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La bioetica in prima visione
Adriano Pessina

Giornali, televisioni, film e telefilm trattano ormai spesso di complesse questioni bioetiche. Formando e uniformando l’opinione pubblica mondiale.

Ormai è diventata consuetudine portare in piazza le questioni bioetiche: giornali e televisioni, ma anche telefilm e film, sono diventati la principale fonte di informazione e di formazione su questioni complesse e decisive come l'eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l'accanimento terapeutico, gli interventi medici di emergenza, le modifiche genetiche dei viventi. Si rinnova, in questo modo, un modello di comunicazione e di riflessione che un tempo era confinato e confinabile nella fantascienza: ma alcune cose da fantascienza sono, oggi, banalmente ordinarie. Anche nella letteratura si affacciano, prepotentemente, racconti e romanzi che hanno al centro vicende esistenziali imperniate su tematiche che possiamo definire bioetiche. Sembra che alla freddezza, per così dire, dell'impresa tecnologica e scientifica, nel suo reale o presunto rigore critico, si voglia contrapporre il calore del vissuto, con le sue ansie, le sue contraddizioni e, soprattutto, le sue emozioni. Rispondere ai problemi sollevati da impensati (perché ancora fin troppo da pensare) sviluppi del potere di manipolazione della vita facendo appello alle ragioni del cuore può essere una tentazione a cui è semplice cedere: ciò che però occorre valutare è di quali ragioni parli questo cuore. Diciamolo francamente, era ovvio che avvenisse questo riversamento delle problematiche reali nell'immaginario letterario e cinematografico e, in un certo senso, è anche bene che avvenga. Da sempre sosteniamo che le cosiddette questioni bioetiche non sono questioni soltanto per addetti ai lavori perché, in ultima analisi, mettono in gioco temi come la vita, la morte, la sofferenza, il dolore, la speranza, la malattia e la guarigione, fanno cioè emergere, all'interno di esperienze umane specifiche, questioni che ci riguardano tutti.

Le prime visioni passano presto e lasciano intatta la realtà di cui ci hanno, magari mirabilmente, dato una coinvolgente rappresentazione.

L'interesse della gente, del pubblico, ha una precisa motivazione che non va affatto censurata: la tecnologia e la scienza stanno trasformando molti aspetti dell'esistenza e stanno provocando un sussulto di riflessione intorno ai criteri generali con i quali noi oggi valutiamo il senso stesso dell'esistere e governiamo (o, almeno, ci illudiamo di governare), in termini di approvazione o di biasimo, i processi e i progressi della nostra civiltà. Detto questo, però, occorre, con estrema chiarezza, denunciare anche i limiti insiti in queste forme di comunicazione. Per loro natura le opere (o, a volte, più banalmente, le produzioni) letterarie e cinematografiche rispondono ai canoni comunicativi del loro genere (e anche alle esigenze commerciali del loro settore): non sono, cioè, argomentazioni o trattati, e tendono a sostituire con dei fatti (per quanto semplicemente rappresentati) quelle che dovrebbero essere conclusioni e valutazioni.

 

Una scena tratta dal film “Alien
la clonazione” di Jean-Pierre Jeunet

 

La trasformazione delle soluzioni teoriche in fatti rende, peraltro, più difficile il discernimento e si presta facilmente alla dimensione persuasiva. Già Aristotele metteva in guardia nei confronti del mito: il racconto può evocare molte riflessioni ed idee, ma non può mai sostituirsi al ragionamento, alla spiegazione, alla discussione critica. Portare in piazza la bioetica ha senso soltanto se la bioetica non si trasforma in un'occasione da piazza, cioè se non si presta al facile gioco delle emozioni, siano o no guidate da interessi vari.

“Il sesto giorno” - fantascienza,
tema centrale del film è la clonazione


L'immaginario e l'immaginazione hanno spesso una funzione liberatoria, servono a tradurre i vissuti in comunicazione e, quindi, in relazioni, servono a coinvolgere le persone all'interno di situazioni che hanno impatto emotivo e veicolano sempre, in modo più o meno esplicito teorie e concezioni della vita. Di fatto assistiamo anche a un processo di banalizzazione e di normalizzazione di molte questioni che restano problematiche e che richiederebbero rinnovati sforzi di riflessione. L'interesse del vasto pubblico è indice di una diffusa esigenza di chiarificazione, modulata attraverso frammenti di discorsi che dovrebbero trovare una loro formulazione articolata e fondata. A questa esigenza non si può rispondere con racconti, fiabe, miti e dibattiti fiume. Le prime visioni passano presto e lasciano intatta la realtà di cui ci hanno, magari mirabilmente, dato una coinvolgente rappresentazione.



Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano

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