Giorno
dopo giorno, notizia dopo notizia, l’eugenetica
costruisce una trama di consensi, in attesa del salto
definitivo.
Non dobbiamo sottovalutare la pazienza del ragno.
Dopo aver intessuto la sua tela sa attendere. Non
dobbiamo sottovalutare la pazienza del mercato e dell'ideologia.
Sa attendere. Giorno dopo giorno, notizia dopo notizia,
l'eugenetica costruisce una trama di consensi, in
attesa del salto definitivo. Poche settimane fa telegiornali
e quotidiani hanno dato grande risalto ad un presunto
successo terapeutico ottenuto grazie alla fecondazione
in vitro. Una bambina sarebbe nata priva del gene
che le avrebbe potuto procurare in tumore alla retina.
Non c'è nulla di meglio. La vita trionfa, la
malattia è debellata. L'unico neo è
semmai la legislazione italiana che vieterebbe di
ottenere simili successi umanitari. Perciò
va cambiata, affinché tutti si possa godere
del migliore dei mondi possibili. Tutto splendido:
ma forse è opportuno qualche chiarimento. Se
qualcuno pensa che finalmente si sia trovata la via
per una terapia genica, lasci ogni speranza. Non c'è
alcuna terapia: solo pura manipolazione linguistica.
Si tratta di una selezione embrionale che ha portato
alla nascita di una bambina sana semplicemente perché
non era malata: i suoi fratelli allo stadio embrionale
che sono risultati portatori del gene del tumore alla
retina sono stati semplicemente eliminati. Probabilmente,
ma non lo sappiamo, la piccola nata è a sua
volta la sopravvissuta del trasferimento in utero
di più embrioni sani, perché la tecnica
della fecondazione in vitro funziona così:
è selettiva a più livelli.

La coppia inglese ha delegato l'atto personale della
procreazione alle tecniche mediche: ha lasciato ai
medici la responsabilità di offrire alla loro
gioia un figlio-prodotto controllato e sano, che non
sarà portatore di una malattia che, nel 50%
dei casi (non si sa bene in base a quale statistica)
può condurre al cancro della retina e magari
anche alla cecità. Una bimba sana e un po'
di embrioni buttati. Giuseppe Remuzzi, sul Corriere
della Sera, plaude e gioca la carta della giustizia
sociale. Già perché i poveri, quelli
che non possono andare in Inghilterra o negli Stati
Uniti, non potranno selezionare e controllare i loro
figli, non potranno avere un prodotto controllato
e sano e dovranno subire l'ingiustizia della natura
e degli uomini.
I
ragni tessono le loro tele. Gli uomini vivono e sono
capaci di rompere quelle ragnatele che tentano di
soffocarli.
Ma Remuzzi è un uomo, un medico, un ricercatore
pieno di speranza e scrive: "Dopo un po', selezionare
gli embrioni, per non trasmettere ai figli e ai figli
dei figli tumori e altre malattie, si potrà
anche da noi". Basterà affidarsi alle
mani esperte dei nuovi selezionatori della razza,
dei nuovi padroni della vita, dei nuovi tessitori
della tela per avere finalmente realizzato il grande
sogno della salute per tutti. Se per far questo si
dovrà rinunciare a fare figli nell'abbraccio
dell'amore, sostituito dalla provetta, non importa:
se si dovranno uccidere i propri figli malati per
difendere i sani, non importa; se si dovranno uccidere
anche dei sani per averne almeno uno sano, non importa.
La zootecnia ha i suoi costi, come l'ideologia.

I poveri, che ancora si illudono che l'antropologia
non permetta di coltivare la zootecnia, continueranno
a sperare in una medicina che curi i malati, continueranno
a pensare che il 50% della malattia è uguale
al 50% della salute e che ogni figlio ha un valore
in sé. I poveri, ricchi delle risorse dello
spirito e del pensiero, continueranno a ribadire che
non si debba delegare alla medicina e alla tecnica
il futuro dell'umanità e continueranno a pensare
che l'esistenza vale più della sola salute.
I poveri, a differenza dei ricchi che guadagneranno
con la fecondazione in vitro, saranno il futuro di
un'umanità capace di apprezzare le persone
per quello che sono e di promuovere la logica della
terapia e non le violenze dell'eugenetica. I poveri
sapranno affrontare anche la fatica della malattia
e della morte che potranno subentrare anche dopo la
nascita: i poveri, infatti, sanno chi è l'uomo,
conoscono la finitezza e apprezzano le persone malgrado
la loro malattia, perché sanno che non basta
vincere la malattia per vincere la sfida del significato
e del valore dell'essere uomini.
Prof.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano