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L'ospedale e l'ospitalità tra rapporti cartacei e relazioni umane
Adriano Pessina

L’ospedale contemporaneo può essere assunto come il luogo emblematico delle trasformazioni culturali e relazionali legate allo sviluppo tecnologico.

L'ospedale contemporaneo può essere assunto come il luogo emblematico delle trasformazioni culturali e relazionali legate allo sviluppo tecnologico. Nell'ospedale (o in ciò che oggi si chiama azienda ospedaliera) si intrecciano esperienze tra loro molto eterogenee: ci sono le gioie e le speranze di chi usa l'ospedale come luogo di passaggio (per esempio pensiamo alla maternità), ma anche le paure, i dolori e le sofferenze di chi deve stare nell'ospedale come luogo di cura, nell'incertezza di quella che sarà la sua condizione futura; ci sono le competenze professionali dei vari operatori, dai medici agli infermieri, dai tecnici amministrativi a quelli di laboratorio; ci sono le differenti prospettive cliniche e sperimentali, quelle che governano le varie attività dei vari reparti; ci sono gli strumenti tecnologici più avanzati e le più banali e classiche strutture che vanno dalle stanze ai letti nei quali ospitare le persone e i malati; ci sono, sullo sfondo, ma non troppo, le questioni economiche che di fatto condizionano, nel bene e nel male, tutte le attività e le professioni che si esercitano in questo luogo. Nell'ospedale contemporaneo non transitano solo dei pazienti e non tutte le modalità di essere paziente sono assimilabili: nell'ospedale si esercitano attività tra loro molto eterogenee, di controllo dello stato di salute, di diagnosi, di cura, di sperimentazione e di assistenza e via dicendo.






Basta questa sommaria descrizione per far capire come l'ospedale sia un luogo complesso, difficilmente comprensibile con categorie che non tengano in debito conto di come sia mutata la relazione dell'uomo contemporaneo con la sua salute, che è diventato anche un bene di consumo (e non a caso il movimento dei diritti del malato si è spesso confuso con il movimento dei diritti dei consumatori).
Due elementi, tra i molti possibili, vorrei però richiamare: l'estensione delle capacità manipolatorie (nel significato puramente descrittivo del termine), proprie della medicina ad alta strumentazione tecnologica, e la svolta epidemiologica.


E’ l’ospedale, crocevia di esperienze e di professioni, non sembra essere un luogo capace di consegnare, insieme alle diagnosi e alle ricette, anche un senso per vivere la condizione umana per quello che è, fatta di salute e di malattia.


I due elementi sono spesso correlati: la medicina non sempre guarisce, ma spesso ci permette di convivere meglio e più a lungo con le nostre vecchie malattie.
L'arte medica (che si avvale di sofisticate strumentazioni concettuali e tecnologiche frutto di differenti scienze sperimentali) può essere esercitata anche in modo impersonale, determinando buoni risultati e lasciando però sullo sfondo l'esperienza del vissuto del malato. In modo molto schematico, possiamo dire che la medicina (e la professione del medico) hanno sempre dovuto coniugare tre elementi di interesse: per il paziente, come uomo di cui prendersi cura; per la scienza, come condizione per curare il paziente stesso (ma anche come progressione, in sé legittima, nella carriera professionale); per la malattia, come via per accedere al paziente e per sviluppare la scienza.





Ora, quanto più l'arte medica può incrementare l'automedicazione del paziente (la via farmacologica) e sviluppare l'attenzione per l'organo da curare, per la patologia da prevedere, diagnosticare o risolvere, tanto minore (di fatto) risulta la centralità della relazione con il paziente con il suo personale vissuto, con quella sua peculiare esperienza individuale.
Lo stesso medico può illudersi che la questione della malattia sia la questione degli altri; egli può pensare che il dolore fisico, la sofferenza esistenziale, la paura della morte e della solitudine, non siano questioni antropologiche che potrebbero riguardarlo in prima persona, ma che siano questioni dei pazienti pensati come utenti (o anche, legittimamente sotto certi aspetti) come clienti della sua professionalità e competenza.
Non a caso la cultura contemporanea ha inventato un altro approccio naturalistico e scientifico alle questioni esistenziali della sofferenza, del disagio, della disperazione e della paura, quello dello psicologo e dello psichiatrico, chiamati ad intervenire in un terreno dove spesso manca il confine tra normale e patologico (e il criterio di demarcazione).
In un sistema complesso, governato dalla frammentazione delle competenze, le relazioni umane sono difficili perché viene a mancare un linguaggio comune, quel linguaggio che richiede la comprensione (e non solo la spiegazione) delle complesse dinamiche che governano malattia e salute, paura e speranza, dolore e sollievo come esperienze umane e non soltanto come situazioni cliniche.
La nostra è un'epoca che non trova facilmente un linguaggio per dare senso al tempo, anzi, ai tempi della malattia, specie laddove la malattia diventa un elemento con cui convivere e con cui reimpostare le dinamiche della vita, dei legami, dei pensieri, delle azioni. In questo contesto è più facile temere il tempo della malattia piuttosto che l'evento della morte, specie laddove la proiezione sul futuro è fatta fuori dall' esperienza reale della malattia.
I sani, alimentati dalle promesse del mercato della salute, non vedono quali risorse potranno impiegare per vivere i tempi delle malattie lunghe, di quelle che possono limitare le funzioni e rendere più ardua la comprensione del valore dell'esistenza.
E l'ospedale, crocevia di esperienze e di professioni, non sembra essere un luogo capace di consegnare, insieme alle diagnosi e alle ricette, anche un senso per vivere la condizione umana per quello che è, fatta di salute e di malattia.
Le carte di cui si riempiono gli ospedali (dalle carte sui diritti dei pazienti, alle carte del consenso informato, dalle carte sulla qualità dei servizi alla persona alle future carte sulle cosiddette direttive anticipate - o, all'italiana, testamento biologico-) servono spesso per nascondere un vuoto relazionale a cui si pensa di supplire con strumenti di natura contrattuale. Resta così aperta la questione centrale, quella di una reale integrazione tra processi di cura, che possono anche essere impersonali, con rapporti di cura che debbono essere sempre personali.
L'ospedale, con la sua efficienza e la sua efficacia, ha bisogno di conservare la sua radice di ospitalità, ma l'ospitalità nasce dentro il riconoscimento del valore della condizione umana e dei suoi significati, non soltanto dei bisogni e delle esigenze legate alla singola condizione patologica.
Paradossalmente, ma non troppo, oggi sembra essere l'Hospice a voler interpretare la figura dell'ospedale come luogo di ospitalità laddove tenta di coniugare la relazione di cura come relazione che si fa carico del dolore fisico, della sofferenza esistenziale e del tempo della malattia del singolo malato, con il suo specifico vissuto umano.
Troppo spesso si dimentica che nell'ospedale la centralità del paziente è garantita soltanto dalla centralità (e quindi dalla formazione umana e non soltanto professionale) di chi vive quotidianamente nell'ospedale e ne assicura la continuità e lo svolgimento, e cioè i medici e il personale sanitario. Il senso del tempo della malattia dovrebbe essere oggetto della riflessione di chi ha fatto dell'arte medica una professione che non è riducibile al corretto rispetto di un contratto di cura.
Non sarà moltiplicando le carte dei diritti, che spesso, come è stato giustamente osservato, si trasformano in diritti di carta, che si potrà essere all'altezza dei progressi scientifici e tecnologici che possiamo offrire all'uomo nelle sue nuove condizioni di salute e di malattia.


Prof. Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano

 

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