Una
commedia che pone al centro dell’azione l’eterno
conflitto fra padri e figli, vecchi e giovani, tradizione
e novità.
Senza alcun dubbio il più significativo
poeta comico ateniese fu Aristofane. Della sua vita
privata sappiamo poco. Possiamo dedurre dalle opere
che egli fosse dotato di una notevole educazione letteraria
e musicale. In modo approfondito, infatti, conosceva
Omero e tutta la poesia, in particolare Eschilo,Sofocle
ed Euripide, ma anche i filosofi, la sofistica o storici
quali Erodoto. Il poeta si dedicò totalmente
alla propria attività di commediografo, rifiutando
di partecipare alla politica e non ricoprendo perciò
alcuna carica pubblica. Ebbe tre figli: Araròs,
Filippo e un terzo dal nome incerto (Nicostrato o
Filetero). Aristofane ci appare attivo per l'ultima
volta nel 386-5 a.C. per l'allestimento dell'"Aiolosicon",
proposto con la firma del figlio Araròs. Probabilmente
morì poco dopo. Negli "Acarnesi",
con cui il poeta si misurò per la prima volta
con due autori molto apprezzati dai suoi contemporanei
come Cratino ed Eupoli vincendoli entrambi, il giovane
autore -all'epoca aveva vent'anni - evidenzia già
i temi prediletti e i bersagli contro i quali si scaglierà
anche l'Aristofane maturo: i profittatori, la guerra,
i sicofanti, i demagoghi.
"Nei "Cavalieri",
424 a.C. una delle più crudeli satire di tutti
i tempi, il poeta intende distruggere il malcostume
della politica e la democrazia ormai degenerata nell'interesse
privato"
A sorreggere il suo pensiero un'utopia, l'eterno sogno
che possa esistere un giorno la pace fra gli uomini
in piena armonia con il mondo naturale. Mentre nei
"Calabroni" attacca la mania dei processi
da parte dei suoi concittadini. Nella "Pace"
un contadino, stanco di troppi anni di guerra, decide
di andare da Zeus per la salvezza comune di tutti
i Greci, sperando di convincerlo ad intervenire a
mettere fino a questa continua tragedia.
Tuttavia
scopre che gli Dei hanno traslocato, amareggiati contro
i Greci, emigrando in altre regioni più serenedi
cielo. Qui l'autore, nell'illusione di una pace da
trovarsi ad ogni costo, si scaglia contro la guerra
ingiusta e fratricida, figlia dell'ambizione e della
sete di conquista. Negli "Uccelli" Aristofane
mette in scena una sorta di fuga dalla realtà.
Si tratta di un testo di fantasia, un’ evasione
di fronte alla terribile realtà della guerra.
Due ateniesi, disgustati della situazione in patria,
decidono di cambiare luogo dove vivere. Non riescono
a trovarlo, finché chiedono aiuto ai volatili
e così fondano una città sospesa fra
cielo e terra. Nella "Lisistrata", considerata
da alcuni il primo testo teatrale "femminista",
in realtà il comico sottolinea come la guerra
sia un fatto contro natura e stavolta affida alle
donne il compito di costringere gli uomini a smettere
di guerreggiare attraverso il famoso sciopero del
talamo. Il momento storico, in cui vennero scritte
e rappresentate le "Nuvole", è all'interno
della cosiddetta guerra del Peloponneso, combattuta
tra Atene e Sparta. Tre avvenimenti fecero scoppiare
l'evento bellico: l'intervento di Atene nel conflitto
tra i Corinzi e Corcira, il conflitto contro Potidea
e la legge di Pericle in base alla quale i Megaresi
venivano banditi dai porti e dai mercati dell'Attica.
Quest'ultima decisione costituiva una violazione del
trattato di pace trentennale, stipulato tra Atene
e Sparta nel 445 a.C dopo l'ultimatum spartano, che
Pericle respinse. Sparta dichiarò la guerra
nella primavera del 431 a.C. . Stava per iniziare
quella che sarebbe stata una lunga guerra di esaurimento.
Dopo poco, infatti, si manifestò in Atene una
tremenda pestilenza tra la popolazione ammassata dentro
le mura della città e del Pireo. Lo stesso
Pericle morì di peste alla fine del settembre
429: aveva circa sessant'anni. Tra i suoi successori
l'uomo politico più in vista era Cleone, capo
del partito democratico radicale, mentre Nicia guidava
la direzione del partito conservatore. Dopo alterne
vicende, intanto, la guerra continuava. Nel giugno
425 le navi ateniesi misero in rotta la flotta peloponnesiaca
in Sicilia, sbaragliando la guarnigione spartana di
Sfacteria.
