:: Politica Sanitaria
La Solidarietà e la presenza cristiana negli ambiti sociali
Giancarlo Roviaro

Le radici cristiane della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano.

Cosa significa oggi essere un medico cattolico? Ma soprattutto quanti sono
disposti a professarsi apertamente medici cattolici? Da quando faccio
parte del direttivo Medici cattolici, molte volte sono stato avvicinato da
colleghi, stupiti e compiaciuti nel saper che anch'io fossi medico cattolico;
ma nel contempo ho anche avuto la chiara percezione che questa
mia dimostrazione di appartenenza venga da altri interpretata con diffidenza, come se io militassi in qualche oscura organizzazione. Il vangelo
dice: fatevi riconoscere. Papa Giovanni Paolo II diceva "Non abbiate paura". Nessun libro come il Vangelo ha tanto parlato di sofferenza e di malattie: curate gli infermi, gratuitamente avete avuto, gratuitamente date (Matteo 10.8). La parabola del buon Samaritano è il paradigma del "farsi prossimo" che è il simbolo della carità cristiana. La parabola è narrata dall'Evangelista Luca, che dicono anche lui medico, e che è il santo Patrono dei medici. ("Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico… si imbattè nei ladri che lo caricarono di percosse, lasciandolo mezzo morto".
"Passò di lì un Samaritano che nel vederlo si mosse a pietà… lasciò le sue ferite, e lo condusse all'albergo" "prese due denari, li diede all'albergatore, dicendogli, abbi cura di lui, quanto spenderai in più io te lo restituirò al mio ritorno"). Ogni parabola ha un suo simbolismo e come non vedere nell'uomo che viene percosso da ladri, il simbolo di noi tutti che possiamo in ogni momento incappare nella malattia. Nessuno di noi è immune dall'ammalarsi, e tutti siamo
destinati, prima o poi, ad arrivare in quell' "albergo" dove vorremmo essere condotti da un buon Samaritano.

“Di fronte ad una cultura che spinge a considerare l’intero
sistema sanità come una qualsiasi azienda e la salute come un prodotto e il malato come cliente, è urgente e necessario riaffermare la centralità della persona”
Card. Montini 1959

Tutti noi come uomini, non importa se cristiani o meno, dovremmo avere il dovere di "fermarci"
per aiutare. Come medici cattolici siamo OBBLIGATI a fermarci!! Non possiamo trincerarci dietro
generici disfattismi, come quello di dire che i politici non fanno il loro dovere in sanità. Il Samaritano si è solo preoccupato di curare quello sfortunato e ha pagato di tasca propria
l'albergatore. Sapeva infatti che anche allora curare un malato costa, e tutti noi sappiamo, e lo sanno bene anche i nostri amministratori, quanto costano oggi un ospedale e la Sanità.
Un tempo a provvedere a ciò, c'erano i benefattori, la carità cristiana e non cristiana, le donazioni. Oggi è lo stato, perché la salute è diritto di tutti; ma i soldi non bastano mai e anche oggi la beneficenza, qualunque sia il modo di farla, è assolutamente indispensabile.


Il medico cattolico deve pagare, di tasca propria e "dare" quei due denari all'albergatore per la cura dello sfortunato; e questi due denari possono essere rappresentati da un interesse particolare, una umanità sentita, che vanno oltre il dovere di fare una diagnosi esatta e di impostare una terapia corretta. Alla fine della giornata, tutti noi dovremmo poter dire che "Nessuno è stato curato da me diversamente da come vorrei essere curato io se mi capitasse
la stessa malattia", frase che non è altro che la versione evangelica di "amerai il prossimo tuo come te stesso". I nostri sentimenti, abiti, costumi, la cultura, gli stessi ospedali sono tutti debitori direttamente o indirettamente ai valori della tradizione cristiana.



E come scriveva il presidente del Senato Pera, è impossibile, senza fare violenza a questa tradizione che i nostri stati laici ne prescindano, perché una "sana laicità" deve riconoscere questa verità. Alcune settimane orsono, il filosofo Severino, in una sua conferenza alla Pontificia Università Lateranense di Roma, dopo 30 anni di professato ateismo, attacca il "laicismo che è diventato una forma di fede" e sostiene la legittimità dell'intervento della chiesa nella vita pubblica per difenderne i suoi valori" e la invita a non sottovalutare la potenza distruttiva della filosofia contemporanea che spesso non si manifesta in superficie e che non è semplice relativismo e scetticismo, ma ha la capacità di togliere di mezzo niente di meno che la tradizione.



