I
grandi Paesi europei hanno bisogno di un profondo
rinnovamento, ma le resistenze restano fortissime.
La parola d'ordine nei grandi Paesi dell'Unione
Europea, in questo primo scorcio del Terzo Millennio
è "riforme strutturali": le invocano
la Commissione di Bruxelles, il Fondo Monetario Internazionale,
la Banca Mondiale, la Banca Centrale Europea e anche
le varie forze politiche (specie quando si trovano
all'opposizione e perciò non sono tenute immediatamente
ad attuarle). Nonostante la "ripresina"
di questa primavera, è chiaro a tutti che se
da almeno dieci anni la zona Euro cresce molto meno
non solo della Cina, dell'India e del Sud Est asiatico,
ma anche degli Stati Uniti d'America, qualcosa nel
nostro sistema deve essere corretto. Nel mirino ci
sono il mercato del lavoro, il fisco, il sistema previdenziale,
i servizi sanitari, i rapporti tra pubblico e privato
e molte altre cose ancora. Il problema è che,
mentre c'è un generale consenso sulla necessità
di un intervento, non ce n'é affatto sui suoi
contenuti: se, cioè, ci voglia una iniezione
di liberismo che avvicini i nostri modelli a quello
anglosassone, o se - come si sostiene nella sinistra
degli schieramenti politici - bisogna addirittura
muoversi nella direzione opposta. Alla difesa del
modello sociale europeo, basato sul posto di lavoro
fisso e su uno stato assistenziale molto costoso e
articolato, si contrappone la scuola dello "stato
minimo" a bassa tassazione e poca regolamentazione,
per la quale - secondo l'economista svedese Johnny
Munkhammar, "il modello sociale europeo ha molti
effetti antisociali".
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| Il Primo Ministro francese
Dominique Villepin |
Un esempio eloquente della difficoltà di trovare
un consenso su nuove soluzioni è venuto di
recente dalla Francia. Sotto la spinta della "rivolta
delle periferie" dello scorso anno, il primo
ministro Villepin ha compiuto un tentativo di alleviare
la disoccupazione giovanile, (che ammonta al 22 per
cento contro una media nazionale del 9,6), allungando
a 24 mesi il periodo di prova e dando così
alle aziende la possibilità di valutare meglio
le capacità di un dipendente prima di fargli
un contratto a tempo indeterminato: un provvedimento,
cioè, non certo rivoluzionario, non certo capace
di sovvertire lo stato sociale e che comunque sarebbe
tornato a vantaggio di un certo numero di giovani
meritevoli oggi lasciati fuori dal sistema per la
rigidità delle norme vigenti. Invece, con il
Partito Socialista che soffiava sul fuoco, esso è
stato interpretato come un oltraggio alle nuove generazioni
e un primo attacco alla sicurezza del posto di lavoro,
con il risultato di coinvolgere nella protesta anche
categorie che non c'entravano nulla. Perciò,
ha dato vita a una battaglia che ricorda un po' quella
ingaggiata, inutilmente, dal governo Berlusconi per
la modifica dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori.
Dopo un mese di disordini e di scioperi, il governo
è stato infatti costretto a ritirare una legge
già approvata dal Parlamento, ritornando allo
status quo ante in attesa di trovare un'intesa con
tutte le parti sociali che - secondo gli esperti -
non si troverà mai. Oltre a evidenziare una
volta di più le resistenze che nella "vecchia
Europa" incontrano puntualmente i tentativi di
mettere in discussione la stabilità del posto
di lavoro ed in genere le "conquiste" degli
anni delle vacche grasse, la disfatta di Villepin
non mancherà di influenzare l'approccio degli
altri governi interessati al problema: in Germania,
ha già raggelato le speranze che la coalizione
rosso-nera di Angela Merkel riesca ad imporre ai sindacati
una seria deregolamentazione; in Italia ha rafforzato
le posizioni di coloro che - nella coalizione di centro-sinistra
- spingono per la abolizione della legge Biagi che
ha dato ampio spazio ai contratti a termine, a progetto
e al lavoro interinale e che è riuscito, sia
pure a prezzo di una maggiore precarietà, ad
abbattere il tasso di disoccupazione perfino in una
fase di stagnazione economica.
