Giornali,
televisioni, film e telefilm trattano ormai spesso
di complesse questioni bioetiche. Formando e uniformando
l’opinione pubblica mondiale.
Ormai è diventata consuetudine portare in
piazza le questioni bioetiche: giornali e televisioni,
ma anche telefilm e film, sono diventati la principale
fonte di informazione e di formazione su questioni
complesse e decisive come l'eutanasia, la procreazione
artificiale, la clonazione, l'accanimento terapeutico,
gli interventi medici di emergenza, le modifiche genetiche
dei viventi. Si rinnova, in questo modo, un modello
di comunicazione e di riflessione che un tempo era
confinato e confinabile nella fantascienza: ma alcune
cose da fantascienza sono, oggi, banalmente ordinarie.
Anche nella letteratura si affacciano, prepotentemente,
racconti e romanzi che hanno al centro vicende esistenziali
imperniate su tematiche che possiamo definire bioetiche.
Sembra che alla freddezza, per così dire, dell'impresa
tecnologica e scientifica, nel suo reale o presunto
rigore critico, si voglia contrapporre il calore del
vissuto, con le sue ansie, le sue contraddizioni e,
soprattutto, le sue emozioni. Rispondere ai problemi
sollevati da impensati (perché ancora fin troppo
da pensare) sviluppi del potere di manipolazione della
vita facendo appello alle ragioni del cuore può
essere una tentazione a cui è semplice cedere:
ciò che però occorre valutare è
di quali ragioni parli questo cuore. Diciamolo francamente,
era ovvio che avvenisse questo riversamento delle
problematiche reali nell'immaginario letterario e
cinematografico e, in un certo senso, è anche
bene che avvenga. Da sempre sosteniamo che le cosiddette
questioni bioetiche non sono questioni soltanto per
addetti ai lavori perché, in ultima analisi,
mettono in gioco temi come la vita, la morte, la sofferenza,
il dolore, la speranza, la malattia e la guarigione,
fanno cioè emergere, all'interno di esperienze
umane specifiche, questioni che ci riguardano tutti.
Le prime visioni passano
presto e lasciano intatta la realtà di cui
ci hanno, magari mirabilmente, dato una coinvolgente
rappresentazione.
L'interesse della gente, del pubblico, ha una precisa
motivazione che non va affatto censurata: la tecnologia
e la scienza stanno trasformando molti aspetti dell'esistenza
e stanno provocando un sussulto di riflessione intorno
ai criteri generali con i quali noi oggi valutiamo
il senso stesso dell'esistere e governiamo (o, almeno,
ci illudiamo di governare), in termini di approvazione
o di biasimo, i processi e i progressi della nostra
civiltà. Detto questo, però, occorre,
con estrema chiarezza, denunciare anche i limiti insiti
in queste forme di comunicazione. Per loro natura
le opere (o, a volte, più banalmente, le produzioni)
letterarie e cinematografiche rispondono ai canoni
comunicativi del loro genere (e anche alle esigenze
commerciali del loro settore): non sono, cioè,
argomentazioni o trattati, e tendono a sostituire
con dei fatti (per quanto semplicemente rappresentati)
quelle che dovrebbero essere conclusioni e valutazioni.
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Una
scena tratta dal film “Alien
la clonazione” di Jean-Pierre Jeunet |
La trasformazione delle soluzioni teoriche in fatti
rende, peraltro, più difficile il discernimento
e si presta facilmente alla dimensione persuasiva.
Già Aristotele metteva in guardia nei confronti
del mito: il racconto può evocare molte riflessioni
ed idee, ma non può mai sostituirsi al ragionamento,
alla spiegazione, alla discussione critica. Portare
in piazza la bioetica ha senso soltanto se la bioetica
non si trasforma in un'occasione da piazza, cioè
se non si presta al facile gioco delle emozioni, siano
o no guidate da interessi vari.
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“Il
sesto giorno” - fantascienza,
tema centrale del film è la clonazione
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L'immaginario e l'immaginazione hanno spesso una funzione
liberatoria, servono a tradurre i vissuti in comunicazione
e, quindi, in relazioni, servono a coinvolgere le
persone all'interno di situazioni che hanno impatto
emotivo e veicolano sempre, in modo più o meno
esplicito teorie e concezioni della vita. Di fatto
assistiamo anche a un processo di banalizzazione e
di normalizzazione di molte questioni che restano
problematiche e che richiederebbero rinnovati sforzi
di riflessione. L'interesse del vasto pubblico è
indice di una diffusa esigenza di chiarificazione,
modulata attraverso frammenti di discorsi che dovrebbero
trovare una loro formulazione articolata e fondata.
A questa esigenza non si può rispondere con
racconti, fiabe, miti e dibattiti fiume. Le prime
visioni passano presto e lasciano intatta la realtà
di cui ci hanno, magari mirabilmente, dato una coinvolgente
rappresentazione.
Prof.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano