Le
radici cristiane della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore
Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano.
Cosa significa oggi essere un medico cattolico?
Ma soprattutto quanti sono
disposti a professarsi apertamente medici cattolici?
Da quando faccio
parte del direttivo Medici cattolici, molte volte
sono stato avvicinato da
colleghi, stupiti e compiaciuti nel saper che anch'io
fossi medico cattolico;
ma nel contempo ho anche avuto la chiara percezione
che questa
mia dimostrazione di appartenenza venga da altri interpretata
con diffidenza, come se io militassi in qualche oscura
organizzazione. Il vangelo
dice: fatevi riconoscere. Papa Giovanni Paolo II diceva
"Non abbiate paura". Nessun libro come il
Vangelo ha tanto parlato di sofferenza e di malattie:
curate gli infermi, gratuitamente avete avuto, gratuitamente
date (Matteo 10.8). La parabola del buon Samaritano
è il paradigma del "farsi prossimo"
che è il simbolo della carità cristiana.
La parabola è narrata dall'Evangelista Luca,
che dicono anche lui medico, e che è il santo
Patrono dei medici. ("Un uomo scendeva da Gerusalemme
a Gerico
si imbattè nei ladri che lo
caricarono di percosse, lasciandolo mezzo morto".
"Passò di lì un Samaritano che
nel vederlo si mosse a pietà
lasciò
le sue ferite, e lo condusse all'albergo" "prese
due denari, li diede all'albergatore, dicendogli,
abbi cura di lui, quanto spenderai in più io
te lo restituirò al mio ritorno"). Ogni
parabola ha un suo simbolismo e come non vedere nell'uomo
che viene percosso da ladri, il simbolo di noi tutti
che possiamo in ogni momento incappare nella malattia.
Nessuno di noi è immune dall'ammalarsi, e tutti
siamo
destinati, prima o poi, ad arrivare in quell' "albergo"
dove vorremmo essere condotti da un buon Samaritano.
Di
fronte ad una cultura che spinge a considerare
lintero
sistema sanità come una qualsiasi azienda
e la salute come un prodotto e il malato come
cliente, è urgente e necessario riaffermare
la centralità della persona
Card. Montini 1959 |
Tutti noi come uomini, non importa se cristiani o
meno, dovremmo avere il dovere di "fermarci"
per aiutare. Come medici cattolici siamo OBBLIGATI
a fermarci!! Non possiamo trincerarci dietro
generici disfattismi, come quello di dire che i politici
non fanno il loro dovere in sanità. Il Samaritano
si è solo preoccupato di curare quello sfortunato
e ha pagato di tasca propria
l'albergatore. Sapeva infatti che anche allora curare
un malato costa, e tutti noi sappiamo, e lo sanno
bene anche i nostri amministratori, quanto costano
oggi un ospedale e la Sanità.
Un tempo a provvedere a ciò, c'erano i benefattori,
la carità cristiana e non cristiana, le donazioni.
Oggi è lo stato, perché la salute è
diritto di tutti; ma i soldi non bastano mai e anche
oggi la beneficenza, qualunque sia il modo di farla,
è assolutamente indispensabile.

Il medico cattolico deve pagare, di tasca propria
e "dare" quei due denari all'albergatore
per la cura dello sfortunato; e questi due denari
possono essere rappresentati da un interesse particolare,
una umanità sentita, che vanno oltre il dovere
di fare una diagnosi esatta e di impostare una terapia
corretta. Alla fine della giornata, tutti noi dovremmo
poter dire che "Nessuno è stato curato
da me diversamente da come vorrei essere curato io
se mi capitasse
la stessa malattia", frase che non è altro
che la versione evangelica di "amerai il prossimo
tuo come te stesso". I nostri sentimenti, abiti,
costumi, la cultura, gli stessi ospedali sono tutti
debitori direttamente o indirettamente ai valori della
tradizione cristiana.

E come scriveva il presidente del Senato Pera, è
impossibile, senza fare violenza a questa tradizione
che i nostri stati laici ne prescindano, perché
una "sana laicità" deve riconoscere
questa verità. Alcune settimane orsono, il
filosofo Severino, in una sua conferenza alla Pontificia
Università Lateranense di Roma, dopo 30 anni
di professato ateismo, attacca il "laicismo che
è diventato una forma di fede" e sostiene
la legittimità dell'intervento della chiesa
nella vita pubblica per difenderne i suoi valori"
e la invita a non sottovalutare la potenza distruttiva
della filosofia contemporanea che spesso non si manifesta
in superficie e che non è semplice relativismo
e scetticismo, ma ha la capacità di togliere
di mezzo niente di meno che la tradizione.


