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Franco Manzoni

Unamuno aprì la propria anima al teatro e alla poesia, nonostante venga ricordato come uno dei più importanti filosofi spagnoli della prima parte del secolo scorso.

Un teatro filosofico, di continua autoanalisi e interrogazione sul senso ultimo dell'esistere, che utilizza anche personaggi-metafora dei miti classici e letterari come don Chisciotte, Fedra, la Sfinge, Medea, Rachele. Si percepisce in ogni pagina l'ansia di immortalità, che anima l'autore e ne determina la spinta verso una ricerca di religiosità. Ma si sente fortissimo anche il senso dell'angoscia che tinge di amarezza e di conflittualità l'esistenza umana. Sono tutti temi che pongono Miguel de Unamuno tra gli anticipatori del pensiero esistenzialista, uno scrittore che rimane ancora oggi una figura problematica nell'interpretazione critica, espressione e incarnazione dell'ambiguità e delle innumerevoli possibilità di comprendere la società moderna. Unamuno aprì la propria anima al teatro e alla poesia, nonostante venga ricordato come uno dei più importanti filosofi spagnoli della prima parte del secolo scorso. Nei suoi personaggi vive la tensione tra la vita quotidiana e il senso dell'eterno. Tutto ciò riflette la sua speculazione filosofica. Se la ragione cerca l'universale, secondo Unamuno l'esistenza sceglie l'individuale. Perciò afferma il continuo cambiamento contro i tentativi di schematizzare ogni evento e grida il suo desiderio di immortalità contro i fabbricanti di dubbi. Da Kierkegaard eredita il senso dell'estenuante contrasto tra finitezza del vivere e aspirazione all'eternità. Nell' Agonia del cristianesimo scrive: "Il cristianesimo è il valore dello spirito universale, è qualcosa di individuale e di non comunicabile. Ecco perché agonizza in ognuno di noi". "Agonia" ha per Unamuno il significato greco di "lotta". Cristo sulla croce è l'uomo-dio morente che manifesta l'apice della guerra tra vita e morte. Non si pensa, insomma, solo con la testa, ma con il corpo intero: per questo il pensatore spagnolo oppone il conoscere per conoscere al sentimentalismo agonico e tragico della vita. E in questo senso Unamuno può essere considerato romantico. Il suo percorso rimane nel filone esistenzialista, alla stregua di Kierkegaard, di cui si dichiarò "fratello", perché " in perpetua disperazione interiore ". Unamuno non vuole arrivare ad un estremo, non vuole acquietarsi, ma preferisce avvicinarsi senza giungere alla meta: è un continuo affannoso tendere che non trova esaurimento, perché la pace e l'appagamento, per lui, consistono esclusivamente nella morte. Torna dunque la lotta come cifra di vita, quale sintesi dinamica entro cui muoversi e trovare respiro. Molto spazio è dedicato dal filosofo spagnolo alla figura di don Chisciotte. Secondo Unamuno, il Cavaliere errante è una figura mitica positiva per la Spagna. La cavalcata contro i mulini a vento non è un gesto di follia, anzi aveva ragione don Chisciotte: "La paura, e solo la paura, faceva vedere a Sancio, e fa vedere a noi semplici mortali, mulini a vento nei prepotenti giganti che seminano il male sulla terra. Quei mulini macinavano pane, e di questo pane mangiavano gli uomini induriti nella cecità. Oggi non ci appaiono più come mulini, ma come locomotrici, turbine, piroscafi a vapore, automobili, mitragliatrici, ma cospirano per il medesimo male. La paura, e solo la paura sanciopanzesca, ci ispira culto e venerazione per il vapore e l'elettricità, ci fa cadere in ginocchio davanti ai prepotenti giganti della meccanica e della chimica, a implorare misericordia". Unamuno si trasforma dunque in un Don Chisciotte che si scaglia contro il gigantismo del nozionismo , del dogmatismo, della ragione pura, la quale crea sistemi che si arrogano il potere di contenere esclusivamente verità.

