Unamuno
aprì la propria anima al teatro e alla poesia,
nonostante venga ricordato come uno dei più
importanti filosofi spagnoli della prima parte del
secolo scorso.
Un teatro filosofico, di
continua autoanalisi e interrogazione sul senso ultimo
dell'esistere, che utilizza anche personaggi-metafora
dei miti classici e letterari come don Chisciotte,
Fedra, la Sfinge, Medea, Rachele. Si percepisce in
ogni pagina l'ansia di immortalità, che anima
l'autore e ne determina la spinta verso una ricerca
di religiosità. Ma si sente fortissimo anche
il senso dell'angoscia che tinge di amarezza e di
conflittualità l'esistenza umana. Sono tutti
temi che pongono Miguel de Unamuno tra gli anticipatori
del pensiero esistenzialista, uno scrittore che rimane
ancora oggi una figura problematica nell'interpretazione
critica, espressione e incarnazione dell'ambiguità
e delle innumerevoli possibilità di comprendere
la società moderna. Unamuno aprì la
propria anima al teatro e alla poesia, nonostante
venga ricordato come uno dei più importanti
filosofi spagnoli della prima parte del secolo scorso.
Nei suoi personaggi vive la tensione tra la vita quotidiana
e il senso dell'eterno. Tutto ciò riflette
la sua speculazione filosofica. Se la ragione cerca
l'universale, secondo Unamuno l'esistenza sceglie
l'individuale. Perciò afferma il continuo cambiamento
contro i tentativi di schematizzare ogni evento e
grida il suo desiderio di immortalità contro
i fabbricanti di dubbi. Da Kierkegaard eredita il
senso dell'estenuante contrasto tra finitezza del
vivere e aspirazione all'eternità. Nell' Agonia
del cristianesimo scrive: "Il cristianesimo è
il valore dello spirito universale, è qualcosa
di individuale e di non comunicabile. Ecco perché
agonizza in ognuno di noi". "Agonia"
ha per Unamuno il significato greco di "lotta".
Cristo sulla croce è l'uomo-dio morente che
manifesta l'apice della guerra tra vita e morte. Non
si pensa, insomma, solo con la testa, ma con il corpo
intero: per questo il pensatore spagnolo oppone il
conoscere per conoscere al sentimentalismo agonico
e tragico della vita. E in questo senso Unamuno può
essere considerato romantico. Il suo percorso rimane
nel filone esistenzialista, alla stregua di Kierkegaard,
di cui si dichiarò "fratello", perché
" in perpetua disperazione interiore ".
Unamuno non vuole arrivare ad un estremo, non vuole
acquietarsi, ma preferisce avvicinarsi senza giungere
alla meta: è un continuo affannoso tendere
che non trova esaurimento, perché la pace e
l'appagamento, per lui, consistono esclusivamente
nella morte. Torna dunque la lotta come cifra di vita,
quale sintesi dinamica entro cui muoversi e trovare
respiro. Molto spazio è dedicato dal filosofo
spagnolo alla figura di don Chisciotte. Secondo Unamuno,
il Cavaliere errante è una figura mitica positiva
per la Spagna. La cavalcata contro i mulini a vento
non è un gesto di follia, anzi aveva ragione
don Chisciotte: "La paura, e solo la paura, faceva
vedere a Sancio, e fa vedere a noi semplici mortali,
mulini a vento nei prepotenti giganti che seminano
il male sulla terra. Quei mulini macinavano pane,
e di questo pane mangiavano gli uomini induriti nella
cecità. Oggi non ci appaiono più come
mulini, ma come locomotrici, turbine, piroscafi a
vapore, automobili, mitragliatrici, ma cospirano per
il medesimo male. La paura, e solo la paura sanciopanzesca,
ci ispira culto e venerazione per il vapore e l'elettricità,
ci fa cadere in ginocchio davanti ai prepotenti giganti
della meccanica e della chimica, a implorare misericordia".
Unamuno si trasforma dunque in un Don Chisciotte che
si scaglia contro il gigantismo del nozionismo , del
dogmatismo, della ragione pura, la quale crea sistemi
che si arrogano il potere di contenere esclusivamente
verità.
Nato
a Bilbao nel 1864, compiuti i propri studi secondari,
si laureò a Madrid e assai giovane ottenne
la cattedra di lingua e letteratura greca presso
l'università di Salamanca. Rettore dello
stesso ateneo, fu destituito dalla carica in
quanto aveva espresso posizioni contro la monarchia.
Nel 1924 venne esiliato alle Canarie, precisamente
a Fuerteventura, a causa della sua avversione
alla dittatura di Primo de Rivera; in seguito
riparò in Francia, dove rimase fino al
1930. Ritornò in patria e riottenne la
carica di rettore, fino all'avvento della guerra
civile. Morì a Salamanca nel 1936. Ricordiamo,
tra le opere teatrali, La sfinge (La esfinge,
1898), Fedra (1910), Rachele incatenata (Rachel
encadenada, 1921), Solitudine (Soledad, 1921),
Ombre di sogno (Sombras de sueño, 1926),
L'altro (El otro, 1926), Il fratello Juan o
il mondo è teatro (El hermano Juan o
el mundo es teatro, 1929) e la versione spagnola
della Medea di Seneca (1933), mentre espresse
la propria teoria sul dramma nel volume Del
sentimento tragico della vita (1913). Di notevole
rilievo il saggio, elaborato nel 1906, Vita
di Don Chisciotte e di Sancio, nel quale Unamuno,
scrittore appartenente alla generazione del
'98, interpreta Don Chisciotte quale cavaliere
della fede e cerca con sfogo appassionato di
richiamare la Spagna al senso delle antiche
virtù.
Contro i vantaggi di un progresso non solo tecnologico,
ma anche intellettualistico, il filosofo preferisce
di gran lunga l'ignoranza, che " è più
che scienza, è saggezza ". E il Dio di
Unamuno è l'Essere supremo che parla al cuore
della gente per salvarla attraverso il sacrificio
estremo: una cristologia poetica che non è
possibile inquadrare in una teologia tradizionale.
Rimane sotteso, ma sempre presente, il suo terrore
del nulla, che non impedisce ad Unamuno di praticare
e consigliare la meditazione sulla morte: "Per
quanto, sul principio, ci sia angosciosa questa meditazione
sulla nostra mortalità, ci risulta infine corroborante.
Raccogliti in te stesso, lettore, pensa al lento disfacimento
di te stesso: la luce ti si spegne, le cose si fanno
mute e non danno più suono fasciandoti nel
silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti,
ti scivola via il terreno da sotto i piedi, svaniscono
come in un deliquio i ricordi, tutto si va dissolvendo
nel nulla e tu stesso ti dissolvi e non ti rimane
neppure la coscienza del nulla, sia pure come fantastico
appiglio ad un'ombra. Il rimedio è confrontarsi
faccia a faccia, fissando lo sguardo nello sguardo
della sfinge; è così che si spezza il
suo incantesimo" . E dalla religione alla poesia
il passo è breve. Don Chisciotte rappresenta
l'autoinganno della letteratura. Il poeta è
colui che in realtà trova la misura delle cose
nell' essere somiglianti alle idee che ci facciamo
su di esse, ma non perfettamente coincidenti, va sempre
in cerca di uno scarto sottile tra ciò che
è e ciò che vorremmo che fosse o ciò
che crediamo sia. Di conseguenza trova le similitudini
disperse tra le cose, quelle che gli occhi quotidiani
non vedono: questa è la grande virtù
del "poeta" Chisciotte, dell'avventuroso
folle che ci fa saggi con la sua follia, così
come Unamuno lo interpretava come realtà rapportabile
alla vita contemporanea. Convinto, quindi, che don
Chisciotte fosse un personaggio non già fittizio,
ma reale, "di quelli che hanno mangiato e bevuto
e dormito, e che sono poi morti", il filosofo
prese tanto a cuore l' esistenza del Cavaliere errante
-intesa come un atto di fede- da anteporla a quella
del suo autore, Miguel de Cervantes. L'eroismo di
Chisciotte sta proprio nella forza del suo credere.
Accanto a lui c'è Sancho, che della fede incarna
la "facoltà di ammirare e di fidarsi":
"Adesso sì, che don Chisciotte è
completo. Aveva assoluto bisogno di un Sancio. Ne
aveva bisogno per parlare, vale a dire per pensare
ad alta voce senza infingimenti, per udire se stesso
e per udire la viva eco della propria voce nel mondo.
Sancio fu il suo coro, fu tutta l'umanità,
per lui. E nella persona di Sancio egli amò
l'umanità tutta intera". Sancho è
colui che dà corpo e respiro all'opera di Chisciotte,
che di una sola cosa ha bisogno per essere vivo e
reale più della realtà: di qualcuno
che intenda le sue parole e che creda alla sue promesse.
Per molte ragioni, dunque, in campo teatrale e narrativo
è possibile cercare di confrontare le opere
di Pirandello e di Unamuno e rintracciare consonanze
d'intenti. Non a caso lo stesso Unamuno scrisse nel
1923 un articolo dal titolo: Pirandello y Yo (Pirandello
e io), nel quale mise in evidenza come entrambi, pur
non conoscendosi, esprimano una concezione della vita,
oltre che dell'arte, incredibilmente simile. Tant'è
che il filosofo spagnolo si sentì di sottoscrivere
molte espressioni di Pirandello riguardanti la creazione
letteraria, mezzo dell'immortalità dell'autore.
Così la creazione uscita dalla penna dell'autore
è altrettanto reale e vivente di lui, giacché
realtà deriva da res: cosa. E le idee che l'autore
esprime nella propria creazione sono altrettanto reali
e vere come lo sono le cose. Temi che ritornano in
entrambi gli autori sono quelli dell'identità,
ovvero dell'esistenza, e della creazione del personaggio,
ovvero dello scrivere. Questo accade nei personaggi
teatrali come in quelli creati nell'ambito narrativo.
E' il caso del protagonista del romanzo Nebbia, che
Unamuno scrisse nel 1914. La vita di Augusto Perez,
probabilmente il più noto personaggio di Unamuno,
si svolge tutta dentro una fitta nebbia, attraverso
la quale l'uomo percepisce un mondo offuscato, deformato,
incapace di generare vere passioni o indurre a un'azione
costruttiva. E' per questo che le giornate di Augusto,
facoltoso orfano di una delle prime famiglie della
sua città, giovane di belle speranze tradite
da una precoce abulia, si susseguono tutte uguali
a se stesse: lunghissime passeggiate solitarie che
si alternano a interminabili partite a scacchi con
l'amico e confidente Victor. Sullo sfondo il labirinto
intrecciarsi di uno spesso groviglio di pensieri,
che tendono progressivamente a prendere il sopravvento
sulla realtà. Ragionando per "monodialoghi"
(i monologhi a domanda e risposta che occupano incessantemente
l'attività cerebrale del protagonista), Unamuno
avanza le sue tesi sul mondo: la letargia della volontà
si alimenta dell'impossibilità di scegliere
o meglio della sostanziale identità di ogni
scelta in un universo già predeterminato prima
del nostro arrivo, che solo dallo slancio del cuore
e della passione può essere cambiato. Pur lasciandosi
affascinare dall'idea dell'amore, Augusto resta ostinatamente
uno spettatore nel teatro delle passioni. Infatuato
dall'immagine eroica della lotta per conquistare la
donna, strappandola magari dalle braccia di un altro,
è però incapace di districarsi dalla
rete vischiosa delle convenzioni sociali. Sceglie
infine di tornare a farsi cullare dalla sua indeterminatezza.
Il suo destino è guardare il mondo passargli
davanti e sfuggirgli, ormai inafferrabile. E' dunque
nell'unilateralità dell'esperienza di Augusto,
tutta mentale, filtrata com'è dalla presunzione
metafisica della verità, che risiede la sua
impotenza a vivere. A questo punto, nella dinamica
del "personaggio in cerca d'autore", il
protagonista, avendo deciso di uccidersi, si rivolge
a Unamuno, che sa essere l'autore di un importante
saggio sul suicidio. Scopre così di essere
una creatura le cui azioni non sono dettate dal libero
arbitrio, ma dai capricci di uno scrittore. Lontano
dallo sprofondare nel baratro del dramma psicologico,
Nebbia, sempre percorsa da una sotterranea vena di
giocosa ironia, tanto che si trasforma in farsa tragicomica
in cui la disputa tra chi sogna e chi è sognato
raggiunge livelli di sublime insensatezza e assurdità.
Fino alla "confusione" totale, grottesca,
in cui vita e sogno si confondono e diventano indistinguibili.