Trattamento della nausea
e del vomito nei pazienti in chemioterapia
Ogni anno in Italia circa 300 mila pazienti affetti
da tumore si sottopongono a trattamenti di chemioterapia.
Si tratta di terapie talora molto debilitanti e che
si accompagnano a numerosi effetti collaterali. Molti
dei farmaci chemioterapici comunemente utilizzati
inducono frequentemente nausea e vomito. E questo
è un problema importante, poiché questi
pazienti spesso sono già molto debilitati e,
non riuscendo a mantenere un regolare apporto di cibo,
deperiscono ulteriormente. I farmaci antiemetici possono
a loro volta avere effetti collaterali anche sul sistema
nervoso centrale, in particolare sedazione. Le prime
testimonianze dell'azione positiva del fumo di Cannabis
nel controllare la nausea e il vomito causati dalla
chemioterapia risalgono agli anni settanta. L'efficacia
antiemetica del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC)
è stata confermata da numerosi studi controllati
con placebo e con farmaci antiemetici convenzionali
che evidenziano che i cannabinoidi risultavano più
efficaci delle terapie convenzionali.
Una revisione pubblicata recentemente British Medical
Journal (Tramèr, 2001) ha selezionato trenta
lavori che rispondono a criteri di validità
scientifica, coinvolgenti circa millequattrocento
pazienti. In tutti questi studi l'efficacia antiemetica
dei cannabinoidi è risultata superiore a quella
dei farmaci convenzionali: proclorperazina, metoclopramide,
clorpromazina, tietilperazina, aloperidolo, domperidone
e alizapride.
I derivati della Cannabis, sia quelli naturali che
quelli sintetici, agiscono stimolando i recettori
CB1 presenti nelle aree del cervello deputate al controllo
del vomito (Darmani, 2001) ed è stato recentemente
suggerito che il sistema cannabinoide endogeno abbia
un ruolo di primo piano nella modulazione in questa
funzione.
Cannabis e Sclerosi Multipla.
La sclerosi multipla (SM), è una patologia
che colpisce nel mondo circa 3.000.000 individui,
400.000 in Europa e 50.000 in Italia. Fra le malattie
di origine neurologica è quella che provoca
maggior numero di disabili. Ogni anno, in Italia,
si verificano 1.800 nuovi casi, uno ogni 4 ore, un
abitante colpito ogni 1.200. Il 60% dei pazienti con
SM lamenta dolore. Nei soggetti affetti le cellule
del sistema immunitario distruggono la guaina mielinica
che protegge le cellule dei nervi nel cervello e nel
midollo spinale, inducendo decorsi e quadri clinici
molto variabili. Essa causa una varietà di
sintomi spesso cronici, tra cui spasticità
muscolare e spasmi, dolore, tremore e problemi vescicali.
Diverse evidenze hanno supportato l'opinione che gli
elementi psicoattivi contenuti nella Cannabis sativa
possano agire positivamente sui diversi sintomi associati
alla malattia, in particolare sulla spasticità,
il dolore, i disturbi urinari e le alterazioni del
sonno, disturbi presenti soprattutto nella fase progressiva
di malattia e per i quali, ancora oggi, la gestione
risulta difficoltosa. Numerosi sono gli articoli pubblicati,
per lo più su riviste prestigiose, sull'argomento:
35 lavori su modelli animali e biologici (ricerca
bibliografica con parole chiave: cannabis, experimental
research and laboratory research), 17 articoli relativi
a protocolli sperimentati sull'uomo (trials clinici
di fase II e III) e 44 articoli di revisione dell'argomento.
Nel 2003 è stato pubblicato un ampio studio
multicentrico, randomizzato placebo-controllato su
630 pazienti con SM per il trattamento sintomatico
(Zajicek JP), che non ha evidenziato effetti significativi
della cannabis (estratto cannabis o THC) utilizzata
dai pazienti per un periodo di 15 settimane sulla
spasticità muscolare. Tuttavia una maggioranza
di pazienti che ha assunto il farmaco ha ritenuto
che questo avesse ridotto i sintomi della loro spasticità,
con un miglioramento anche della deambulazione, così
come del dolore. Non vi è una spiegazione chiara
sulla differenza riscontrata fra i risultati oggettivi
e soggettivi sulla spasticità; il gruppo di
ricerca ha suggerito come ciò possa forse riflettere
una riduzione delle manifestazioni della spasticità
piuttosto che un effetto sulla rigidità del
muscolo di per sé. Nel 2005 lo stesso autore
ha pubblicato i dati relativi agli effetti del trattamento
nei 502 pazienti che avevano deciso di continuare
la terapia in sperimentazione per 12 mesi, dimostrando
anche a lungo termine un, seppur limitato, effetto
positivo su alcuni aspetti della disabilità,
in particolare sulla spasticità (Zajicek JP,
JNNP 2005). Fig. 1
