è la frase che Conrad usa per

Gli "eroi" di Reverte sono sempre soli perché di ciò che la società contemporanea vuole, non sanno che farsene. Non cercano il potere, il benessere, il successo, la visibilità: si accontenterebbero di essere lasciati in pace, saprebbero vivere con poco, gli basterebbe poter
seguire le proprie inclinazioni.

delineare questo particolare tipo umano, perso e preso dietro alla "acuta coscienza dell'onore", l'onore smarrito, l'onore da ritrovare, l'onore da difendere. "Uno di noi", è appunto il capitano Alatriste ed è Lord Jim, "uno di noi" è padre Fort di La Pelle del Tamburo o Manuel Coy di La carta sferica o Lucas Corvo del Club Dumas…In tutti i suoi romanzi, insomma, Reverte dà voce a quello che probabilmente è anche un proprio stato di inquietudine, una sensazione di disagio esistenziale, e così allinea, via via, una straordinaria serie di perdenti che riescono però sempre a mantenere intatta la propria idealità il proprio modo d'essere. "Un uomo può essere vinto ma non distrutto" fa dire Ernest Hemingway al protagonista di Avere e non avere. Reverte lo sottoscriverebbe.
Quando dico "una straordinaria serie di perdenti" non mi riferisco alla pura e semplice contabilità del dare e del ricevere, al successo di per sé, alla fortuna che può arridere o meno al protagonista. Così come Alatriste, in fondo, esce vivo dai suoi duelli, Jaime Astarloa di II maestro di scherma trova la stoccata imparabile che gli salva la vita, Julia scopre il mistero che si cela nella Tavola fiamminga, eccetera. Il concetto è più sottile ed ha a che fare, appunto, con quella visione del mondo intorno alla quale abbiamo continuato a muoverci cercando via via di definirla. Se la volessimo ridurre in una sola parola, potremmo dire che è premoderna.
Sopportazione della fatica e del dolore, disprezzo per le comodità, senso dell'onore, abilità manuale, coraggio, rispetto della parola data sono tutti tratti distintivi di un'epoca che non è più la nostra e che rimandano a quando una società costruita in modo gerarchico e antigualitario, e dove la democrazia di massa era inesistente, tesseva la sua ragnatela di rapporti sociali a petto delle individualità.
Naturalmente, essere e/o sentirsi premoderni non significa preferire il cavallo al motore a scoppio:
è sul senso da dare alla vita, sulle scelte esistenziali sul ruolo dell'agire umano che va fatta la misurazione. Ed è sulla impossibilità che questa misurazione sia soddisfacente che sta il discrimine fra chi vince e chi perde. Nel momento stesso in cui non ti riconosci nel tuo tempo e non fai nulla per modificare questo stato di cose, sei già condannato…Gli "eroi" di Reverte sono sempre soli perché di ciò che la società contemporanea vuole, non sanno che farsene. Non cercano il potere, il benessere, il successo, la visibilità: si accontenterebbero di essere lasciati in pace, saprebbero vivere con poco, gli basterebbe poter seguire le proprie inclinazioni. E' la vita che gli si mette di traverso, e ciò accade perché gli altri si accorgono che loro sono di una pasta diversa, non parlano la stessa lingua, non si scaldano per le stesse cose. Gli altri pensano che si possa sempre e comunque trovare un accordo, e si scontrano invece con terribili testardaggini, pensano che tutto sia comprabile e trovano invece che qualcuno non ha prezzo…
Anche il libro più lontano da questa analisi, La regina del Sud, ci rientra invece perfettamente.
Ambizioso intreccio di reportage e romanzo, la ricostruzione della vita reale di una signora del narcotraffico, racconta l'ascesa di Teresa Mendoza dalla miseria al potere. In apparenza è il ritratto di una che ha vinto e che è in sintonia con ciò che il mondo contemporaneo offre, successo, visibilità, consumo, denaro…E però è anch'essa una figura individualista e solitaria, già legata sentimentalmente a dei solitari e a degli individualisti solitari come lei e destinati a soccombere, costretta ad essere come è perché fin da ragazzina ha dovuto difendersi, con un
proprio codice d'onore che va al di là delle contingenze e dei pro e contro. Dietro alle sue decisioni
c'è una sorta di fedeltà alla memoria di chi non c'è più, più che una bramosia di potere e la consapevolezza che l'essere soli è un destino, più che una scelta o una condanna…
Guardate quanto lontano può portare la semplice lettura dei romanzi di Reverte e ditemi poi se
non è anche su questo che si giudica la grandezza di uno scrittore.
Leggetelo: il minimo che si possa dire è che non vi annoierete.

Stenio Solinas

:: Archivio
 
:: Primo Piano