Le
Regioni hanno piena potestà di utilizzare come
credono le risorse, fatta salva l’erogazione
dei livelli essenziali di assistenza (i cosiddetti
LEA), ma la realtà non sempre è questa.
Il problema della gestione della Sanità in
Italia sta per affrontare una delle fasi più
delicate dopo la Riforma del 1978.
Ormai con un Servizio Sanitario regolato con le finanze
pubbliche e con le Leggi dello Stato, non c'è
chi non veda come diventi sempre più difficile
riuscire a programmare un Servizio con un Parlamento
che si modifica, con un Governo che cambia, ma sopratutto
con una filosofia politica che, per ora, non si capisce
ancora che linea voglia prendere. Già in passato
il passaggio di competenze nel settore sanitario si
era immesso in un assetto che in precedenza prevedeva
un'articolazione complessa di responsabilità
tra i diversi livelli di governo. Infatti, la riforma
del 1978 attribuiva funzioni di programmazione e regolazione
sia allo Stato sia alle Regioni, assegnando ai Comuni
l'indirizzo della gestione dei servizi. Anche le leggi
promulgate nel biennio 1992- 1993 e la terza riforma
sanitaria promossa dall'allora Ministro Rosy Bindi
si sono innestate su equilibri istituzionali preesistenti
promuovendo una ridistribuzione di poteri e premiando
le Regioni.
C'è una Legge Costituzionale sulla devoluzione
già approvata ed in attesa di un referendum
confermativo, e ora c'è una nuova maggioranza
di Governo con una molteplicità di idee contrastanti
sul destino del Servizio Sanitario.
Attualmente
funziona un assetto decentrato, in cui le Regioni
si appropriano direttamente di una parte sostanziale
delle entrate fiscali, controbilanciata però
da complicate misure che dovrebbero garantire la distribuzione
omogenea delle risorse e garantire livelli minimi
di servizi. In teoria, il modello di riferimento è
semplice: le Regioni hanno piena potestà di
utilizzare come credono le risorse, fatta salva l'erogazione
dei livelli essenziali di assistenza (i cosiddetti
LEA), cosa che non sempre accade. Naturalmente i nostri
legislatori hanno sempre ragionato con dei criteri
di valutazione storica delle Regioni: La Lombardia,
che ha già cominciato ad applicare la devoluzione,
è una Regione storica così come la Valle
d'Aosta o la Basilicata; peccato che nel primo caso
vi sia una popolazione che supera da sola ciascuno
dei 4 Cantoni della Confederazione Svizzera, nel secondo
vi sia una popolazione inferiore a vari Comuni di
una sola Provincia della Lombardia. E' evidente perciò
che non si possano applicare a Regioni tanto diverse
gli stessi parametri di distribuzione delle competenze
e delle risorse per riuscire ad ottenere risultati
omogenei. Ma, se il passato è cupo, il futuro
non promette certo niente di buono. Maggioranze che
si scontrano sui numeri tra Camera e Senato ponendo
in forse tutte le possibili future soluzioni legislative.
Guai mai dovessero mettere al mondo un bambino, sicuramente
nascerebbe con due teste cinque braccia e sei gambe.
Peraltro
molte regioni italiane non sono in grado di affrontare
una nuova riforma del Sistema Sanitario, tanto meno
saranno in grado di programmare e legiferare a livello
regionale in tema di sanità rimasta di fatto
tuttora in mano al Ministero della Salute. Mancano
peraltro risorse sufficienti per pianificazioni dettagliate
territoriali dei fabbisogni e mancano altresì
risorse umane da destinare ad una materia così
complicata. Si tratta, solo per fare un esempio, di
saper amministrare ed ottimizzare a livello regionale
la gestione di ospedali pubblici con manager in grado
di raccogliere una serie di informazioni capillari
e complete per gestire Reparti di degenza, sale operatorie
, ambulatori polispecialistici, Day Hospital, mense,
raccolta di farmaci, igiene, lo stesso personale,
e quant'altro, cercando sempre di scegliere le offerte
di mercato più convenienti. Il rischio sarebbe
altrimenti una bancarotta in pochi mesi. Naturalmente
tutto questo va riprogrammato dai nostri emeriti legislatori
con il treno in corsa: vale a dire senza che l'assistenza
erogata 24 ore su 24 per 365 giorni all'anno, possa
fermarsi nemmeno per un minuto. Ma i nostri legislatori
tutto questo non lo sanno: loro sono tranquillamente
seduti sui loro scranni e dissertano solo su come
si potrà conformare alla propria ideologia
la modifica del Sistema Sanitario Italiano. Purtroppo
la complessità della situazione è tale
che alla fine, come sempre, la competizione porterà
ancora più in alto i gruppi sanitari privati
che vantano tradizioni ultradecennali e consolidate
nel settore, proprio perché non devono perdere
tempo a ricreare continuamente nuove impostazioni
sulla spinta di una classe dirigente politicizzata
e priva di professionalità che obbedisce solo
a logiche di partito.
Amedeo
Pavone