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Calcio anno zero
Paolo Ghisoni

Tutti in fuga da Moggiopoli

Certo che siamo proprio un paese strano. Indignazione, vergogna e censura non appena il coperchio al pentolone e' stato sollevato. Connivenza, codardia e reticenza sino ad appena pochi giorni prima. Salvo rare eccezioni, ovvero chi sapeva e ha provato a denunciare, il mondo del calcio cade quasi interamente dal pero di fronte al piu' grande inciucio della sua storia. In molti, quasi tutti, hanno usato la parola scandalo. Puo' darsi lo diventi piu' avanti, quando ci saranno condanne o eventuali penalizzazioni a tappeto. Per ora pero' è semplicemente la perfetta lettura della tradizione tutta nostrana del "fatta la legge, trovato l'inganno". E sinceramente, ripensando a esempi di figure che hanno pagato con la vita il loro ribellarsi a varie cupole o cosche, stonano tantissimo soprattutto le scusanti di chi giustifica il silenzio per il timore di ritorsioni definite appunto "mafiose". Il mondo del pallone scopre ora, grazie alle intercettazioni telefoniche, un'articolato quanto capillare sistema di controllo da parte di Luciano Moggi e della GEA, societa' che gestisce gli interessi degli atleti, sul nostro movimento calcistico. Arbitri, poliziotti, politici e giornalisti sarebbero stati complici di questo sistema che tutto pare ricondurre alle volonta' di un burattinaio che muove(va) i fili pro domo sua (nel caso specifico e recente, la Juventus). Non stupisce che al grande controllore si accodino altre societa', entrate nell'orbita moggiana in primis per beneficiarne di eventuali aggiustamenti ma anche per evitarne eventuali danni. Tutto straordinariamente studiato a tavolino per favorire o penalizzare chi non sta al gioco. Tutto pero' non straordinariamente o diabolicamente perfetto, visto che tra qualche lecito sospetto e altrettante rare denunce, qualcosa si era pur mosso. Il giudizio finale parla di pallone ormai delegittimato e di necessità assoluta di fare piazza pulita, ripartendo da zero. Vero in minima parte. Perchè se si parte dal presupposto che la disillusione e la totale delegittimazione siano frutto di quello che si e' scoperto adesso , allora a mio avviso si è totalmente fuori strada. Cancellare ora il "Diavolo Moggi" e i gironi danteschi da lui generati non puo' far dimenticare come tutti nell'ambiente sapessero ma abbiano preferito sorvolare scegliendo di convivere con il sistema corrotto. Questo è il legittimo dubbio che puo' insinuarsi nei profani del movimento. Perchè quando si sceglie di non schierarsi, tacendo, al di là di tutti i ragionevoli timori, si finisce per essere complici. E chi da fuori ha assistito a questa presunta enorme recita, con finali gia' scritti, non puo' che ritenere tutti o quasi gli addetti ai lavori figuranti di un copione appunto non piu' credibile.
Trincerarsi dietro la paura di presunte vendette o di mancati favori poi è ancora piu' stomachevole e irriguardoso associando a questo meccanismo perverso il termine "mafioso". Falcone, Borsellino (tanto per fare i nomi piu' conosciuti) ed altri hanno pagato con la vita il prezzo della loro opposizione. Qui al massimo chi ha o avrebbe provato ad opporsi a Moggiopoli cosa avrebbe rischiato? La revoca della procura da parte di un calciatore, finire ad arbitrare nelle serie minori, il non approdo in un club di primo piano o la retrocesisone dalla B alla A? Indubbiamente situazioni di una certa gravità ma nemmeno lontanamente paragonabili al sacrificio umano. Qui, quando si avanzano discorsi moralisti, ci si dimentica che ci troviamo di fronte in ordine sparso, a dirigenti che prima denunciano qualcosa e poi, quando capiscono che quel qualcosa puo' bastare, barattano fallimenti societari con ricollocamenti in altri club.
A direttori di testate che adesso dicono di essere stati in prima linea nell'opposizione rischiosa alle presunte "mele marce", dimenticandosi forse di aver dato voce quasi contemporaneamente a chi a livello arbitrale orchestrava queste grandi manovre. A conduttori che con fare nazionalpopolare si vantavano di non fare sconti a nessuno salvo poi ricevere e mettere in pratica ordini su chi delegittimare o meno agli occhi della pubblica opionione. A presidenti che nei vari processi televisivi contestavano a gran voce presunti torti, dicendosi schifati dal sistema e il giorno seguente cercavano un accordo con lo stesso sistema perverso per non affogare. Chiudendo con la categoria di chi il calcio lo ha mosso per davvero, fisicamente. Ovvero atleti e allenatori che, chi bene o chi male, ha comunque ballato finchè l'orchestra, paragonabile a quella del Titanic, non ha dovuto smettere per cause di forza maggiore. Accorgersi di tutto ma non fiatare piu' per convenienza che per convinzione. Convinti o consigliati al riguardo dalla categoria tanto in auge quanto aprofittatrice della situazione, ovvero i procuratori. Quelli del peccato originale, ovvero la specie dalla quale è nata e ha realizzato il suo progetto semi-monopolistico la famigerata GEA. Verrebbe da dire, con banale retorica, chi è cagion del proprio mal , pianga se stesso.
Perchè è vero che se un giocatore di calcio oggi guadagna tanto, forse troppo, certo lo deve anche a chi sa "venderlo" meglio sul mercato (dietro laute provigioni). Ma è altrettanto vero che una persona normale deve scendere a patti con il proprio datore di lavoro senza tanti intermediari, sforzandosi di capire quale siano le cose migliori per sé e per la propria famiglia. Nel calcio moderno tutto questo è ormai demandato alla figura del procuratore, ovvero colui che cura i tuoi interessi (ed anche i suoi, inevitabilmente) Una professione certo degna di rispetto come le altre ma che sempre piu' spesso sconfina nella figura senza confini del tuttofare, con annessi e connessi. Francamente non si capisce allora come una persona normale che lavora dalle otto alle dieci ore al giorno trovi anche il tempo per fare la spesa, pagare le bollette e adempiere ad altri doveri quotidiani. Ed un atleta debba invece avvalersi di tali collaboratori dopo un blando allenamento che puo' anche arrivare a durare solo un ora e mezzo nell'arco dell'intera giornata. Chiudo al riguardo con una riflessione ricavata da un esperienza vissuta. Un giorno , casualmente, ero in Via Turati quando il centravanti tedesco Oliver Bierhoff arrivo' da solo con la sua 24ore a ridiscutere il suo contratto con il Milan. Nella valigetta c'era di tutto, dalle multe pagate ai depliant per le vacanze estive. Ma soprattutto c'era tutto il promemoria necessario per capire e vagliare il suo futuro professionale. Oliver era uno che del calcio italiano aveva toccato gli estremi. Da l'essere minacciato e malmenato da un gruppo di ultras ad Ascoli in serie B al titolo di capocannoniere della A.
Avendo provato quindi queste esperienze, aveva maturato la convinzione che, nel bene o nel male, passando per ceffoni e complimenti, nessuno potesse conoscere cio' che era meglio, e dunque rappresentarlo, per lui. Propongo allora una semplice proporzione inversa per risolvere questo nuovo caso nazionale. Piu' Bierhoff in giro, ovvero calciatori pensanti e autosufficienti = meno procuratori di calcio. Meno procuratori di calcio= minor possibilita' di influenzare i protagonisti del pallone. Minor possibilita' di influenzare i protagonisti del pallone = inutilità della GEA.
Bastasse veramente cosi poco?


Paolo Ghisoni

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