La superiorità di un mercato del lavoro flessibile
su quelli "ingessati" ereditati dagli anni
Settanta e Ottanta è ormai scientificamente
provata: basta vedere come i Paesi che guidano la
classifica delle libertà economiche compilata
ogni anno dal Wall Street Journal abbiano visto crescere
il proprio prodotto interno lordo più degli
altri. Nell'era della globalizzazione, in cui le industrie
europee devono non solo competere con quelle - dai
costi di manodopera molto inferiori - dei Paese emergenti,
ma anche rinnovare con maggiore frequenza i propri
prodotti, poche si possono concedere il lusso di una
forza lavoro fissa, che non possa essere ridimensionata
nei momenti difficili. La difficoltà (e in
certi casi addirittura l'impossibilità) a licenziare
ha ridotto anche la propensione delle aziende ad assumere
a tempo indeterminato ed, in assenza di forme contrattuali
più elastiche, ha incoraggiato le delocalizzazioni
o - in alternativa - la creazione di strutture societarie
artificiali, che consentano di sottrarsi alle norme
dei vari statuti dei lavoratori. Le risposte al problema
sono state varie: più incisive nei Paesi dove
il sindacato ha meno forza (o si è dimostrato
più lungimirante), più timide dove la
difesa dell'esistente risulta più ostinata.
Una soluzione cui molti guardano è quella adottata
dalla Danimarca - uno dei Paesi socialmente più
avanzati, considerato da sempre un paradiso dei lavoratori:
(quasi) libertà di licenziamento, in cambio
di una rete di sicurezza consistente in generosi -
sebbene decrescenti nel tempo - sussidi di disoccupazione
e corsi di riqualificazione gratuiti. Il modello ha
sbloccato la situazione e ha messo in moto un sano
processo di ricambio, ma per i suoi costi potrebbe
essere fuori dalla portata dei Paesi che non hanno
le finanze in ordine.
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| Manifestanti a Parigi |
Il mito del posto fisso continua comunque a condizionare
tutti i governi della vecchia Europa, che faticano
enormemente a conquistarsi gli indispensabili spazi
di manovra.
Lo scontro più aspro è comunque sulle
dimensioni dello stato sociale, e soprattutto sulla
sua sostenibilità a fronte di una evoluzione
demografica decisamente negativa. Pressoché
ovunque nella zona Euro, l'attuale sistema previdenziale
è destinato al collasso entro il 2030-40 al
massimo se non si provvederà ad alzare l'età
pensionabile e non si abbandonerà l'attuale
sistema retributivo, per cui i contributi dei lavoratori
ancora in servizio vengono usati per pagare le pensioni
di quelli che hanno concluso il loro ciclo. Ovunque,
pertanto, si cerca un passaggio graduale da una previdenza
pubblica a una previdenza privata, in cui si garantisce
un minimo a tutti ma chi vuole di più deve
rivolgersi alle assicurazioni. Sia pure con fatica,
qualche progresso in questa direzione è già
stato compiuto. Sembrano invece vani gli sforzi di
applicare criteri simili anche alla sanità,
i cui costi sono parimenti destinati ad aumentare
a causa dell'allungamento della vita media: per quanto
sia possibile dimostrare che i servizi oggi forniti
dallo Stato (o dalle regioni) verrebbero a costare
meno se fossero gestiti dai privati, e perciò
i cittadini che si affidassero a una cassa malattia
potrebbero ottenere le medesime prestazioni con maggiore
soddisfazione e a costi inferiori, una trasformazione
così radicale incontra resistenze tuttora insuperabili.
La discussione sul livello della imposizione fiscale
è invece apertissima e gli esempi di Stati
che, avendo abbassato le aliquote, sono riusciti a
incrementare le entrate e a rilanciare nel contempo
lo sviluppo sono ormai numerosi anche in Europa. A
parte la Gran Bretagna, dove il taglio delle tasse
operato a suo tempo dalla signora Thatcher è
stato in parte corretto da Blair, il caso più
clamoroso è offerto dall'Irlanda, che da Paese
di retroguardia si è issato in un decennio
quasi in cima alla classifica OCSE del reddito pro
capite. Alla base di questo successo c'è una
tassazione sul reddito d'impresa estremamente contenuta
(12,5%), che ha attirato investimenti da tutto il
mondo, e un progressivo "dimagrimento dello Stato"
attraverso il contenimento della spesa pubblica. I
critici ribattono che questa ricetta è praticabile
solo in un Paese piccolo (meno di 4 milioni di abitanti)
e con una fortissima diaspora distribuita in tutto
il mondo anglosassone, che quando ha visto la congiuntura
favorevole ha riportato i propri capitali a casa.