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Figlio
di Filippo, nativo del demo ateniese di Kydathènai,
Aristofane visse fra il 445 e il 385 a C.: le
date della sua esistenza, oltre alla rappresentazione
delle commedie, vengono scandite dalla storia
pubblica di Atene, perché egli fu di
questo periodo il maggior comico greco. Esordì
giovanissimo, usando lo pseudonimo di Callistrato,
nel 427 a.C. con la commedia i "Banchettanti"
e vinse il primo concorso al Leneo del 425 con
gli "Acarnesi" Il suo esordio coincide
con un'epoca drammatica per Atene, coinvolta
nel più lungo e sanguinoso conflitto
militare della sua storia, la guerra contro
Sparta e la Lega Peloponnesiaca, che durerà
circa trent'anni, e dalla quale l'estenuata
Atene uscirà sconfitta definitivamente,
ormai priva anche della speranza di riproporsi
come città egemone. |
Questo successo abbassò il prestigio di Sparta
nell'opinione di tutti i Greci. In quegli stessi mesi
Nicia riuscì a negoziare con Dario II, re di
Persia, un patto di amicizia (autunno 424), che rinnovava
il modus vivendi del 449. Contemporaneamente, però,
la politica della guerra voluta da Cleone portò
alla gravissima sconfitta dell'esercito ateniese al
santuario di Apollo delio, presso Tanagra: gli ateniesi
furono finalmente sconfitti nell'unica grande battaglia
combattuta sulla penisola greca. In Atene tornava
perciò in auge il partito della pace, e Nicia
riuscì a concludere nella primavera del 423
la tregua di un anno. Risale proprio allora, alla
fine di marzo del 423, la prima rappresentazione delle
Nuvole. Qui la guerra è lontana, probabilmente
perché ancora non era avvenuta la quasi totale
invasione dell'Attica da parte degli spartani, forse
perché si sperava che la tregua di un anno
preparasse la conclusione della pace. Ma l'attenzione
del poeta si rivolge a un argomento altrettanto attuale:
l'antica educazione, quella che aveva formato i soldati
di Maratona, era ormai messa in crisi dalla paideia
sofistica e dal pessimismo pacifista. Aristofane,
al contrario, rimpiangeva l'antica Atene, celebrata
dai greci come creatrice di ideali quali la libertà
e l'uguaglianza: la città che aveva un tempo
liberato l'Ellade intera dall'invasione barbara. Sotto
l'Arcontato di Isarco, nell'anno 423 a.C., durante
le Dionisie (a fine marzo), vennero rappresentate
le Nuvole, non la commedia nella serie completa delle
opere aristifanee e terza fra quelle a noi giunte.
Così, fra le grida di Socrate e dei suoi discepoli,
il Pensatoio viene distrutto e dato alle fiamme. Il
testo, che ci è pervenuto, è costituito
da due parti: infatti, assieme all'opera quasi complessiva
che dovrebbe riferirsi all'anno 423 a.C., Aristofane
riscrisse i versi 520-535, vale a dire la parabasi,
nella quale rintracciamo il proposito dell'autore
di riproporre in gara per l'anno 419-418 di nuovo
le Nuvole , che erano state sconfitte nel 423 da Cratino
e da Amipsia. Ne deduciamo che non si sia conservato
il testo "vero" della rappresentazione del
423, ma un "collage" pronto per una nuova
messinscena.
Un
approfondimento particolare merita l'agone tra i due
Discorsi: la perfezione artistica e drammatica potrebbe
fare abbracciare la tesi di un'unità tra Nuvole
"prime" e "seconde", eccettuata
la parabasi suddetta. E' da rilevare che per questo
agone basterebbero tre attori, ma Aristofane ne usa
cinque sulla scena del teatro di Dioniso nel 423 a.C.
Strepsiade e Socrate, quindi, hanno assistito assieme
al tritagonista Fidippide all'agone dei due Discorsi.
Come mai un regime recitativo con cinque attori così
vanamente dispendioso? In che modo Aristofane avrebbe
trovato degli impresari nel 423 a.C.? Perché,
a rigore dell'andamento dell'azione, è comprensibile
che Fidippide, il terzo attore, resti muto ad ascoltare,
ma Socrate e Strepsiade, i due protagonisti, come
possono non replicare alle battute dei due Discorsi?
Si può allora ipotizzare che Socrate e Strepsiade
si ritirino dalla scena durante l'agone. In tal modo
sarebbero proprio i primi due attori ad impersonare
il Discorso Giusto e il Discorso Ingiusto, e l'assenteismo
di Socrate e Strepsiade troverebbe una ragione tecnica.
A meno che la maschera di Socrate e Strepsiade, ammutoliti,
non sia stata data ad una comparsa: Aristofane sarebbe
così arrivato a disimpegnare due dei primi
tre attori. Ma eccoci ad una difficoltà insormontabile:
in tutte le commedie Aristofane non concede di parlare
al quarto attore che assuma il ruolo di personaggi
già interpretati dai primi tre attori. Aristofane
passa la maschera alle comparse, guardandosi bene
dal far pronunciare anche una sola parola. Si constata
pure un anormale regime recitativo tra i versi 889-1112,
quasi a vedere nelle Nuvole tramandateci un testo
valido più per la biblioteca che per la recitazione
teatrale. Probabilmente siamo di fronte ad un'opera
ritoccata e non più perfezionata per il teatro.
Il nostro testo, non approntato per la recitazione,
rivela la rinuncia al progetto di disimpegnare due
dei primi tre attori durante l'agone. Inoltre colpisce
il fatto che, fin dal prologo, Cherefonte appaia come
presenza retroscenica. Probabilmente nelle Nuvole
"prime" Cherefonte agiva come personaggio
primario, come secondo maestro. Ma nelle Nuvole "seconde"
Cherefonte è muto. Perché? Certamente
è cambiata la cerchia dei personaggi socratici.
E' facile pensare che al vice maestro Cherefonte siano
subentrati i due Discorsi come insegnanti di Fidippide.
Allora è possibile concludere che il Discorso
Giusto e il Discorso Ingiusto siano personaggi ideati
come novità esclusiva delle Nuvole "seconde",
col sacrificio naturalmente di Cherefonte. E' logico
come il Socrate delineato da Aristofane sia profondamente
diverso da quello che giunge dalle testimonianze di
Platone. Nell'"Apologia" Socrate appare
descritto con tutte le sue virtù, il disprezzo
della morte e l' abilità dialettica. Nell'esordio
Socrate afferma che si difenderà più
per obbedire alle leggi che per speranza di distruggere
le calunnie da molto tempo diffuse sul suo conto e
che già nell'animo dei giudici hanno creato
uno stato di prevenzione. Ma perché Socrate
viene odiato a tale punto? Dato che l'oracolo di Delfo
ha detto a Cherefonte che Socrate è il più
sapiente degli uomini, ecco che egli si è attirato
addosso le inimicizie di molti. Dopo aver cercato
di dimostrare come lui non corrompesse affatto i giovani,
arriva alla conclusione che, se mai ciò potesse
essere avvenuto, non poteva che averlo fatto involontariamente.
In secondo luogo, accusato di insegnare ai giovani
di credere nei démoni e non negli dei, Socrate
risponde che ciò non è possibile: se
infatti credesse nei démoni, visto che questi
sono dei o figli di dei, non potrebbe che credere
negli dei. Il filosofo conclude la prima parte dicendo
di non poter rinunciare alla sua missione e di non
voler abbassarsi a chiedere pietà, poiché
ciò sarebbe come dichiararsi colpevole. Nella
seconda sezione dell' "Apologia" Socrate,
già ritenuto colpevole dai giudici, mentre
i suoi accusatori hanno chiesto per lui la pena capitale,
in cambio propone per sé una multa di 30 mine
d'argento. Infine, nella terza parte, il filosofo,
dopo essere già stato condannato a morte, saluta
i giudici dicendo loro che forse è un bene
ciò che è accaduto, perché per
il giusto la morte non può essere un male.
Appare evidente che le Nuvole siano una commedia che
pone al centro dell'azione l'eterno conflitto fra
padri e figli, vecchi e giovani, tradizione e novità.
Sotto la minaccia delle innovazioni, Aristofane reagisce
da poeta e cittadino indicando un responsabile: Socrate
e i sofisti, i demagoghi, Euripide, i nuovi musici,
i sicofanti. Aristofane non ignorava di certo il Socrate
che ci viene tramandato nei dialoghi platonici. Eppure,
in questo far coincidere la figura di Socrate con
quella del corruttore supremo, testimonia quale poteva
essere l'opinione dell'uomo della strada. Il pubblico
aveva bisogno della maschera-Socrate per ridere di
un buffo manichino, in cui veniva condensato il male
di tutti gli altri filosofi o speculatori metafisici.
Quello che è certo è che la commedia
del 423 non ebbe nulla a che vedere con la condanna
di Socrate del 399 a.C. .Semmai le Nuvole sono una
testimonianza di uno stato d'animo diffuso, visto
che lo stesso Socrate fu bersaglio di molti altri
comici contemporanei come Eupoli, Amipsia e Callia.
Nessuna responsabilità, quindi, di Aristofane
nella condanna di Socrate.
Franco Manzoni