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Quello che fu Curzio Malaparte
Stenio Solinas

La casa della salute rappresenta la fattuale ricomposizione assistenziale in un unico macro-livello.

L'inquadratura di Robert Doisneau è del 1949 e davanti alla macchina fotografica, in una stanza in penombra che al di là della finestra lascia intravedere una città al tramonto, un uomo guarda fisso l'obiettivo. È seduto nel suo studio, le braccia conserte, una polo di jersey sotto la giacca, dei fogli, dei libri, un paio di occhiali sul ripiano della scrivania. Le labbra sono sottili, gli occhi penetranti, sembra guardarti ma allo stesso tempo sfuggirti, una presenza-assenza che un po inquieta. Il viso è coperto da una mascherina di seta nera, di quelle da serate mondane, ma anche da commedia dell'arte e da film di cappa e spada. Dietro di essa c'è Curzio Malaparte. La maschera e il volto è un buon soggetto fotografico, ma non c'è dubbio che se Doisneau ne è l'impeccasible realizzatore, l'idea è dello scrittore.





Ha poco più di cinquant'anni, si è trasferito a Parigi dopo le polemiche uscitate in patria con La pelle,si porta dietro le accuse di camaleontismo e di protagonismo, di apparenza e non di sostanza, è sempre stato un "io" in cerca del suo "altro", Kurt e Curzio, Suckert e Malaparte.
Gli resta da vivere ancora una manciata di anni e anche quelli li passerà così, inafferrabile e come in fuga, l'Italia e la Francia, la Russia e la Cina, Palmiro Togliatti accanto al suo letto d'ospedale, padre Virginio Rotondi al suo capezzale. Muore che non ne ha nemmeno sessanta, il 19 luglio del 1957. Non sorprende che nel cinquantenario della scomparsa, il primo omaggio critico venga dalla Francia, questo Pour Malaparte di Bruno Tessarech (Buchet/Chastel, 209 pagine,). Perfettamente bilingue, il suo primo grande libro, Technique du coup d'État, fu scritto in francese e lì venne pubblicato, e sempre per lui quella fu la nazione dell'arte della conversazione, civile e mondana, dove la cultura aveva un ruolo e un peso, l'intellettuale uno status e gli scrittori non finivano in galera o al confino per le loro idee.

La casa della salute rappresenta la fattuale ricomposizione assistenziale in un unico macro-livello.


Li si poteva ghigliottinare o fucilare, ma non privarli della loro libertà, della loro dignità. Non si trattava di un amore a senso unico, e infatti in Francia Malaparte resta un classico, pressoché integralmente tradotto, i suoi libri più celebri ancora ristampati.
Il rapporto è stato favorito dal sostanziale disinteresse, un misto di incomprensione e di non volontà a capire, di ignoranza e superficialità che riguarda gli aspetti politici dell'Italia, il fascismo in primis, che nel caso di Malaparte lo ha posto al riparo da quell'immagine sulfurea, fascista, antifascista, voltagabbana che così a lungo lo ha marchiato in patria e che ancora oggi si nutre più di leggende, partiti presi, antipatie critiche e pregiudizi, che non di una matura valutazione.
Sotto questo aspetto il saggio di Tessarech non presenta alcuna novità, il Malaparte ideologo è più che altro un fascista per caso, su cui non vale neppure la pena di soffermarsi troppo perchè ben più importante è lo scrittore, lo stilista, il cronista di un'epoca...

 


