La casa della salute
rappresenta la fattuale ricomposizione assistenziale
in un unico macro-livello.
La legge Finanziaria 2007 ha previsto uno stanziamento
di 10 milioni di euro per la sperimentazione di un
nuovo modello assistenziale: la "Casa della Salute"1.
Si tratta di una struttura polivalente e funzionale
deputata all'erogazione materiale dell'insieme delle
cure primarie e a garantire la continuità assistenziale
e le attività di prevenzione. Operante in ambito
distrettuale, la "Casa della Salute" si
rivolge ad un'utenza compresa fra i 5-10.000 abitanti.
Il progetto ministeriale esaminato si inserisce in
un disegno di valorizzazione dei servizi territoriali
e dell'assistenza primaria che ha subito una accelerazione
nell'ultimo decennio2. A cominciare dal Piano sanitario
nazionale 1998/2000.

Fra i contenuti che qualificavano maggiormente il
succitato strumento programmatorio vi era, infatti,
la ricomposizione in un unico macro-livello assistenziale,
quello distrettuale, dei tre livelli di assistenza
territoriale (“assistenza sanitaria di base”,
“assistenza specialistica, semi-residenziale,
territoriale”, “assistenza residenziale
per non autosufficienti e lungodegenti stabilizzati”)
che il piano sanitario precedente prevedeva in forma
separata per quanto strettamente connessi. Il medesimo
documento di pianificazione, inoltre, investiva il
Distretto sanitario, articolazione organizzativa dell'Azienda
Usl, di un'importante prerogativa, quella di ricomporre
unitariamente i servizi sanitari e sociali.
Proprio alla copiosa valorizzazione del Distretto,
disposta dall'ultima riforma sanitaria, si deve l'aumento
del peso specifico del territorio all'interno dell'organizzazione
salutare. L'art. 3-quinquies del cd. decreto Bindi
articolò i livelli assistenziali assicurati
dalla struttura distrettuale in quattro tipologie
categoriali, delle quali le prime tre afferenti all'assistenza
di primo livello, mentre l'ultima caratterizzata da
una "vocazione specialistica"3. Alle succitate
tre tipologie corrispondono:
ul'assistenza primaria, comprensiva della continuità
assistenziale;
uil coordinamento dei medici di medicina generale
e dei pediatri di libera scelta con le altre strutture
aziendali;
ul'erogazione delle prestazioni a rilevanza sociale,
connotate da specifica ed elevata integrazione, nonché
delle prestazioni sociali di rilevanza sanitaria,
eventualmente, delegate dai Comuni.
L'ultima tipologia è inclusiva, oltre che dell'assistenza
specialistica ambulatoriale, dei servizi per le tossicodipendenze,
delle attività consultoriali, dei servizi per
disabili ed anziani, dell'assistenza domiciliare integrata
(ADI), dei servizi rivolti a malati di AIDS e terminali.
In sostanza, i Distretti si sono visti attribuire
la funzione di governare l'insieme dei servizi e dei
professionisti insistenti sul territorio e di garantire
l'integrazione socio-sanitaria.
Nella relazione tra Aziende della Salute
e Regione il processo di analisi e decisione ha raggiunto
coordinati movimenti dal basso verso l'alto, con confronti
e negoziazioni alla pari e flussi top down.
Il Piano sanitario nazionale 2003/2005 enfatizzò
l'importanza della componente sanitaria territoriale
dedicando al tema del rafforzamento delle cure primarie
e alla valorizzazione dei servizi extra-ospedalieri
ben due dei dieci progetti per la strategia di cambiamento.
"Promuovere una rete integrata di servizi sanitari
e sociali per l'assistenza ai malati cronici, agli
anziani e ai disabili" è progetto ritenuto
indispensabile per garantire la qualità della
vita del paziente nelle fasi di stabilizzazione. In
quest'ottica, i vari servizi territoriali e le istituzioni
operanti sul fronte della salute dovevano divenire
“nodi”, perfettamente armonizzati, di
una rete di servizi capace di garantire unitariamente
al paziente tanto interventi curativi quanto azioni
di protezione sociale, nonché la continuità
assistenziale nel passaggio da un nodo all'altro.
Nel progetto intitolato "Promuovere il territorio
quale primaria sede di assistenza e di governo dei
percorsi sanitari e socio-sanitari" si affermava
la necessità, ritenuta ormai inderogabile,
di spostare nel territorio risorse e servizi ancora
oggi assorbiti dagli ospedali. Il passaggio del Piano
che meglio chiariva la volontà politica del
Ministero di disancorare il nostro sistema salutare
dalla tradizionale logica ospedalocentrica è
il seguente: "Il territorio è sempre stato
considerato erogatore di servizi extra ospedalieri,
oggi è necessario indirizzare chiaramente una
nuova e razionale offerta di prestazioni sul territorio,
che configuri l'intervento ospedaliero come assistenza
extra territoriale sempre più riservato alle
patologie acute".
Il baricentro dell'offerta salutare si deve spostare
perciò verso il territorio, identificato quale
“soggetto attivo che intercetta il bisogno sanitario”
e che si fa carico globalmente del cittadino utente.
