Le
donne protagoniste di neve e trionfi hanno saputo
scrivere i tratti di una cerimonia dapertura
allinsegna del miglior made in Italy.
Per i piu' scettici ed anche per i critici
ad ogni costo era il minimo che
ci si potesse attendere. Una cerimonia d'apertura
accattivante, di gusto,
che mostrasse il lato estremante creativo di un paese
rinomato nel
mondo per le sue capacità artistiche. Dicevamo,
una manifestazione sfarzosa e perfetta nella riuscita,
organizzata nei minimi dettagli che mettesse a tacere
i tanti troppi mugugni della vigilia.
Dalle "vittime" della viabilità torinese
a chi, sulla carta, ha nel DNA piemontese l'essere
schivo e poco incline ai bagordi. Sino ai piu' folcloristici
disturbatori del percorso della torcia olimpica lungo
il nostro paese e addirittura chi non voleva il percorso
dell'alta velocità su una tratta ormai pianificata
da anni. La lente d'ingrandimento mondiale fa miracoli.
Sia per chi vuole essere protagonista e per chi deve
esserlo. Torino ha scelto di provarci tra molti scetticismi
iniziali, per la dispersione dei luoghi identificati
per la disputa delle gare ma soprattutto per la mancanza
ad esempio di una linea metropolitana che smaltisse
non poco il traffico quotidiano.
E
se non altro dal punto di vista del cerimoniale d'apertura
la sua scommessa l'ha saputa vincere.
Puntando sulle donne, cosi come l'aveva fatto scegliendo
Evelina Cristillin, torinese doc e presidente esecutivo
del comitato per Torino Olimpica (TOROC). Da Eleonora
Benetti, bimba di 9 anni, simbolo della gioventu'
e voce solista dell'inno di Mameli. Passando per Carolina
Kostner, 19enne gardenese, portababandiera azzurra
e per Eva Herzigova, simbolo della coreografia nella
conchiglia di Botticelli da cui usciva la Venere.
Senza dimenticare Sophia Loren, Isabel Allende e Susan
Sarandon che hanno introdotto nello stadio la bandiera
olimpica di bianco candido vestite. Sino a quella
Rossa fiammante, piu' che mai vicina e capace cerchi
olimpici in testacoda. La
Ferrari. Un ora di sfilata degli atleti e due ore
di show sulle note musicali nostrane di Battisti,
Sorrenti e c., fatto di mantelli bianchi, campanacci,
fuochi e acrobati. Una perfetta chiusura per giorni
e giorni di lavoro alle spalle, per quella scenografia
pre evento fatta di drappi rossi sparsi per la città
(quasi 11mila) ma di una tinta completamente diversa
rispetto a quella tonalità scelta dalla bandiera
della Cina comunista. Un rosso caldo, vivo, che ha
accompagnato la verve per qualcuno troppo pacata dei
torinesi.
E' qui che la città olimpica ha saputo per
molti vincere la scommessa piu' grande. Un'autentica
scoperta l'allegria e l'abbraccio che la folla piemontese
ha saputo regalare all'evento.
Il piacere del divertimento insomma è di casa
anche nella città che nella retorica settentrionale
è
quella della nebbia , dell'operosità eccessiva
e della relativa tristezza d'animo. La Torino multicolor
uscita dal congelatore di temperature artiche ha come
artefici volontari e ragazzi trascinanti nell'entusiasmo
che li ha portati ad essere protagonisti anche solo
per un giorno di un momento storico. Parenti, amici
e chi insomma ha avuto la pazienza di seguire prove
su prove al freddo, forse solo per poter dire "io
c'ero" all'Olimpiade invernale del 2006.
Abbiamo
detto delle donne protagoniste. Di quelle che a proposito
di neve e trionfi hanno saputo scrivere un copione
importante nella storia di queste discipline. Si è
sfiorato l'incidente diplomatico tutto nostrano nel
momento della scelta su chi dovesse poi accendere
nello stadio il tripode. Tomba o la Belmondo.
Ovvero l'icona guascona dell'Italia vincente e quella
piu' silenziosa e defilata della campionessa tra l'altro
cuneese, tra la figura possente e maschile dell'Albertone
nazionale e quella da scricciolo sprintoso di Stefania.
Un ballottaggio protrattosi sino a poche ore dall'inizio
che vedeva contrapposta la visione degli organizzatori
e quella del Coni. Volete mettere il carisma e come
sa bucare il video.
L' "ex- bomba" rispetto alla deliziosa,
ma pur sconosciuta a livello internazionale, Belmondo?
Ebbene, se per tante volte si è accusato il
nostro paese per aver compiuto scelte "politiche"
e poco legate a meriti e responsi del campo di gara,
questa volta va riconosciuta la limpidezza e la liceità
della scelta caduta infine sulla 36enne piemontese.
In fondo bastava fare i conti con le medaglie nei
giochi dei cinque cerchi per non sbagliare. Sette
individuali e tre di squadra per il "Trapulìn"
del fondo italico. Nessuno meglio di lei. E allora
nessun vero uomo di sport potrebbe e dovrebbe aver
nulla da obiettare.
Paolo
Ghisoni