Nemmeno noi perderemo del tempo a controbattere questa impostazione, tanto essa è risibile e per nulla documentata. E d'altra parte l'interesse del libro è altrove, in una sorta di profilo dello scrittore come avventuriero, o meglio della scrittura come avventura.
Qui Tessarech è nel suo elemento, anche perché da Malraux a Drieu ad Aragon, per non parlare del capostipite di tutti questi, Chateaubriand, la letteratura francese offre un vasto campionario di super-io in cerca di gloria e di realizzazione. Quanto all'autore delle Memorie d'oltretomba, è lo stesso Malaparte a tracciare un paragone che è anche in fondo un autoritratto: "Mi sento più vicino a lui che a qualsiasi altro scrittore moderno, la stessa dolcezza davanti alle cose semplici della vita, la stessa nostalgia davanti a un mondo che volge al termine". E,naturalmente, la stessa tendenza a un io ipertrofico: "Amo questo continuo disprezzo degli uomini nuovi, questa apparente fedeltà alle idee antiche, ai costumi, ai gusti, alle gioie, alle pene, ai sentimenti, ai piaceri della vecchia Francia, nella quale, malgrado quello che ne dice in proposito, non credeva più, amo questo amore nascosto per le idee nuove, per la nuova Francia, per la nuova gloria".
Il nome Malaparte, ricorda Tessarech, viene da un opuscolo stampato a Torino nel 1869 con l'enigmatico titolo Les Malaparte et les Bonaparte dans le premier centenaire d'un Malaparte-Bonaparte. La tesi in esso sostenuta è che all'origine Malaparte fosse il vero nome della famiglia di Napoleone, e solo degli oscuri servizi resi allo Stato pontificio avevano permesso, con l'autorizzazione papale, il suo cambiamento in positivo, la parte buona che sostituisce quella cattiva, la mala parte appunto... E però, diceva l'autore del libretto, restava sulla famiglia una minaccia: se un discendente si fosse infatti comportato in modo disdicevole, la dinastia ereditaria sarebbe stata di nuovo condannata all'antica denominazione...
Leggerlo e impadronirsi della storia, sarà per Kurt Suckert un tutt'uno: sarà lui che abbasserà quel nome,decide, sarà lui che farà scattare la maledizione.. ."Bonaparte era già preso" ironizzerà con Galeazzo Ciano, e dunque... E questo stare fin nell'anagrafe dalla parte sbagliata, dal lato negativo, non è altro che l'annuncio del futuro romanziere delle catastrofi, consapevole in fondo che la vittoria non è altro che la prosecuzione della sconfitta sotto altre forme...
Brillante, spiritoso, egoista ed egotista, capitano di sventura, ovvero di mal ventura, il piglio da seduttore e da conquistatore e però, malinconico e serio, ha scritto Raffaele La Capria che lo frequentò, "come uno dei saltimbanchi del periodo blu di Picasso", Malaparte fu sempre sopra le parti, ovvero eccessivo. "Non gli credo neppure quando dice la verità" commenterà una volta Moravia. Tessarech ricorda il racconto di Orfeo Tamburi del progetto di un Curzio, prossimo ai cinquant'anni, di trasformare la sua casa a Forte dei Marmi in un ristorante..."È tempo che guadagni dei soldi, molti soldi. Che viva senza lavorare. E quindi, assumo un grande chef che non servirà che piatti raffinati e molto cari e io, io passo fra i tavoli raccontando aneddoti, come se niente fosse. I clienti ne saranno affascinati, sono ghiotti di pettegolezzi, di curiosità. Parlerò di tutto, le mie due guerre, i miei viaggi, le persone che ho conosciuto, le star del cinema, gli uomini politici, gli scrittori. Racconterò di Mussolini, Lenin, Stalin. Chi oggi racconta Mussolini agli italiani? Nessuno". La sua fu una vita pubblica fragorosa, sempre sopra le righe. Ma il divismo a cui lo condannava il suo fisico e la sua baldanza aveva in sé l'elemento forte di un pensiero, il nucleo di un'ideologia e risiedeva qui la sua eccezionalità, la sua pericolosità e in fondo la sua estraneità a una cultura quale quella italiana, per molti versi provinciale. Degli scrittori suoi contemporanei, quello che più gli somiglia non a caso è un francese, Drieu. Il tema della decadenza che ossessionerà quest'ultimo è quello che Malaparte, da La pelle a Mamma marcia, farà proprio: il decomporsi di una civiltà e l'impossibilità di porvi un freno, l'aver sognato un ritorno a valori antichi, elementari, come antidoto, il doverne constatare il fallimento, il prendere atto della fine di un mondo. La malinconia fu in lui il frutto agrodolce che il sentirsi diverso, l'orgogliosamente sentirsi diverso genera attraverso la solitudine: più esternamente ed esteriormente ci si concede, più intensamente ci si barrica a difesa e a salvaguardia di sé stessi. Mezzo secolo dopo, resta questa immagine di solitudine e di malinconia, una bulimia di vita e di scrittura, un fondo di disperazione e un pugno di capolavori, la buona parte di quello che fu Curzio Malaparte.

Stenio Solinas

 

 

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