Curiosamente il Piano in esame, pur contenendo numerose
istruzioni riferibili al Distretto sanitario di base,
non lo menzionò mai esplicitamente e né
tampoco utilizzò l'espressione “assistenza
distrettuale”.
L'ultimo Piano sanitario nazionale, quello relativo
al triennio 2006/2008, ha riproposto l'obiettivo della
riorganizzazione delle cure primarie da perseguirsi
sia sotto il profilo organizzativo che funzionale.
Una riorganizzazione, preordinata ad un maggiore coinvolgimento
dei medici di medicina generale e dei pediatri di
libera scelta nel governo della domanda e dei percorsi
sanitari che contempli, eventualmente, la sperimentazione
di nuove modalità erogative tese a favorire
l'integrazione con le altre professionalità
del territorio. A tal fine suddetto strumento di programmazione
sollecita il graduale superamento dell'assistenza
primaria basata sullo studio individuale del medico.
L'obiettivo auspicato è l'approdo verso forme
sempre più aggregate ed integrate di organizzazione,
rivolte anche ai medici di continuità assistenziale
e agli specialisti ambulatoriali, capaci di fornire,
in sedi uniche, la risposta ai bisogni di salute dei
cittadini per 24 ore, 7 giorni la settimana. Per quanto
non ne faccia esplicita menzione, il legislatore salutare
allude, in primo luogo, al modello assistenziale dell'Unità
Territoriale di Assistenza Primaria. Proposta nell'ambito
dell'Accordo Stato-Regioni del 29 luglio 2004, dall'allora
Ministro Sirchia, l'UTAP si configura, difatti, come
la struttura destinata a garantire attraverso il contributo
di più medici generici, pediatri, specialisti
e infermieri nonché dal personale amministrativo
l'insieme delle cure primarie, comprensive dell'assistenza
domiciliare, del pronto soccorso e della continuità
assistenziale.
La vigente convenzione per la medicina generale ha
accolto le indicazioni ministeriali. Prevede, difatti,
all'art. 26, comma 2, la facoltà per le Regioni
di costituire, in via sperimentale e con la partecipazione
volontaria dei medici e degli altri operatori sanitari,
le UTAP, definite come “strutture territoriali
ad alta integrazione, multidisciplinare e interprofessionale,
in grado di dare risposte complesse al bisogno di
salute delle persone”.
La proposta ministeriale della sperimentazione della
"Casa della Salute" si inserisce, dunque,
nel percorso di progressiva valorizzazione della componente
territoriale dell'organizzazione sanitaria sin qui
decritto. Questa nuova struttura si pone come la possibile
soluzione ad una priorità dei cittadini spesso
disattesa, la continuità assistenziale. I principi
che sottostanno alla realizzazione del progetto sono:
la centralità del cittadino, la riconoscibilità,
l'accessibilità, l'unitarietà, l'integrazione,
la semplificazione, l'appropriatezza, l'efficacia,
l'autorevolezza e l'affidabilità.
Il progetto del ministro Turco4 prevede la strutturazione
della "Casa della Salute" per aree, “ciascuna
finalizzata ad offrire al cittadino una risposta immediata
ai suoi bisogni di assistenza sanitaria e socio-sanitaria”.
L'area del CUP, del segretariato sociale e del coordinamento
con le farmacie, quella alla quale si rivolgono i
cittadini per le informazioni e le prenotazioni di
visita, esami ed altre prestazioni di cura. Tale area
è, inoltre, destinata ad includere il collegamento
con l'insieme delle farmacie pubbliche e convenzionate
per la messa in rete delle diverse attività
offerte dalle farmacie.
L'area dei servizi sanitari alla quale afferiscono:
il servizio delle prestazioni urgenti, dei prelievi
e delle donazioni; l'ambulatorio di prime cure e per
le piccole urgenze; l'ambulatorio dei medici di medicina
generale; la continuità assistenziale; l'ambulatorio
infermieristico; le degenze territoriali (Ospedale
di Comunità); le attività specialistiche;
le tecnologie diagnostiche semplici (radiografie,
ecografie, mammografie, spirometrie, prove da sforzo,
ecodoppler).
L'area dei servizi socio-sanitari destinata a contenere:
i SERT (Servizi per le tossicodipendenze), il servizio
di salute mentale; i centri diurni; il servizio di
recupero e riabilitazione funzionale; la residenza
sanitaria assistenziale; l'Assistenza Domiciliare
Integrata (ADI); la prevenzione; il Consultorio familiare
e l'ambulatorio andrologico; l'Unità di valutazione
multidivisionale (UVM).
Nell'area dei servizi sociali, oltre ai servizi sociali
e al volontariato, trovano collocazione le attività
amministrative e di supporto ai medici e agli altri
operatori della "Casa della Salute". Più
specificatamente questo spazio ospita gli Uffici per
il Servizio sociale, le attività amministrative
e le tecnologie informatiche (teleconsulto, telediagnosi
clinica, teleassistenza e telemonitoraggio).