Il teatro filosofico di Miguel de Unamuno

Nato a Bilbao nel 1864, compiuti i propri studi secondari, si laureò a Madrid e assai giovane ottenne la cattedra di lingua e letteratura greca presso l'università di Salamanca. Rettore dello stesso ateneo, fu destituito dalla carica in quanto aveva espresso posizioni contro la monarchia. Nel 1924 venne esiliato alle Canarie, precisamente a Fuerteventura, a causa della sua avversione alla dittatura di Primo de Rivera; in seguito riparò in Francia, dove rimase fino al 1930. Ritornò in patria e riottenne la carica di rettore, fino all'avvento della guerra civile. Morì a Salamanca nel 1936. Ricordiamo, tra le opere teatrali, La sfinge (La esfinge, 1898), Fedra (1910), Rachele incatenata (Rachel encadenada, 1921), Solitudine (Soledad, 1921), Ombre di sogno (Sombras de sueño, 1926), L'altro (El otro, 1926), Il fratello Juan o il mondo è teatro (El hermano Juan o el mundo es teatro, 1929) e la versione spagnola della Medea di Seneca (1933), mentre espresse la propria teoria sul dramma nel volume Del sentimento tragico della vita (1913). Di notevole rilievo il saggio, elaborato nel 1906, Vita di Don Chisciotte e di Sancio, nel quale Unamuno, scrittore appartenente alla generazione del '98, interpreta Don Chisciotte quale cavaliere della fede e cerca con sfogo appassionato di richiamare la Spagna al senso delle antiche virtù.