Il nostro ospedale è la testimonianza di una
tradizione di carità attraverso la quale intere
generazioni hanno costruito pazientemente un corpo
organico destinato all'aiuto dei sofferenti (Avv.
Grassani 1981). La più alta testimonianza della
tradizione cristiana, come scriveva Giovanni Testori,
è la croce che è l'espressione del dolore
di chi è colpito dalla malattia e del dolore
di quanti amano e assistono il malato. Proprio contro
questa croce è in atto un acceso ed incredibile
scontro: se pensiamo che lo stesso Sergio Romano,
recentemente dalla pagine del Corriere della Sera,
afferma che la "presenza del crocefisso nelle
aule scolastiche, nelle aule di giustizia e negli
ospedali sembra il retaggio superfluo di un'epoca
in cui il cattolicesimo era la religione di Stato.
La sua presenza oggi non tiene alcun conto delle trasformazioni
che il Paese ha subito in questi ultimi anni,
e credo che sia giunto il momento di levarlo."
Non voglio dilungarmi ulteriormente su questo argomento
che ha già meritato e meriterà ulteriori
dibattiti da parte dei vari mass media e forze politiche,
ma sicuramente merita una ponderata riflessione. Alla
fine di tutto ciò viene quindi spontaneo
chiederci se solo una cultura religiosa è in
grado di permearsi di umanizzazione e dare al malato
quel qualcosa che il "laico" non è
in grado di dare: io non credo, che ciò sia
vero, anche
se ritengo che una cultura religiosoumanistica possa
permettere questo rapporto in maniera più spontanea,
e più facile. Oggi molti esponenti politici,
anche di forze ben lontane dalla
ideologia cristiana professano le loro radici cristiane,
ma nello stesso tempo non accettano che le
autorità religiose esprimano il loro dissenso
contro comportamenti, proposizioni e leggi contrari
alla morale cattolica.
Io rivendico il mio essere laico per il solo fatto
di non indossare un abito religioso e di non avere
professato dei voti, ma nel contempo rivendico la
mia religiosità, che, come medico cattolico,
mi impone di essere ligio ai dettami della chiesa
cattolica per quanto riguarda la sfera sanitaria.
Ed è appunto in base a queste considerazioni
che ogni medico cattolico deve obbedire alle regole
stabilite dalla propria amministrazione e dallo stato,
ma nello stesso tempo deve essere fermo
oppositore qualora queste regole fossero contrarie
alla sua morale cattolica, qualunque sia il sacrificio
che ne potesse derivare. "Di fronte ad una cultura
che spinge a considerare l'intero
sistema sanità come una qualsiasi azienda e
la salute come un prodotto e il malato come cliente,
è urgente e necessario riaffermare la centralità
della persona." Il criterio economico non può
essere decisivo e discriminante, e non è ammissibile
che la limitatezza finanziaria conduca ad escludere
dalle cure sanitarie alcune stagioni della vita e
situazioni di particolare fragilità e debolezza,
come la vecchiaia, le gravi disabilità e le
malattie terminali, come avviene in molte strutture
private.
Oggi si guariscono molte più malattie di un
tempo; gli ultraottantenni e anche i novantenni sono
frequenti nelle nostre corsie, ma i grandi successi
della medicina hanno relegato in secondo piano il
rapporto umano, medico paziente. L'alleanza terapeutica
di fiducia cede il passo alla conflittualità
e sfiducia. Non è affatto un caso che negli
Stati Uniti, dove la medicina ha raggiunto il più
alto
livello tecnologico, ci sia anche la maggiore conflittualità
medicolegale.
E questo ultimo aspetto è in costante crescita
anche in Italia. Ogni malattia determina nel paziente
insicurezza che si manifesta in una sensazione di
scarsa efficienza nel confronto degli Ospedali, con
il sospetto-timore che i medici non mettano in pratica
tutto il possibile per guarirlo. Purtroppo anche se
il medico deve fare tutto il possibile per curare
bene il malato, non è nelle sue
possibilità il poterlo sempre guarire. Questo
senso di sfiducia è esasperato da una campagna
di informazioni, televisive o giornalistiche, riportanti
sporadici episodi di complicanze o decessi, chiamati
genericamente "malsanità", mentre
si dimenticano le centinaia di migliaia di interventi
eseguiti con successo ogni anno dalla reale "buona
sanità". Nel mondo sanitario, ma anche
nella vita civile di ogni giorno sta sempre più
aumentando la contrapposizione tra tecnologia e scienza,
gravitante nella sfera di un relativismo laico, e
la nostra umanità e religiosità. Recentemente
Papa Benedetto XVI, ha affermato che la religiosità
non è un mito, ma un bene iscritto nella natura
stessa dell'uomo; ma purtroppo questa religiosità
viene spesso considerata un ostacolo allo sviluppo
della scienza.
L'uomo nel momento della malattia diventa un essere
debolissimo, si smarrisce ed è solo, nei confronti
del mistero della vita e della sua possibile prematura
conclusione nelle corsie di un ospedale, e ha bisogno
di un interlocutore che non gli parli solo di tecnica:purtroppo
spesso il tempo non c'è, e forse, non c'è
nemmeno la capacità o, peggio ancora, la volontà
di farlo.
Giancarlo
Roviaro