La "Casa della Salute", oltre a garantire
la continuità assistenziale, intende perseguire
numerosi obiettivi. Si propone di assicurare un punto
unico di accesso per i cittadini alla rete dei servizi,
costruita e integrata in modo tale da consentire la
presa in carico globale della persona; è preordinata
ad operare per programmi condivisi, sulla base degli
strumenti di pianificazione elaborati a livello locale
e a promuovere la partecipazione dei cittadini, soprattutto
in forme associate; punta a ricomporre la frammentazione
degli interventi sanitari e sociali, nonché
le separazioni storiche fra le professioni sanitarie;
è tesa ad organizzare e coordinare le risposte
da dare al cittadino nelle sedi più idonee,
privilegiando la dimensione domiciliare e, comunque,
l'ambiente di vita delle persone. Il modello in esame,
infine, consente lo sviluppo di programmi di prevenzione
e favorisce il controllo collegiale delle attività.
Il baricentro dell'offerta salutare
si deve spostare verso il territorio, identificato
quale “soggetto attivo che intercetta il bisogno
sanitario”
L'ipotesi della "Casa della Salute" risponde,
nel complesso, alla finalità di raccordare
e potenziare quell'insieme di servizi assistenziali
extra-ospedalieri dalla valenza sia sanitaria che
socio-sanitaria afferenti normalmente al Distretto.
La scelta ministeriale in esame non è esente
da critiche.
In primo luogo non pare coerente con la produzione
legislativa precedentemente esposta.
Una produzione tesa al diniego di ogni centripetismo
e ad esaltare una diffusione capillare dei servizi
sul territorio.
L'intenzione di ricondurre questi ultimi nel medesimo
luogo fisico sembra, cioè, poco compatibile
con la volontà del legislatore salutare di
soddisfare i bisogni del cittadino, presidiandone
gli ambienti di vita.

La medesima proposta lascia poi presagire un potenziale
conflitto fra il Distretto sanitario e la "Casa
della Salute".
Non è chiaro, infatti, che rapporto verrebbe
a configurarsi fra tali strutture.
Come noto, il d.p.c.m. 29 novembre 2001, il quale
costituisce ancora oggi l'unico riferimento legislativo
in tema di definizione dei livelli essenziali di assistenza
(Lea), ha individuato tre percorsi assistenziali (assistenza
sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro,
assistenza distrettuale, assistenza ospedaliera),
ciascuno dei quali teso a garantire uno specifico
ventaglio di livelli essenziali. Riconducibili alla
dimensione distrettuale sono i Lea cosiddetti di prima
istanza. Quelli cioè, che rispondenti ai bisogni
salutari primari degli individui precedono quelli
più specializzati quanto a forme di erogazione.
Nello specifico, essi riguardano: l'assistenza sanitaria
di base; l'attività di emergenza sanitaria
territoriale; l'assistenza farmaceutica e quella cd.
integrativa; l'assistenza specialistica ambulatoriale;
l'assistenza territoriale, garantita sia sotto forma
ambulatoriale che domiciliare, sia in forma residenziale
che semi-residenziale; l'assistenza termale.
Potrebbero essere la soluzione all'integrazione socio
assistenziale. Lo saranno?
Per assicurare alla propria utenza i succitati livelli
essenziali di assistenza, i Distretti si avvalgono,
di norma, di diverse strutture e professionisti dislocati
in luoghi differenti sul territorio.
Con la realizzazione della "Casa della Salute",
il Distretto si servirebbe di quest'unica struttura
e dei molteplici servizi in essa presenti, per assicurare
alla propria utenza la quasi totalità dei Lea
del macro-livello assistenziale distrettuale (per
garantire, invece, i Lea riguardanti l'assistenza
farmaceutica e l'assistenza termale, si suppone che
esso debba continuare ad avvalersi delle farmacie
e degli stabilimenti termali). Il rischio è
che si crei una sovrapposizione delle funzioni e che
la "Casa della Salute" fagocitando le prerogative
istituzionali del Distretto ne metta in discussione
identità e ruolo.
L'ultima perplessità concerne il tema dell'integrazione
socio-sanitaria, un compito che i Distretti sanitari
faticano tradizionalmente a svolgere. Il progetto
ministeriale confida nella "Casa della Salute"
quale sede più idonea a realizzarla. La collocazione
in un'unica struttura degli operatori degli ambiti
sanitari e sociali favorirebbe, di fatto, anche l'integrazione
funzionale.
In verità, le esperienze di successo in Italia
dimostrano che la contiguità spaziale non costituisce
un fattore decisivo.
I Distretti più efficaci sul fronte dell'integrazione
socio-sanitaria sono collocati in quelle regioni nelle
quali si legiferano in modo coordinato, attraverso
un unico strumento di pianificazione, gli interventi
sanitari e sociali ovvero nelle quali vi è
compatibilità fra i contenuti dei Piani di
zona e dei Pat inerenti all'area socio-sanitaria.
Dott.
Rocco Cataldi
Economista Sanitario