Ma anche i Paesi scandinavi, in genere citati per
la generosità del loro welfare, hanno un percorso
simile: fino a quando hanno mantenuto gli stratosferici
livelli di imposizione fiscale degli anni Settanta
e Ottanta, la loro crescita è stata assai carente
e i cittadini hanno - in sostanza - consumato le riserve
accumulate negli anni precedenti. Il loro recente
decollo coincide invece con una sensibile riduzione
delle tasse, fatalmente accompagnata anche da una
certa contrazione dei servizi, compensata da un parallelo
aumento dei redditi individuali. "Ci si é
resi finalmente conto" dice ancora Munkhammar"
che tasse molto alte, sia pure a fronte di buoni servizi,
comportano la conseguenza che siano i politici, anziché
i cittadini, a decidere come spendere le risorse di
ciascuno". Nella Zona Euro il taglio delle tasse
riesce più difficile che altrove sia per la
difficoltà a operare, in presenza di imponenti
macchine burocratiche, un parallelo taglio della spesa,
sia perché i vincoli imposti dal trattato di
Maastricht vietano - almeno in teoria - quell'aumento
temporaneo del deficit che si verifica tra il momento
in cui le aliquote vengono ridotte e quello in cui
la riforma comincia a produrre i suoi effetti benefici.
Per questo il trattato, concepito in una fase in cui
il grande nemico delle economie europee era l'inflazione,
è stato definito "stupido": ma una
sua revisione, con la relativa necessità di
ricominciare il processo di ratifica, sarebbe talmente
complicata e traumatica che si è preferito
fare qualche modesto aggiustamento in corsa, che consente
deroghe temporanee ma non modifica le regole di base.
A stimolare il dibattito sul fisco hanno fortemente
contribuito i nuovi membri orientali dell'Unione Europea
che, partiti da una economia di comando di modello
sovietico hanno in dieci anni fatto oscillare il pendolo
nella direzione opposta. Alcuni - Estonia in primo
piano - hanno addirittura adottato la riforma liberista
per eccellenza: la famosa flat tax, o aliquota eguale
per tutti, esecrata dalle sinistre perché azzera
il principio delle progressività e favorirebbe
di conseguenza i redditi più alti. In realtà,
i risultati di questa innovazione, sia pure temperata
da un meccanismo di esenzioni e di integrazioni, ha
avuto un effetto estremamente benefico sulla crescita
e fornito un'eccezionale spinta a nuove iniziative.
Ma anche in questo caso, come in quello dell'Irlanda,
si obbietta che un conto è introdurla in un
piccolo Paese che, dopo l'esperienza comunista, ha
dovuto ripartire virtualmente da zero e uno ben diverso
applicarla in un grande Paese industriale come potrebbe
essere la Germania o l'Italia. Presso i tedeschi l'idea
è risultata così impopolare, che Angela
Merkel, partita in enorme vantaggio nei sondaggi,
ha quasi perso le ultime elezioni perché il
suo principale consulente finanziario aveva prospettato
l'idea di sperimentarla. La principale difficoltà
a introdurre riforme strutturali incisive è
che, nella vecchia Europa, troppo gente beneficia
del dispendioso sistema attuale per accettare di modificarlo
senza opporre resistenza. E' un sistema che consente
a un numero eccessivamente alto di cittadini che non
lavorano, lavorano poco o non lavorano più
di vivere a spese di un numero decrescente di persone
costrette per contro a pagare sempre più contributi
ed imposte. Che alla lunga questo sia difficile da
sostenere è - in teoria - evidente a tutti,
ma gli europei mostrano di preferire l'uovo oggi alla
gallina domani: piuttosto di accettare quelle rinunce
e quelle revisioni che sarebbero necessarie per rilanciare
la nostra economia, sembrano rassegnati a perdere
gli attuali primati a vantaggio di altri popoli meno
"viziati".
Per superare questo ostacolo mentale, che poi si traduce
in una attività politica e sindacale bloccante,
sarebbe necessario che la gente toccasse con mano
che le riforme intelligenti producono, al di là
del primo impatto, risultati positivi per tutti. In
alcuni Paesi ci si è riusciti, in altri no.
Ma proprio la capacità di imporre il nuovo
potrebbe essere lo spartiacque tra il progresso e
il declino.
Livio
Caputo