Il nostro ospedale è la testimonianza di una tradizione di carità attraverso la quale intere generazioni hanno costruito pazientemente un corpo organico destinato all'aiuto dei sofferenti (Avv. Grassani 1981). La più alta testimonianza della tradizione cristiana, come scriveva Giovanni Testori, è la croce che è l'espressione del dolore di chi è colpito dalla malattia e del dolore di quanti amano e assistono il malato. Proprio contro questa croce è in atto un acceso ed incredibile scontro: se pensiamo che lo stesso Sergio Romano, recentemente dalla pagine del Corriere della Sera, afferma che la "presenza del crocefisso nelle aule scolastiche, nelle aule di giustizia e negli ospedali sembra il retaggio superfluo di un'epoca in cui il cattolicesimo era la religione di Stato. La sua presenza oggi non tiene alcun conto delle trasformazioni che il Paese ha subito in questi ultimi anni, … e credo che sia giunto il momento di levarlo." Non voglio dilungarmi ulteriormente su questo argomento che ha già meritato e meriterà ulteriori dibattiti da parte dei vari mass media e forze politiche,
ma sicuramente merita una ponderata riflessione. Alla fine di tutto ciò viene quindi spontaneo
chiederci se solo una cultura religiosa è in grado di permearsi di umanizzazione e dare al malato quel qualcosa che il "laico" non è in grado di dare: io non credo, che ciò sia vero, anche
se ritengo che una cultura religiosoumanistica possa permettere questo rapporto in maniera più spontanea, e più facile. Oggi molti esponenti politici, anche di forze ben lontane dalla
ideologia cristiana professano le loro radici cristiane, ma nello stesso tempo non accettano che le
autorità religiose esprimano il loro dissenso contro comportamenti, proposizioni e leggi contrari alla morale cattolica.
Io rivendico il mio essere laico per il solo fatto di non indossare un abito religioso e di non avere professato dei voti, ma nel contempo rivendico la mia religiosità, che, come medico cattolico, mi impone di essere ligio ai dettami della chiesa cattolica per quanto riguarda la sfera sanitaria.
Ed è appunto in base a queste considerazioni che ogni medico cattolico deve obbedire alle regole stabilite dalla propria amministrazione e dallo stato, ma nello stesso tempo deve essere fermo
oppositore qualora queste regole fossero contrarie alla sua morale cattolica, qualunque sia il sacrificio che ne potesse derivare. "Di fronte ad una cultura che spinge a considerare l'intero
sistema sanità come una qualsiasi azienda e la salute come un prodotto e il malato come cliente, è urgente e necessario riaffermare la centralità della persona." Il criterio economico non può essere decisivo e discriminante, e non è ammissibile che la limitatezza finanziaria conduca ad escludere
dalle cure sanitarie alcune stagioni della vita e situazioni di particolare fragilità e debolezza, come la vecchiaia, le gravi disabilità e le malattie terminali, come avviene in molte strutture private.
Oggi si guariscono molte più malattie di un tempo; gli ultraottantenni e anche i novantenni sono frequenti nelle nostre corsie, ma i grandi successi della medicina hanno relegato in secondo piano il rapporto umano, medico paziente. L'alleanza terapeutica di fiducia cede il passo alla conflittualità
e sfiducia. Non è affatto un caso che negli Stati Uniti, dove la medicina ha raggiunto il più alto
livello tecnologico, ci sia anche la maggiore conflittualità medicolegale.
E questo ultimo aspetto è in costante crescita anche in Italia. Ogni malattia determina nel paziente
insicurezza che si manifesta in una sensazione di scarsa efficienza nel confronto degli Ospedali, con il sospetto-timore che i medici non mettano in pratica tutto il possibile per guarirlo. Purtroppo anche se il medico deve fare tutto il possibile per curare bene il malato, non è nelle sue
possibilità il poterlo sempre guarire. Questo senso di sfiducia è esasperato da una campagna di informazioni, televisive o giornalistiche, riportanti sporadici episodi di complicanze o decessi, chiamati genericamente "malsanità", mentre si dimenticano le centinaia di migliaia di interventi eseguiti con successo ogni anno dalla reale "buona sanità". Nel mondo sanitario, ma anche nella vita civile di ogni giorno sta sempre più aumentando la contrapposizione tra tecnologia e scienza,
gravitante nella sfera di un relativismo laico, e la nostra umanità e religiosità. Recentemente
Papa Benedetto XVI, ha affermato che la religiosità non è un mito, ma un bene iscritto nella natura stessa dell'uomo; ma purtroppo questa religiosità viene spesso considerata un ostacolo allo sviluppo della scienza.
L'uomo nel momento della malattia diventa un essere debolissimo, si smarrisce ed è solo, nei confronti del mistero della vita e della sua possibile prematura conclusione nelle corsie di un ospedale, e ha bisogno di un interlocutore che non gli parli solo di tecnica:purtroppo spesso il tempo non c'è, e forse, non c'è nemmeno la capacità o, peggio ancora, la volontà di farlo.

Giancarlo Roviaro

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