Contro i vantaggi di un progresso non solo tecnologico, ma anche intellettualistico, il filosofo preferisce di gran lunga l'ignoranza, che " è più che scienza, è saggezza ". E il Dio di Unamuno è l'Essere supremo che parla al cuore della gente per salvarla attraverso il sacrificio estremo: una cristologia poetica che non è possibile inquadrare in una teologia tradizionale. Rimane sotteso, ma sempre presente, il suo terrore del nulla, che non impedisce ad Unamuno di praticare e consigliare la meditazione sulla morte: "Per quanto, sul principio, ci sia angosciosa questa meditazione sulla nostra mortalità, ci risulta infine corroborante. Raccogliti in te stesso, lettore, pensa al lento disfacimento di te stesso: la luce ti si spegne, le cose si fanno mute e non danno più suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, ti scivola via il terreno da sotto i piedi, svaniscono come in un deliquio i ricordi, tutto si va dissolvendo nel nulla e tu stesso ti dissolvi e non ti rimane neppure la coscienza del nulla, sia pure come fantastico appiglio ad un'ombra. Il rimedio è confrontarsi faccia a faccia, fissando lo sguardo nello sguardo della sfinge; è così che si spezza il suo incantesimo" . E dalla religione alla poesia il passo è breve. Don Chisciotte rappresenta l'autoinganno della letteratura. Il poeta è colui che in realtà trova la misura delle cose nell' essere somiglianti alle idee che ci facciamo su di esse, ma non perfettamente coincidenti, va sempre in cerca di uno scarto sottile tra ciò che è e ciò che vorremmo che fosse o ciò che crediamo sia. Di conseguenza trova le similitudini disperse tra le cose, quelle che gli occhi quotidiani non vedono: questa è la grande virtù del "poeta" Chisciotte, dell'avventuroso folle che ci fa saggi con la sua follia, così come Unamuno lo interpretava come realtà rapportabile alla vita contemporanea. Convinto, quindi, che don Chisciotte fosse un personaggio non già fittizio, ma reale, "di quelli che hanno mangiato e bevuto e dormito, e che sono poi morti", il filosofo prese tanto a cuore l' esistenza del Cavaliere errante -intesa come un atto di fede- da anteporla a quella del suo autore, Miguel de Cervantes. L'eroismo di Chisciotte sta proprio nella forza del suo credere. Accanto a lui c'è Sancho, che della fede incarna la "facoltà di ammirare e di fidarsi": "Adesso sì, che don Chisciotte è completo. Aveva assoluto bisogno di un Sancio. Ne aveva bisogno per parlare, vale a dire per pensare ad alta voce senza infingimenti, per udire se stesso e per udire la viva eco della propria voce nel mondo. Sancio fu il suo coro, fu tutta l'umanità, per lui. E nella persona di Sancio egli amò l'umanità tutta intera". Sancho è colui che dà corpo e respiro all'opera di Chisciotte, che di una sola cosa ha bisogno per essere vivo e reale più della realtà: di qualcuno che intenda le sue parole e che creda alla sue promesse. Per molte ragioni, dunque, in campo teatrale e narrativo è possibile cercare di confrontare le opere di Pirandello e di Unamuno e rintracciare consonanze d'intenti. Non a caso lo stesso Unamuno scrisse nel 1923 un articolo dal titolo: Pirandello y Yo (Pirandello e io), nel quale mise in evidenza come entrambi, pur non conoscendosi, esprimano una concezione della vita, oltre che dell'arte, incredibilmente simile. Tant'è che il filosofo spagnolo si sentì di sottoscrivere molte espressioni di Pirandello riguardanti la creazione letteraria, mezzo dell'immortalità dell'autore. Così la creazione uscita dalla penna dell'autore è altrettanto reale e vivente di lui, giacché realtà deriva da res: cosa. E le idee che l'autore esprime nella propria creazione sono altrettanto reali e vere come lo sono le cose. Temi che ritornano in entrambi gli autori sono quelli dell'identità, ovvero dell'esistenza, e della creazione del personaggio, ovvero dello scrivere. Questo accade nei personaggi teatrali come in quelli creati nell'ambito narrativo. E' il caso del protagonista del romanzo Nebbia, che Unamuno scrisse nel 1914. La vita di Augusto Perez, probabilmente il più noto personaggio di Unamuno, si svolge tutta dentro una fitta nebbia, attraverso la quale l'uomo percepisce un mondo offuscato, deformato, incapace di generare vere passioni o indurre a un'azione costruttiva. E' per questo che le giornate di Augusto, facoltoso orfano di una delle prime famiglie della sua città, giovane di belle speranze tradite da una precoce abulia, si susseguono tutte uguali a se stesse: lunghissime passeggiate solitarie che si alternano a interminabili partite a scacchi con l'amico e confidente Victor. Sullo sfondo il labirinto intrecciarsi di uno spesso groviglio di pensieri, che tendono progressivamente a prendere il sopravvento sulla realtà. Ragionando per "monodialoghi" (i monologhi a domanda e risposta che occupano incessantemente l'attività cerebrale del protagonista), Unamuno avanza le sue tesi sul mondo: la letargia della volontà si alimenta dell'impossibilità di scegliere o meglio della sostanziale identità di ogni scelta in un universo già predeterminato prima del nostro arrivo, che solo dallo slancio del cuore e della passione può essere cambiato. Pur lasciandosi affascinare dall'idea dell'amore, Augusto resta ostinatamente uno spettatore nel teatro delle passioni. Infatuato dall'immagine eroica della lotta per conquistare la donna, strappandola magari dalle braccia di un altro, è però incapace di districarsi dalla rete vischiosa delle convenzioni sociali. Sceglie infine di tornare a farsi cullare dalla sua indeterminatezza. Il suo destino è guardare il mondo passargli davanti e sfuggirgli, ormai inafferrabile. E' dunque nell'unilateralità dell'esperienza di Augusto, tutta mentale, filtrata com'è dalla presunzione metafisica della verità, che risiede la sua impotenza a vivere. A questo punto, nella dinamica del "personaggio in cerca d'autore", il protagonista, avendo deciso di uccidersi, si rivolge a Unamuno, che sa essere l'autore di un importante saggio sul suicidio. Scopre così di essere una creatura le cui azioni non sono dettate dal libero arbitrio, ma dai capricci di uno scrittore. Lontano dallo sprofondare nel baratro del dramma psicologico, Nebbia, sempre percorsa da una sotterranea vena di giocosa ironia, tanto che si trasforma in farsa tragicomica in cui la disputa tra chi sogna e chi è sognato raggiunge livelli di sublime insensatezza e assurdità. Fino alla "confusione" totale, grottesca, in cui vita e sogno si confondono e diventano indistinguibili.

 

 

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