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La tela del ragno - terapia e eugenetica
Adriano Pessina

Giorno dopo giorno, notizia dopo notizia, l’eugenetica costruisce una trama di consensi, in attesa del salto definitivo.

Non dobbiamo sottovalutare la pazienza del ragno. Dopo aver intessuto la sua tela sa attendere. Non dobbiamo sottovalutare la pazienza del mercato e dell'ideologia. Sa attendere. Giorno dopo giorno, notizia dopo notizia, l'eugenetica costruisce una trama di consensi, in attesa del salto definitivo. Poche settimane fa telegiornali e quotidiani hanno dato grande risalto ad un presunto successo terapeutico ottenuto grazie alla fecondazione in vitro. Una bambina sarebbe nata priva del gene che le avrebbe potuto procurare in tumore alla retina. Non c'è nulla di meglio. La vita trionfa, la malattia è debellata. L'unico neo è semmai la legislazione italiana che vieterebbe di ottenere simili successi umanitari. Perciò va cambiata, affinché tutti si possa godere del migliore dei mondi possibili. Tutto splendido: ma forse è opportuno qualche chiarimento. Se qualcuno pensa che finalmente si sia trovata la via per una terapia genica, lasci ogni speranza. Non c'è alcuna terapia: solo pura manipolazione linguistica. Si tratta di una selezione embrionale che ha portato alla nascita di una bambina sana semplicemente perché non era malata: i suoi fratelli allo stadio embrionale che sono risultati portatori del gene del tumore alla retina sono stati semplicemente eliminati. Probabilmente, ma non lo sappiamo, la piccola nata è a sua volta la sopravvissuta del trasferimento in utero di più embrioni sani, perché la tecnica della fecondazione in vitro funziona così: è selettiva a più livelli.

La coppia inglese ha delegato l'atto personale della procreazione alle tecniche mediche: ha lasciato ai medici la responsabilità di offrire alla loro gioia un figlio-prodotto controllato e sano, che non sarà portatore di una malattia che, nel 50% dei casi (non si sa bene in base a quale statistica) può condurre al cancro della retina e magari anche alla cecità. Una bimba sana e un po' di embrioni buttati. Giuseppe Remuzzi, sul Corriere della Sera, plaude e gioca la carta della giustizia sociale. Già perché i poveri, quelli che non possono andare in Inghilterra o negli Stati Uniti, non potranno selezionare e controllare i loro figli, non potranno avere un prodotto controllato e sano e dovranno subire l'ingiustizia della natura e degli uomini.

I ragni tessono le loro tele. Gli uomini vivono e sono capaci di rompere quelle ragnatele che tentano di soffocarli.


Ma Remuzzi è un uomo, un medico, un ricercatore pieno di speranza e scrive: "Dopo un po', selezionare gli embrioni, per non trasmettere ai figli e ai figli dei figli tumori e altre malattie, si potrà anche da noi". Basterà affidarsi alle mani esperte dei nuovi selezionatori della razza, dei nuovi padroni della vita, dei nuovi tessitori della tela per avere finalmente realizzato il grande sogno della salute per tutti. Se per far questo si dovrà rinunciare a fare figli nell'abbraccio dell'amore, sostituito dalla provetta, non importa: se si dovranno uccidere i propri figli malati per difendere i sani, non importa; se si dovranno uccidere anche dei sani per averne almeno uno sano, non importa. La zootecnia ha i suoi costi, come l'ideologia.

I poveri, che ancora si illudono che l'antropologia non permetta di coltivare la zootecnia, continueranno a sperare in una medicina che curi i malati, continueranno a pensare che il 50% della malattia è uguale al 50% della salute e che ogni figlio ha un valore in sé. I poveri, ricchi delle risorse dello spirito e del pensiero, continueranno a ribadire che non si debba delegare alla medicina e alla tecnica il futuro dell'umanità e continueranno a pensare che l'esistenza vale più della sola salute. I poveri, a differenza dei ricchi che guadagneranno con la fecondazione in vitro, saranno il futuro di un'umanità capace di apprezzare le persone per quello che sono e di promuovere la logica della terapia e non le violenze dell'eugenetica. I poveri sapranno affrontare anche la fatica della malattia e della morte che potranno subentrare anche dopo la nascita: i poveri, infatti, sanno chi è l'uomo, conoscono la finitezza e apprezzano le persone malgrado la loro malattia, perché sanno che non basta vincere la malattia per vincere la sfida del significato e del valore dell'essere uomini.


Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano

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