L’ospedale contemporaneo può
essere assunto come il luogo emblematico delle trasformazioni
culturali e relazionali legate allo sviluppo tecnologico.
L'ospedale contemporaneo può
essere assunto come il luogo emblematico delle trasformazioni
culturali e relazionali legate allo sviluppo tecnologico.
Nell'ospedale (o in ciò che oggi si chiama
azienda ospedaliera) si intrecciano esperienze tra
loro molto eterogenee: ci sono le gioie e le speranze
di chi usa l'ospedale come luogo di passaggio (per
esempio pensiamo alla maternità), ma anche
le paure, i dolori e le sofferenze di chi deve stare
nell'ospedale come luogo di cura, nell'incertezza
di quella che sarà la sua condizione futura;
ci sono le competenze professionali dei vari operatori,
dai medici agli infermieri, dai tecnici amministrativi
a quelli di laboratorio; ci sono le differenti prospettive
cliniche e sperimentali, quelle che governano le varie
attività dei vari reparti; ci sono gli strumenti
tecnologici più avanzati e le più banali
e classiche strutture che vanno dalle stanze ai letti
nei quali ospitare le persone e i malati; ci sono,
sullo sfondo, ma non troppo, le questioni economiche
che di fatto condizionano, nel bene e nel male, tutte
le attività e le professioni che si esercitano
in questo luogo. Nell'ospedale contemporaneo non transitano
solo dei pazienti e non tutte le modalità di
essere paziente sono assimilabili: nell'ospedale si
esercitano attività tra loro molto eterogenee,
di controllo dello stato di salute, di diagnosi, di
cura, di sperimentazione e di assistenza e via dicendo.

Basta questa sommaria descrizione per far capire come
l'ospedale sia un luogo complesso, difficilmente comprensibile
con categorie che non tengano in debito conto di come
sia mutata la relazione dell'uomo contemporaneo con
la sua salute, che è diventato anche un bene
di consumo (e non a caso il movimento dei diritti
del malato si è spesso confuso con il movimento
dei diritti dei consumatori).
Due elementi, tra i molti possibili, vorrei però
richiamare: l'estensione delle capacità manipolatorie
(nel significato puramente descrittivo del termine),
proprie della medicina ad alta strumentazione tecnologica,
e la svolta epidemiologica.
E’ l’ospedale, crocevia di esperienze
e di professioni, non sembra essere un luogo capace
di consegnare, insieme alle diagnosi e alle ricette,
anche un senso per vivere la condizione umana per
quello che è, fatta di salute e di malattia.
I due elementi sono spesso correlati: la medicina
non sempre guarisce, ma spesso ci permette di convivere
meglio e più a lungo con le nostre vecchie
malattie.
L'arte medica (che si avvale di sofisticate strumentazioni
concettuali e tecnologiche frutto di differenti scienze
sperimentali) può essere esercitata anche in
modo impersonale, determinando buoni risultati e lasciando
però sullo sfondo l'esperienza del vissuto
del malato. In modo molto schematico, possiamo dire
che la medicina (e la professione del medico) hanno
sempre dovuto coniugare tre elementi di interesse:
per il paziente, come uomo di cui prendersi cura;
per la scienza, come condizione per curare il paziente
stesso (ma anche come progressione, in sé legittima,
nella carriera professionale); per la malattia, come
via per accedere al paziente e per sviluppare la scienza.

Ora, quanto più l'arte medica può incrementare
l'automedicazione del paziente (la via farmacologica)
e sviluppare l'attenzione per l'organo da curare,
per la patologia da prevedere, diagnosticare o risolvere,
tanto minore (di fatto) risulta la centralità
della relazione con il paziente con il suo personale
vissuto, con quella sua peculiare esperienza individuale.
Lo stesso medico può illudersi che la questione
della malattia sia la questione degli altri; egli
può pensare che il dolore fisico, la sofferenza
esistenziale, la paura della morte e della solitudine,
non siano questioni antropologiche che potrebbero
riguardarlo in prima persona, ma che siano questioni
dei pazienti pensati come utenti (o anche, legittimamente
sotto certi aspetti) come clienti della sua professionalità
e competenza.
Non a caso la cultura contemporanea ha inventato un
altro approccio naturalistico e scientifico alle questioni
esistenziali della sofferenza, del disagio, della
disperazione e della paura, quello dello psicologo
e dello psichiatrico, chiamati ad intervenire in un
terreno dove spesso manca il confine tra normale e
patologico (e il criterio di demarcazione).
In un sistema complesso, governato dalla frammentazione
delle competenze, le relazioni umane sono difficili
perché viene a mancare un linguaggio comune,
quel linguaggio che richiede la comprensione (e non
solo la spiegazione) delle complesse dinamiche che
governano malattia e salute, paura e speranza, dolore
e sollievo come esperienze umane e non soltanto come
situazioni cliniche.
La nostra è un'epoca che non trova facilmente
un linguaggio per dare senso al tempo, anzi, ai tempi
della malattia, specie laddove la malattia diventa
un elemento con cui convivere e con cui reimpostare
le dinamiche della vita, dei legami, dei pensieri,
delle azioni. In questo contesto è più
facile temere il tempo della malattia piuttosto che
l'evento della morte, specie laddove la proiezione
sul futuro è fatta fuori dall' esperienza reale
della malattia.
I sani, alimentati dalle promesse del mercato della
salute, non vedono quali risorse potranno impiegare
per vivere i tempi delle malattie lunghe, di quelle
che possono limitare le funzioni e rendere più
ardua la comprensione del valore dell'esistenza.
E l'ospedale, crocevia di esperienze e di professioni,
non sembra essere un luogo capace di consegnare, insieme
alle diagnosi e alle ricette, anche un senso per vivere
la condizione umana per quello che è, fatta
di salute e di malattia.
Le carte di cui si riempiono gli ospedali (dalle carte
sui diritti dei pazienti, alle carte del consenso
informato, dalle carte sulla qualità dei servizi
alla persona alle future carte sulle cosiddette direttive
anticipate - o, all'italiana, testamento biologico-)
servono spesso per nascondere un vuoto relazionale
a cui si pensa di supplire con strumenti di natura
contrattuale. Resta così aperta la questione
centrale, quella di una reale integrazione tra processi
di cura, che possono anche essere impersonali, con
rapporti di cura che debbono essere sempre personali.
L'ospedale, con la sua efficienza e la sua efficacia,
ha bisogno di conservare la sua radice di ospitalità,
ma l'ospitalità nasce dentro il riconoscimento
del valore della condizione umana e dei suoi significati,
non soltanto dei bisogni e delle esigenze legate alla
singola condizione patologica.
Paradossalmente, ma non troppo, oggi sembra essere
l'Hospice a voler interpretare la figura dell'ospedale
come luogo di ospitalità laddove tenta di coniugare
la relazione di cura come relazione che si fa carico
del dolore fisico, della sofferenza esistenziale e
del tempo della malattia del singolo malato, con il
suo specifico vissuto umano.
Troppo spesso si dimentica che nell'ospedale la centralità
del paziente è garantita soltanto dalla centralità
(e quindi dalla formazione umana e non soltanto professionale)
di chi vive quotidianamente nell'ospedale e ne assicura
la continuità e lo svolgimento, e cioè
i medici e il personale sanitario. Il senso del tempo
della malattia dovrebbe essere oggetto della riflessione
di chi ha fatto dell'arte medica una professione che
non è riducibile al corretto rispetto di un
contratto di cura.
Non sarà moltiplicando le carte dei diritti,
che spesso, come è stato giustamente osservato,
si trasformano in diritti di carta, che si potrà
essere all'altezza dei progressi scientifici e tecnologici
che possiamo offrire all'uomo nelle sue nuove condizioni
di salute e di malattia.
Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano