| Vantaggi e svantaggi della sorprendente evoluzione del rapporto della nostra moneta con il dollaro. |
| Quando l’Euro era debole, essendo precipitato a 84 centesimi di dollaro contro gli 1,16 della parità iniziale, tutti si lamentavano del fallimento della moneta unica e delle sue ambizioni di rivaleggiare con il biglietto verde come divisa di riserva. |
| Ora che, dopo una scalata quasi ininterrotta durata due anni, l’Euro è
diventato fortissimo, superando di gran lunga la sua quotazione originaria,
tutti si lamentano perchè l’industria europea fatica ad esportare, i turisti
americani non hanno più i mezzi per venire da noi e chi ha investito in
Bond statunitensi perde un sacco di soldi. Ma, se guardiamo al di là degli interessi particolari, chi ha ragione? Ci conviene più un Euro debole o un Euro forte? E, soprattutto, come si spiega che la moneta americana si sia indebolita proprio quando l’economia d’oltre Atlantico è uscita dalla stagnazione per ripartire a razzo, mentre quella europea continua a guadagnare terreno anche in presenza di un PIL pressoché fermo? Come sempre, la medaglia è a due facce. La debolezza dell’Euro nel suo primo anno di vita era dovuta a una molteplicità di cause concomitanti: la diffusa convinzione che l’introduzione della moneta unica producesse gravi scompensi all’interno dell’Unione, le crisi strutturali che affliggevano i suoi principali membri, il timore che l’intero continente fosse in ritardo nello sfruttamento del progresso tecnologico, l’impressione che gli Stati Uniti fossero comunque destinati a dettar legge nel mondo per molto tempo, consolidando la posizione del dollaro come moneta dominante nonostante un deficit sempre più imponente della sua bilancia commerciale. Sembrava anche, agli operatori economici, che la Federal Reserve fosse più pronta e incisiva nell’uso della politica monetaria contro la recessione della neonata (e sempre un po’ ritardataria) Banca Centrale Europea. |
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| Questo mix oggi non esiste più, o meglio ha sulle quotazioni un impatto
molto minore. Dopo l’11 settembre, e soprattutto dopo la guerra contro l’Iraq, è in parte evaporata quella illimitata fiducia negli Stati Uniti, e di riflesso nella sua moneta, che ha caratterizzato il periodo a cavallo del millennio. Abbiamo dovuto costatare che anche la superpotenza è vulnerabile, che quando reagisce agli attacchi commette talvolta degli errori e che nell’ansia di uscire da una (peraltro blanda) recessione ha drogato la propria economia con poderosi tagli delle imposte e tassi d’interesse vicini allo zero. Sotto la pressione delle spese militari e delle agevolazioni concesse per rilanciare i consumi, il bilancio federale è passato da un attivo del 2 per cento del PIL, che avrebbe permesso un miglioramento della previdenza e dell’assistenza sanitaria a un passivo di circa il 4 per cento, più o meno pari a quello che ha attirato su Francia e Germania i fulmini della Commissione Europea. In questa nuova situazione, è apparso anche più grave il gigantesco squilibrio tra esportazioni e importazioni, tollerabile soltanto perchè i Paesi asiatici continuavano a investire nelle obbligazioni del Tesoro americano e finanziavano così lo spensierato consumismo di un Paese che, in realtà, pretendeva di vivere al disopra dei propri mezzi. Nello stesso periodo, sono venuti meno alcuni dei motivi di sfiducia nell’Euro. La transizione dalle monete nazionali alla moneta unica, pur con caratteristiche diverse da Paese a Paese, ha sì innescato una breve fiammata inflazionistica, ma nell’insieme è stata assorbita abbastanza bene, facendo subito sentire i suoi vantaggi nel campo degli scambi interni alla UE e dei movimenti turistici. I Paesi più bisognosi di riforme, in particolare Francia, Germania ed Italia, hanno finalmente (sia pure tra mille ostacoli e con molta fatica) messo mano alla riforma del sistema previdenziale e del mercato del lavoro, ponendo così le premesse per la tanto attesa ripresa delle loro economie; e anche se questa sembra tardare più di quanto prevedessero gli analisti, è già stata anticipata dall’andamento delle Borse e quindi ha determinato un incremento della ricchezza virtuale di molti cittadini europei. A tutti questi elementi bisogna aggiungere una specie di effetto moltiplicatore della iniziale caduta del dollaro: a mano a mano che si prospettava un progressivo slittamento della sua quotazione, più operatori hanno deciso di uscirne e approfittare della ripresa dell’Euro. Chi lo ha fatto all’inizio, ha in effetti realizzato guadagni tutt’altro che indifferenti, ma bisogna tenere conto che questi capitali mobili sono pronti a intraprendere il cammino inverso non appena l’Euro darà segnali di avere raggiunto il suo picco. Quando questo avverrà, nessuno ovviamente è in grado di saperlo: le previsioni sono per una debolezza prolungata del biglietto verde, ma in questa materia non esistono certezze, perchè le quotazioni dipendono da un gran numero di variabili. Sembra impossibile, comunque, che la superpotenza possa continuare ad avere un deficit annuale nei suoi conti con l’estero pari a quasi il 5 per cento del PIL senza che la sua moneta ne risenta. Tutti ricordano come, prima dell’avvento dell’Euro, le economie più deboli del continente, e in particolare l’Italia, ricorressero alle cosiddette svalutazioni competitive per rimettere in sesto i loro conti con l’estero. |
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| Ebbene, la caduta del dollaro, sebbene dovuta a cause diverse ed avvenendo
in regime di cambi fluttuanti, dovrebbe produrre per l’economia americana
effetti simili, aiutando le sue industrie ad esportare di più e inducendo
i suoi sempre troppo avidi consumatori ad acquistare meno prodotti stranieri.
Con il tempo, questo dovrebbe aiutare il Paese a riequilibrare la sua bilancia
commerciale e a diventare meno dipendente dagli acquisti di dollari ad opera
di altri Paese. Il problema è quanto tempo: difficilmente gli effetti di un mutamento, anche forte, delle ragioni di cambio si fanno sentire prima di uno o due anni, un periodo davvero lungo in un mondo globalizzato. Bisogna aggiungere che un dollaro debole non serve solo agli Stati Uniti, ma anche a tutti quei Paesi le cui monete sono legate, più o meno strettamente, al dollaro. Non è un certo un caso che l’Argentina, dopo il disastro di due anni fa e il più colossale default nella storia della finanza internazionale, abbia cominciato a riprendersi quando la sua offerta di prodotti alimentari è diventata più vantaggiosa per l’Europa, che l’indice della Borsa di Rio de Janeiro abbia toccato in coincidenza con lo slittamento della moneta americana i suoi massimi storici e che la Cina si ostini a non sganciare il renmimbi dal dollaro per non intaccare il suo (comunque enorme) vantaggio competitivo. Speculare è l’effetto del dollaro debole sulle economie europee, o meglio di quei dodici Paesi che sono confluiti nell’Unione Economica e Monetaria. L’aspetto positivo, al di là delle vantaggiose offerte per le vacanze a New York o nei Caraibi, è il minor costo delle materie prime e dei semilavorati di importazione, e in particolare del petrolio, da sempre quotato nella moneta americana. Questa combinazione dovrebbe, stando ai libri di testo, aiutare a contenere i costi di produzione, azzerare la cosiddetta inflazione importata e di conseguenza consentire anche alla Banca centrale una politica monetaria più espansionista. Ma, in economia, non sempre le cose procedono secondo i piani. La forza dell’Euro, per esempio, non ha portato a quella riduzione del prezzo dell’energia che era ragionevole aspettarsi, così come la plateale violazione del patto di stabilità da parte di Francia e Germania, con la condiscendenza dell’Ecofin, non ha minimamente prodotto quella crisi di sfiducia nell’Euro che le Cassandre pronosticavano. Anzi: il superamento, sia pure solo temporaneo, delle strettoie imposte dai cosiddetti parametri di Maastricht sembra avere consolidato negli operatori la fiducia in una prossima ripresa dell’Europa, e di conseguenza la propensione a tornare a investire nell’Unione. Il mutato rapporto tra le due monete ha già avuto un singolare effetto sulle statistiche, che può avere nel medio termine importanti ricadute psicologiche: mentre al cambio del 2001 il PIL di Eurolandia risultava essere pari solo ai tre quinti di quello degli Stati Uniti, oggi questa percentuale è salita all’80%; e se, in uno slancio di ottimismo, si tenesse conto anche del prodotto interno lordo di Gran Bretagna, Svezia e Danimarca, i tre Paesi della UE che finora non hanno aderito alla moneta unica ma che potrebbero farlo nel giro di due o tre anni, si scoprirebbe che l’Euro forte ci ha consentito uno storico sorpasso. Il vero interrogativo riguarda la reazione degli europei, politici, imprenditori e sindacalisti, a questa nuova situazione. Essere titolari di una moneta forte comporta, come abbiamo detto, vantaggi e svantaggi, ma impone soprattutto una rinnovata assunzione di responsabilità.La consapevolezza che un Euro forte renderà ancora più difficile all’industria della UE di competere sui mercati internazionali e incoraggerà invece le importazioni non solo dagli Stati Uniti, ma dall’intera, immensa area del dollaro dovrebbe spingere i governanti ad accelerare l’iter delle riforme strutturali, gli industriali a razionalizzare le loro produzioni e tagliare i costi e i sindacati ad accettare un temporaneo contenimento del costo del lavoro. Il momento è chiaramente favorevole, nel senso che una moneta forte offre, in termini di potere d’acquisto, considerevoli vantaggi a tutti, ma i segnali che arrivano dai vari angolo d’Europa sono decisamente misti. I tentativi dei governi di imporre riforme necessarie, ma percepite dall’opinione pubblica come lesive dei privilegi strappati negli anni delle vacche grasse si incagliano spesso nelle secche parlamentari, o sono brutalmente bocciati dalla piazza. Abbiamo visto il cancelliere Schroeder ingaggiare una feroce battagli nel suo stesso partito per far passare una ristrutturazione dello Stato sociale abbastanza modesta rispetto a quanto gli esperti giudicano necessario; abbiamo visto il governo Raffarin, partito con grandi ambizioni riformistiche, ridimensionare gradualmente i suoi obbiettivi fino ad incartarsi in un improduttivo immobilismo; abbiamo visto il centro-destra italiano prima bloccarsi davanti alla riforma dell’articolo 1’ dello Statuto dei lavoratori e poi ripiegare su una riforma pensionistica blanda e troppo lontana nel tempo senza riuscire per questo a superare l’opposizione dei sindacati; abbiamo visto la stessa Commissione Europea arroccarsi su posizioni di difesa di patti conclusi in tempi diversi, senza dare ai Paesi membri quegli input espansionistici che soli potrebbero permettere il conseguimento degli ambiziosi obbiettivi fissati al vertice di Lisbona. Un tempo, si diceva che il cambio di una moneta è come il biglietto da visita di un’economia. Se questa è debole, dovrà ricorrere di frequente alla svalutazione per sostenere la propria crescita. Se invece è forte i suoi progressi, in relazione alle altre nazioni, si rifletteranno in un costante rialzo del cambio, anche perchè copiosi capitali verranno attratti dalle migliori prospettive di sviluppo. Oggi, questa regola non sembra più avere molto valore. L’Europa si è ritrovata di colpo con una moneta forte senza meritarsela, cioè senza presentare quelle condizioni e quelle caratteristiche che avrebbero potuto giustificare una tale evoluzione. Diciamo che si è ritrovata un Euro a quotazioni record non per merito proprio, ma per demerito dell’America ( e per le manovre non sempre ortodosse dei Paesi asiatici, che pur di non vedere le proprie monete rafforzarsi rispetto al dollaro continuano a mettere in cassaforte enormi quantità di moneta americana). Ora, dovrà operare in modo da trarre da questa situazione tutti i vantaggi possibili senza farsi travolgere dagli evidenti svantaggi. Sarà, per così dire, un esame di maturità per i Paesi che hanno aderito all’UEM, per la Banca Centrale Europea e per tutti noi: un esame che dobbiamo a ogni costo passare, se vogliamo evitare quel naturale declino che, anche a seguito della negativa evoluzione demografica, molti ci stanno senza posa pronosticando. |
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